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Supermolecola, attacco all’Aids

Sbarrare le porte al virus dell’Aids con armi “naturali”. Questa è la speranza dei ricercatori inglesi e danesi che hanno individuato una chemiochina, una sostanza normalmente prodotta dall’organismo, capace di bloccare in provetta tutte le porte di entrata dell’Hiv nelle cellule. L’obiettivo, spiegano gli studiosi su Science, è quello di costruire in laboratorio una o più sostanze artificiali analoghe per fermare l’infezione all’origine. Il farmaco (proprio come una chiave spezzata) andrebbe a occupare lo stesso recettore (la serratura) che utilizza l’Hiv per entrare nella cellula: al suo arrivo, quindi, il virus troverebbe l’ingresso bloccato.

“E’ la prima volta che viene individuata in provetta una sostanza naturale che chiude gli ingressi dell’Hiv, almeno quelli conosciuti” spiega Fernando Aiuti, ordinario di Allergologia e Immunologia Clinica all’Università “La Sapienza” di Roma. “Ma, attenzione, potrebbero esserci altre porte utilizzate dal virus ancora ignote o alternative”.Gli studiosi, assieme ad alcuni colleghi svizzeri della Glaxo-Wellcome, hanno scovato il gene per la superchemiochina nel genoma di un virus della grande famiglia degli herpes, l’Hhv8, associato al sarcoma di Kaposi, tumore della pelle molto diffuso tra i malati di Aids. E’ probabile che l’herpesvirus, una volta annidatosi nell’organismo, abbia “rubato” a una cellula umana un gene che produce chemiochine: servendosi della cellula per riprodursi e moltiplicarsi, può essere avvenuto casualmente uno scambio durante la fase di trascrizione del genoma virale.

La “superchemiochina” potrebbe diventare perciò un modello per mettere a punto un farmaco ad ampio spettro che riconosca i recettori, così come la chemiochina naturale, ma che non risulti tossico. Ci vorrà tuttavia ancora molto tempo prima che si raggiungano risultati applicabili all’uomo. Le difficoltà non mancano. E forse neanche i rischi. “Se si riuscissero a bloccare tutte le serrature ci sarebbe comunque il rischio che la funzione cellulare venga alterata – afferma Aiuti -. Si è visto che non c’è nessun pericolo se si bloccano i Cd4, ma se si dovessero bloccare anche gli altri la funzione immunitaria potrebbe risultarne compromessa. Se le cellule sono dotate di porte d’entrata (i recettori), queste si trovano lì a disposizione delle chemiochine e non certo per il virus, che approfitta soltanto di una condizione a lui favorevole”. Allora, quali potrebbero essere le conseguenze se il naturale rapporto recettori-chemiochine venisse utilizzato e forzato per progettare un’arma antivirale?”

Anche se il futuro della “pillola alla chemiochina” è ancora incerto e lontano, si possono intravedere alcuni sviluppi. “Ritengo che ci possano essere due strade – spiega l’immunologo – La prima prevede un utilizzo massiccio delle chemiochine, sia per bloccare i recettori sia per sfruttarne la naturale attività antivirale. La seconda è quella che le vuole in combinazione con un antivirale o con la terapia genica: servirebbe a tenere bloccato il virus per un po’ di tempo per poi procedere alla fase terapeutica di attacco. Si badi bene però, stiamo parlando di ricerche di laboratorio, e ci vorranno almeno cinque anni prima che si arrivi alla prima fase di sperimentazione”.

Ora il mondo attende con il fiato sospeso l’avvento della nuova molecola anti-Aids. Soltanto lo scorso anno la terapia combinata con inibitori della proteasi suscitò grandi entusiasmi, ma ora si cominciano a registrare alcuni casi di farmacoresistenza e di diabete tra i sieropositivi così trattati. L’Hiv si conferma un virus furbo, mutevole, dotato di una grande capacità di adattamento. “Ancora una dimostrazione”, dice Aiuti, “che la strategia anti-Hiv deve essere multidirezionale. Una sola strada non basta. Gli inibitori della proteasi sono stati salutati come la cura che avrebbe sconfitto l’Aids: un medico americano ha persino scritto un libro di grande ottimismo, “Io sono guarito”. Ora però sappiamo che, dopo uno-due anni di terapia, i pazienti possono diventare farmacoresistenti e non ricevere più benefici dalla cura. La gente ancora muore di Aids”, conclude Aiuti. “E’ vero, oggi la situazione è molto migliorata rispetto a qualche anno fa e con gli antivirali stiamo aprendo la strada alla cronicizzazione della malattia, ma siamo ancora lontani dalla guarigione”.