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La metamorfosi delle stagioni

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Antonio Navarra
El Niño,
Avverbi Edizioni, 1998,
pp. 106, lire 12.000

Pare che tra le trasmissioni televisive più seguite vi siano le previsioni del tempo. All’interesse pratico si mescola probabilmente il fascino della preveggenza, il desiderio dell’uomo di controllare la natura, di saperne anticipare le mosse. Il meteorologo riveste un ruolo ambiguo, a metà tra scienziato e mago, e non si è ancora completamente spogliato dei panni dello stregone che provocava la pioggia (ma solo perché sapeva interpretare i segni di un suo imminente arrivo). A lui si chiede di predirci se troveremo il sole al mare, la neve a Natale, la pioggia durante una scampagnata. Ed è quello che il meteorologo cerca di fare rappresentando numericamente i processi fisici attivi nel clima, e ricostruendo in laboratorio tutte le componenti del sistema planetario.

Ma talvolta il modello fa cilecca, strane anomalie falsificano la previsione, si verificano bizzarrie climatiche. Che vanno però spiegate. Il capro espiatorio della maggior parte degli eventi meteorologici degli ultimi anni è senz’altro El Niño, al quale sono state via via attribuite le inondazioni in Somalia nel novembre 1997, la morte delle foche in California, la distruzione delle praterie di alghe al largo della costa occidentale degli Stati Uniti e persino la cattiva riuscita della stagione di hockey su ghiaccio del 1997 (perché, a causa dell’inverno mite, gli spettatori non sarebbero stati invogliati a seguire questo sport). Ma chi, tra coloro che additano nel Niño lo spauracchio climatico di fine millennio, può dire di conoscere questo fenomeno?

Una trattazione chiara ed esauriente è contenuta nel libro “El Niño”, di Antonio Navarra, docente di Meteorologia e Climatologia al corso di laurea in Scienze Ambientali dell’Università di Bologna. Con un linguaggio chiaro e non specialistico, ci viene spiegato come le varie componenti del Pacifico equatoriale, cioè i venti alisei, la pressione atmosferica alla superficie, le precipitazioni e le temperature dei mari formino un delicato meccanismo, un’alterazione del quale può provocare El Niño. Questo fenomeno, per cui in corrispondenza del periodo natalizio – da cui il riferimento al Bambino – le acque marine lungo le coste del Perù si riscaldano, era già stato portato all’attenzione della comunità internazionale in un congresso di geografi tenutosi a Lima nel 1895, ma è solo dalla seconda metà di questo secolo che gli oceanografi hanno capito che il riscaldamento non si limita alle coste del Perù ma si estende per migliaia di chilometri nel Pacifico.

L’autore, tra dati statistici e spiegazioni scientifiche, adombra anche una lettura sociale del fenomeno. Non sarà che, amplificato dalla cassa di risonanza della stampa, El Niño è diventato il paravento dietro cui nascondiamo le nostre malefatte ambientali, alleggerendo così le nostre responsabilità?


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