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Parchi a stelle e strisce

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“Non esiste un luogo assolutamente naturale. Ogni paesaggio è stato modellato dall’azione dell’uomo”. Parola di John H. Jameson, archeologo del National Park Service (http://www.cr.nps.gov), l’organismo statunitense che tutela i parchi di interesse federale. E molti degli studenti che ascoltavano la sua lezione all’Università di Siena il 25 gennaio scorso, devono aver pensato alle grandi praterie del Nord America, alle foreste, ai monti inospitali, alle distese desertiche. “Dopotutto”, ha spiegato loro Jameson, “anche a Yellowstone, forse il parco naturale più famoso al mondo, si trovano moltissimi segni della frequentazione dell’uomo, dai siti preistorici alle testimonianze lasciate dai primi coloni europei. E da sempre negli Stati Uniti vige una strategia di management che accomuna risorse naturali e culturali”.

Da sempre, professor Jameson?

“Quando, nel 1872, fu creato il primo parco nazionale al mondo, quello di Yellowstone, di certo non si sapeva ancora bene che cosa avrebbe significato. Ma presto si è fatta strada negli Stati Uniti l’idea della tutela dei beni di interesse nazionale, e questo senza distinzione tra bellezze naturali e testimonianze della nostra storia passata. Che raccontano tutte comunque di come l’uomo abbia saputo interagire con l’ambiente in cui si trovava a vivere. Se parliamo invece dei siti archeologici in senso stretto (e, si badi bene, negli Stati Uniti il campo d’azione dell’archeologo spazia dalla preistoria al secolo scorso), solo trent’anni fa è stato varato un regolamento preciso per la loro tutela e valorizzazione”.

Con quali risultati?

“Allora, negli anni ‘70, l’archeologia era di moda, c’era l’ansia di ricercare e conservare anche il più piccolo indizio lasciato dagli indiani d’America come dai primi coloni europei. Così oggi ci troviamo di fronte a un numero molto alto di siti archeologici e manufatti da proteggere e le nostre risorse finanziarie non sono in grado di soddisfare tutte le esigenze. E’ un problema su cui si sta dibattendo negli Stati Uniti già da qualche anno. Francamente non sono in grado di predire quali provvedimenti verranno presi. Ma un cambiamento di rotta è indispensabile”.

Quali sono le regole generali del National Park Service per la tutela e la valorizzazione di un sito archeologico?

“Negli Stati Uniti l’archeologo solo di rado trova interi edifici o monumenti. Più frequente è invece il rinvenimento di semplici fondamenta. Il nostro lavoro consiste dunque per buona parte in una paziente ricerca filologica per realizzare una ricostruzione il più fedele possibile della capanna indiana, o dei fortini della guerra civile, o del trading post del secolo scorso. Ovunque si vada, negli Stati Uniti, si trovano ricostruzioni più o meno accurate. Crediamo infatti che solo vedendo come si viveva un tempo il visitatore possa veramente capire la propria storia. Che viene poi raccontata nei visitor center con pannelli realizzati da veri artisti. In questo il centro dove lavoro, il Southeast Archaeological Center (http://www.cr.nps.gov/seac/seac.htm) in Florida, è all’avanguardia: già dai primi anni ‘90 impieghiamo scrittori di professione per realizzare non solo la pubblicistica ma anche i libri. Noi archeologi forniamo i contenuti perché il libro sia di assoluto rigore scientifico e lo scrittore fa sì che la lettura risulti agevole e interessante anche ai profani. Non è stato facile trovare scrittori capaci di operazioni simili, e il lavoro di preparazione di tali volumi è stato faticosissimo. Ma l’entusiasmo con cui sono stati accolti ci ha compensato delle fatiche”.

Individuare strumenti didattici a far comprendere al pubblico il lavoro dell’archeologo è un aspetto che in Italia viene quasi del tutto trascurato. Così questa scienza fatica a coinvolgere il pubblico. Ci riesce soltanto con le grandi mostre o con le scoperte eclatanti.

“Anche negli Stati Uniti questo sforzo divulgativo è piuttosto recente, circoscritto più o meno agli ultimi dieci anni. Del resto è uno sforzo necessario, perché tra le ragioni di essere dei parchi nazionali vi è anche quella di attrarre e interessare i turisti. Di creare cioè una consapevolezza del valore del bene culturale e ambientale che si possa poi tradurre in un sostegno dell’opinione pubblica per la nostra attività. Questo è lo scopo principale del lavoro mio e dei miei colleghi. E crediamo di essere riusciti a stimolare un grosso interesse per l’archeologia tra il pubblico. Di grande aiuto in questo ci sono stati anche i park ranger, cioè coloro che vivono continuamente a contatto con i turisti. Per loro recentemente abbiamo realizzato anche specifici corsi di preparazione: la collaborazione tra archeologo e i ranger si sta facendo sempre più stretta. E proficua”.

Lei parlava prima di attrarre sempre più turisti. Tuttavia di recente molte associazioni ambientaliste americane hanno aspramente denunciato questa politica. Sembra che il numero sempre maggiore di visitatori abbia portati al collasso i parchi nazionali.

“Il dibattito, è vero, è all’ordine del giorno. Tuttavia io sono convinto che la soluzione si potrà trovare solo in un compromesso. Vede: la protezione e la valorizzazione delle bellezze della nazione è sempre stato un argomento di primo piano nella politica statunitense. Diversi presidenti, primo fra tutti Theodore Roosevelt, ne hanno fatto il loro cavallo di battaglia. E l’opinione pubblica ha sempre guardato con molto favore all’attività del National Park Service. Al punto che, in periodi di tagli alla spesa pubblica, ogni tentativo di ridurre il budget destinato ai parchi nazionali è subito diventato impopolare. Se è vero dunque che bisogna proteggere i nostri siti dal rischio di degrado, ciò non può passare attraverso la limitazione del turismo. La popolazione ha diritto a visitare i parchi. Il turismo è la nostra ragione d’essere”.


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