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E l’etologo si fece Hi-tech

Un tempo, armati di un semplice taccuino e di un binocolo, gli zoologi si appostavano nei luoghi più impervi e remoti del pianeta per carpire i segreti del comportamento degli animali nel loro ambiente. Più tardi, ormai dotati di trasmettitori vhf, gli studiosi dovevano invece spostarsi in lungo e in largo per le savane o sulle distese di ghiaccio nel tentativo spesso vano di captare il segnale di un radiocollare applicato a una gazzella o a un orso. Adesso, nell’era digitale, gli animali selvaggi, anche i più rari e sfuggenti, possono essere studiati in laboratorio, comodamente seduti davanti a un computer. Sì, perché l’etologia attuale ha a disposizione mezzi degni del controspionaggio: microfoni, telecamere, trasmettitori satellitari e ogni sorta di marchingegno hi-tech utile a catturare immagini, suoni, dati fisiologici e ambientali. La tecnologia ha insomma aperto agli zoologi le porte di un mondo sconosciuto.

“Finalmente possiamo viaggiare al fianco degli animali”, dice Randall Davis, biologo marino della Texas A&M University, che grazie all’hi-tech sta svelando i segreti delle le sorprendenti performance subacquee delle foche antartiche, capaci di immergersi sino a 600 metri di profondità. Davies ha equipaggiato alcuni esemplari con un piccolo computer e una telecamera non più grande di una palla da tennis per seguirli nelle loro immersioni. E ha così scoperto che queste foche si inabissano senza nuotare, risparmiando ossigeno per prolungare l’apnea. Raggiunta una considerevole profondità, gli animali si fermano a guardare verso l’alto per distinguere contro la superficie ghiacciata del mare le silhouette scure dei branchi di pesci. Che colgono di sorpresa riemergendo improvvisamente. Lo stesso sistema è utilizzato dalle foche per individuare le aperture nel ghiaccio dove poter emergere e respirare.

E’ proprio lo studio dei mammiferi marini ad aver avuto un forte impulso con l’avvento della tecnologia digitale. Per scoprire le abitudini migratorie dei cetacei, per esempio, un tempo ci si affidava alla fortuna: se un certo esemplare era stato avvistato in un luogo si doveva sperare che qualche altro studioso lo segnalasse in altro punto del pianeta. Un evenienza rara questa, che a lungo ha fatto erroneamente pensare che i cetacei non fossero dei grandi viaggiatori, e che disdegnassero frequentare gli oceani lontano dalle coste. Oggi queste incertezze non esistono più: trasmettitori satellitari applicati sul dorso degli animali permettono infatti di seguire le tracce delle balene con un approssimazione di appena un chilometro. Il segnale, lanciato ogni volta che l’animale affiora in superficie, viene captato dai satelliti NOAA-11 e NOAA-12, lanciati in orbita qualche anno fa dall’America’s National Oceanic and Atmospheric Administration, e inviato alla base di ascolto.

Il sistema satellitare può essere impiegato per tutti gli animali marini che hanno bisogno di risalire in superficie per respirare. E dunque anche per le tartarughe marine. Nel Mediterraneo i primi a utilizzarlo per questi animali sono stati i ricercatori dell’Acquario di Napoli che stanno seguendo a distanza alcuni esemplari di Caretta caretta. Quando qualche tartaruga finisce nelle reti dei pescatori, dopo averla curata, gli studiosi le applicano un piccolo trasmettitore, che non pesa più di trecento grammi, grande pochi centimetri (sette per due). Fissato con delle strisce di resina sintetica in modo da non intralciarne i movimenti, il dispositivo rileva la temperatura dell’acqua e permette di tracciare in tempo reale la rotta dell’animale, una volta liberato in mare. “La prima tartaruga monitorata”, ricorda Angela Paglialonga, biologa dell’Acquario, “ci stupì compiendo circa 2400 chilometri in otto mesi. Con un percorso tortuoso, da Stromboli arrivò fino in Turchia”.

Lo studio dell’ambiente marino e delle specie che lo abitano può contare anche su sistemi di rilevamento fino a qualche anno fa di esclusivo impiego militare. Come quello approntato dalla Marina americana per rilevare la presenza di sottomarini sovietici, l’Integrated Undersea Surveillance System (IUSS), ora utilizzato dai ricercatori del Marine Mammal Research Program degli Stati Uniti per captare i canti delle balene e seguirne gli spostamenti nei mari. L’Iuss è una vasta rete di microfoni subacquei – in parte adagiati sul fondo del mare, in parte trainati in superficie dalle imbarcazioni – che sfrutta le onde sonore per rilevare la presenza di cetacei e branchi di pesci, e fornire dati sulla temperatura del mare. Il sistema è stato messo a punto da Chris Clark della Cornell University e, con qualche modifica, viene ora impiegato dai ricercatori italiani dell’Icram (http://www.icram.org), l’Istituto centrale per la ricerca applicata al mare, per monitorare il Mar Ligure, uno specchio d’acqua particolarmente frequentato dai cetacei [1].

I ricercatori italiani collocano gli idrofoni – sistemi di registrazione audio autonomi, anche detti “Pop up” – sul fondo del mare, fino a 6000 metri di profondità, e poi li recuperano per estrarne i dati. “Sono sfere di vetro che resistono ad alte pressioni dotate di un computer che registra i suoni su vari dischi rigidi”, spiega Junio Fabrizio Borsani dell’Icram. Il dispositivo è programmato a tempo e può rimanere sommerso anche per settimane, registrando i suoni che rientrano nell’intervallo di frequenze utilizzato dalla balenottera comune. In questo modo possono rilevare i “canti” dei cetacei e capire come l’inquinamento acustico prodotto dalle navi di passaggio può interferire con essi.

In Africa, invece, telecamere e microfoni stanno per essere puntati sugli elefanti. Così Katy Payne, studiosa di bioacustica dell’americana Cornell University, spera di poter decifrare le loro misteriose conversazioni, spesso modulate sulla gamma degli infrasuoni, e quindi non percepibili dall’orecchio umano. A partire da aprile, la Payne e i suoi colleghi piazzeranno una ventina di microfoni e una telecamera sugli alberi delle foreste della Repubblica Centro Africana e del Ghana. E rimarranno in ascolto in laboratorio, per poi combinare immagini e suoni nel tentativo di stilare un vero e proprio dizionario degli elefanti. “L’approccio acustico”, spiega la studiosa, “è per noi anche più prezioso di quello visivo: ci permette infatti di segnalare ai coltivatori quando gli animali si avvicinano ai campi e di sentire gli spari dei bracconieri in tempo per avvertire le guardie della riserva”.