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Quel difetto che protegge dall’Aids

A rilevare le virtù anti-Aids della Ccr 5 è stato un ricercatoreamericano, Nathan Landau dell’Aaron Diamond Aids Research Center di NewYork, che ha studiato due gay passati indenni attraverso innumerevoli rapportisessuali con partner infetti. Entrambi sono risultati essere portatoridi una mutazione genetica della proteina. Il difetto rende irriconoscibilela chiave di entrata del virus, che, quindi, trova la cellula impenetrabilee non riesce a introdursi. Il loro caso non è certo una raritàe, anzi, sembra più frequente di quanto gli scienziati non si aspettassero:in America e in Europa si stima che una persona su 100 sia portatore dellamutazione sia nel gene paterno che in quello materno, mentre una su 20possiede almeno una copia del gene mutante. La protezione garantita èquasi totale, almeno nei casi di trasmissione sessuale del virus.

“Sappiamo che l’Hiv si attacca mediante un recettore alla proteinaCd 4, che lega la lipoproteina gp 120″, spiega Mauro Moroni, ordinariodi Malattie Infettive all’Università di Milano, Ospedale Luigi Sacco.”Ora, si stanno scoprendo accanto altri recettori, o meglio co-recettori,e tra questi c’è la proteina Ccr 5. Questa viene utilizzata da particolariceppi dell’Hiv, i macrofagotropi, che prevalgono nelle fasi iniziali delcontagio, poi, con la malattia, troviamo i linfociti T-tropi che riconoscono,invece, un altro recettore, Lestr. Ma nelle fasi precoci, è importanteche il virus riconosca le Ccr 5. Se non le riconosce, l’infezione faticaad attecchire”. E’ stato visto, inoltre, che la proteina Ccr 5 èrecettore delle cosiddette Mip 1 alfa, che sono proteine protettrici prodottedai linfociti Cd 8 che, forse, agiscono bloccando la chiave Ccr 5. “SuNature sono stati segnalati soggetti a rischio sieronegativi con Ccr 5alterato da una mutazione che ha provocato la delezione di alcuni aminoacidi”,prosegue Moroni. “Quindi, l’insensibilità al virus deriverebbedall’avere geneticamente un co-recettore inefficace e incapace di provocarela fusione della membrana cellulare con quella virale, che è all’iniziodel ciclo infettivo”.

Ma il gene difettoso non è l’unica spiegazione dell’impenetrabilitàdel Hiv nei casi “insensibili” al contagio. “Resta il fattoche si tratta di un virus a bassa contagiosità e che richiede unelevato numero di rapporti sessuali a rischio” sottolinea l’immunologo.”Di per se’, infatti, possiede una scarsa efficienza e perchél’infezione non fallisca è necessaria un’alta carica virale e alcuneparticolari condizioni fisiche, come, ad esempio, la presenza di microlesionigenitali. Non stupisce dunque la già nota bassa contagiosità,quanto che ci siano persone del tutto resistenti grazie a un errore genetico.E ora le speranze di combattere la malattia nascono dalle molecole protettiveprodotte dai Cd 8. Ma ancora non sappiamo di quanta proteina, ossia diche dose, c’è bisogno per far sì che attacchi il recettoree lo renda inefficace.

La strada immunologica è stata già tentata con anticorpianti Cd 4. Ma per ottenere l’effetto occorrono dosi enormi e ritmi di somministrazionemolto ravvicinati, in quanto gli anticorpi si liberano rapidamente e lecellule tornano a essere sensibili. “Le proteine Ccr 5 sembrano peròpiù resistenti e questo permetterà di aprire una nuova stradafarmacologica accanto agli antivirali”, sostiene Moroni.

Un farmaco, o un vaccino, che simulino il difetto del gene è obiettivoche i ricercatori non ritengono difficile. E potrebbero esserci ancoraaltri geni mutanti, altrettanto protettivi, ancora da scoprire: il difettodella proteina Ccr 5, infatti, è stato riscontrato soltanto nellepopolazioni bianche. Come spiegare, allora, che si trovano individui resistentianche tra asiatici e africani? La caccia è aperta.