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Un nuovo fronte contro l’Hiv

Fare terra bruciata intorno all’Hiv: così si potrebbe riassumere la nuova strategia proposta all’ultima Conferenza sui retrovirus e le infezioni opportunistiche, recentemente svoltasi a Chicago. Oltre a colpire direttamente il virus responsabile della sindrome da immunodeficenza acquisita (Aids) con i normali antiretrovirali già a disposizione, si attaccano anche le cellule umane in cui l’Hiv si riproduce, utilizzando un composto anticancro noto già da anni, l’idrossiurea. E i primi risultati sembrano essere molto promettenti. La quantità di virus nel sangue dei pazienti sottoposti a questo trattamento si riduce a tal punto da non poter essere più rilevata con i test attualmente disponibili e, in alcuni casi, si mantiene a tali livelli anche diversi mesi dopo l’interruzione della terapia.

Nonostante l’idrossiurea sia usata da oltre 30 anni nel trattamento della leucemia e del cancro alle ovaie, solo nel 1987 si è avuta la prima indicazione di un suo possibile utilizzo nelle infezioni da Hiv. Le prime investigazioni sono iniziate nei laboratori di Robert Gallo (uno degli scopritori del virus, all’inizio degli anni ‘80) presso il National Cancer Institute. Il testimone è stato poi raccolto da Franco Lori, co-direttore del Right (Research Institute for Gene and Human Therapy) con sede a Pavia e a Washington. Sue, e della sua equipe, sono le ricerche presentate a Chicago la scorsa settimana.

L’idrossiurea, in combinazione con due antiretrovirali che agiscono sull’enzima virale della trascrittasi inversa (il ddI e il d4T), ha fatto registrare una netta diminuzione della viremia, cioè del numero di copie di Hiv presenti nel sangue dei pazienti trattati con questo nuovo cocktail, in alcuni casi al di sotto dei livelli di rilevabilità. Come riportato dallo stesso Franco Lori nella sue relazione, l’idrossiurea sembra amplificare gli effetti degli inibitori della trascrittasi inversa. Questi farmaci ingannano il virus fornendogli dei nucleotidi (cioè dei “mattoni da costruzione”) simili a quelli naturali ma difettosi, motivo per il quale si chiamano analoghi nucleosidici. L’idrossiurea attacca invece le cellule infette, che si dividono molto rapidamente, e le costringe a produrre meno nucleotidi naturali, proprio quelli stessi di cui è costituito l’Hiv. Il virus è quindi costretto a utilizzare gli analoghi nucleosidici messi a disposizione dai farmaci, che aumentano così la loro efficacia.

L’idrossiurea è immune da uno dei maggiori problemi che le attuali terapie antiretrovirali si trovano ad affrontare: l’insorgenza delle farmaco-resistenze. Sotto la spinta selettiva dei farmaci, l’Hiv muta il proprio patrimonio genetico dando origine a interi ceppi virali che risultano insensibili ai trattamenti. Ma dal momento che l’idrossiurea non colpisce direttamente il virus, bensì le riserve da cui attinge, cioè le cellule umane infette, non può dare origine a fenomeni di resitenza. Se poi il farmaco è usato in combinazione anche con un inibitore della proteasi, la nuova generazione di antiretrovirali alla base dei famosi cocktail, i risultati sono ancora più sorprendenti. Attaccato su più fronti contemporaneamente, il virus sparisce dal sangue e si ritira nei santuari, organi come il cervello o il sistema linfatico dove le medicine penetrano con difficoltà. Il professor Lori addirittura riporta che in due suoi pazienti il virus non è stato più rintracciato neanche nei linfonodi, per un intero anno dopo l’interruzione del trattamento.

Naturalmente è ancora presto per parlare di eradicazione del virus, anche se gli studi dei ricercatori del Right sembrano particolarmente promettenti. Ma oltre a offrire nuove speranze a sieropositivi e malati di Aids, le recenti scoperte destano anche molti interrogativi a cui solo ulteriori sperimentazioni possono dare risposta. Bisogna stabilire il dosaggio ottimale di idrossiurea da somministrare, per approfittare dei suoi vantaggi diminuendo l’incidenza degli effetti collaterali (soppressione dell’attività del midollo spinale, con conseguente diminuzione di globuli bianchi e rossi). E resta ancora da chiarire a quale stadio dell’infezione si debba intraprendere la nuova terapia. I primi studi suggeriscono di iniziare nelle prime fasi, quando il virus si riproduce molto velocemente e il sistema immunitario del paziente non è ancora compromesso, mentre sarebbe sconsigliabile in pazienti allo stadio avanzato.