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Ricerca in Antartide: in principio fu la Guerra Fredda

di Simone Turchetti, Katrina Dean, Simon Naylor e Martin Siegert

Quanto è profondo il ghiaccio? E soprattutto, cosa c’è sotto? Se lo saranno chiesto certamente i primi esploratori, come il russo Thaddeus Bellingshausen e l’americano John Davis, che nel 1820 avvistarono l’Antartide per la prima volta. O quelli inglesi della nave Lord Melville che l’anno successivo approdarono sulle sue sponde. La domanda tuttavia rimase senza risposta per più di un secolo, ovvero fino a quando alcuni ricercatori dello Scott Polar Research Institute di Cambridge, in Inghilterra, furono in grado di svelare le caratteristiche della calotta polare che copre il continente più a sud del mondo e la morfologia del suo sottosuolo. Nel 1983, la pubblicazione delle mappe glaciologiche e geofisiche dell’Antartide mostrò infatti un mondo fino ad allora sconosciuto, fatto di valli, montagne, laghi e coperto da una coltre di ghiaccio spessa fino a cinque chilometri (1).

Le mappe antartiche dello Scott Polar sono uno dei successi più prestigiosi della glaciologia, la scienza che studia i ghiacciai e le loro proprietà fisiche. Il lavoro dei ricercatori inglesi è oggi disponibile sulla banca dati telematica BEDMAP (2), uno strumento di grande utilità anche per il monitoraggio dei cambiamenti climatici associati con il riscaldamento globale del pianeta (3).

Lo strumento che permise agli studiosi inglesi di sondare quasi il 60 per cento dell’Antartide è il radio ecoscandaglio (Radio Echo Sounding, RES), una tecnica che utilizza impulsi radio (tra i 30 e i 300 Megahertz) per ottenere informazioni sulla profondità dei ghiacciai e sul profilo delle formazioni geologiche sottostanti. Il metodo di radio prospezione sfrutta il fatto che le onde elettromagnetiche penetrano nel ghiaccio, vengono riflesse alla base dei ghiacciai e ritornano poi verso il punto di emissione, cariche di preziose informazioni (4).

In questo articolo (5) ripercorriamo la storia della tecnica RES e del suo uso pioneristico nell’esplorazione dell’Antartide. Si tratta – è bene anticiparlo – del risultato più eclatante di un programma di ricerca su larga scala (tipico della big science) realizzato nel contesto della Guerra Fredda. L’applicazione della RES in Antartide fu possibile soprattutto grazie al finanziamento del progetto da parte di un potente sponsor statunitense, la National Science Foundation (NSF), spinta da motivi sia scientifici sia politico-diplomatici (e forse addirittura militari). C’è però un risvolto abbastanza curioso rispetto allo sviluppo di questa tecnica. L’idea di sfruttare la “trasparenza” del ghiaccio alle onde radio per l’esplorazione geologica, infatti, deriva quasi esclusivamente da scoperte ottenute per caso, cercando le cause del cattivo funzionamento (con conseguenze talvolta mortali) di radio strumenti impiegati nelle prime esplorazioni scientifico-militari del continente antartico.

Una scoperta per caso (e per salvarsi la pelle)
L’idea di utilizzare strumenti radio per sondare i ghiacciai dell’Antartide non emerse nell’ambito di un programma di ricerca ma dalla ricerca delle cause del malfunzionamento dei radioaltimetri utilizzati negli aerei che sorvolavano le regioni geografiche a ridosso del Polo Sud.

Nel 1946, gli Stati Uniti entrarono di prepotenza in Antartide con la famosa operazione Highjump. Fino ad allora il continente era stato al centro di rivendicazioni territoriali da parte di varie nazioni. Senza aspettare la ratifica di alcun accordo internazionale, la marina americana, nel contesto del suo programma di esplorazione dell’Antartide, vi stanziò la flotta per addestrare i suoi uomini alle intemperie dell’inverno polare e stabilire le prime basi. Da allora, grazie a una serie di missioni annuali, denominate Deep Freeze, gli americani poterono esplorare il territorio antartico e, di conseguenza, rafforzare la propria posizione nelle trattative internazionali in merito alla sovranità sul continente (6).

Il problema principale incontrato durante queste missioni statunitensi non era tuttavia tanto di carattere diplomatico quanto logistico. Se, infatti, l’occupazione dell’Antartide procedeva a pie’ sospinto, la possibilità di instaurare collegamenti aerei fra le basi risultava più difficoltosa, soprattutto a causa del numero elevatissimo di disastri aerei e della conseguente perdita di mezzi e uomini (Fig. 1). Tra il 1955 e il 1961 morirono diciannove militari americani e la mancanza di altri velivoli rallentava le missioni. Gran parte degli incidenti risultò legata al cattivo funzionamento dei radioaltimetri (gli strumenti di bordo preposti alla misurazione dell’altezza di un aereo) nelle fasi di atterraggio (7). I radioaltimetri erano stati progettati durante la Seconda Guerra Mondiale, quando si erano sviluppati i primi sistemi RADAR (Radio Direction And Ranging) negli Stati Uniti. Questi sistemi trovarono applicazione anche nell’altimetria di bordo grazie soprattutto a centri di ricerca come l’US Army Signal Research Corps di stanza a Fort Monmouth nel New Jersey, dove venne realizzato il primo modello di radioaltimetro installabile su un aeroplano, l’SCR 518 (o AYA), per la misurazione della sua elevazione dal suolo attraverso l’emissione di onde radio e l’esame delle onde di ritorno (che rimbalzano sulla superficie sottostante) (8).

Il modello usato dai piloti della marina americana in Antartide era un derivato dell’AYA, ovvero l’SCR 718. Negli anni Cinquanta questo modello rientrava oramai tra gli strumenti in dotazione alle forze armate americane ed era generalmente molto affidabile. Tranne quando gli aerei volavano sul ghiaccio, dove si verificavano degli errori di misurazione che potevano risultare fatali.

Il problema fu individuato dall’ingegnere elettronico Amory “Bud” Waite, uno specialista di Fort Monmouth con alle spalle dieci missioni al Polo Sud e otto al Polo Nord. Nel 1960, Waite comprese che gli errori dei radioaltimetri aerei erano dovuti al fatto, noto sin dagli anni Venti, che il ghiaccio viene attraversato dalle onde elettromagnetiche. Il segnale dei radioaltimetri, dunque, non veniva riflesso dalla superficie gelata su cui l’aereo intendeva atterrare ma dalle formazioni sottostanti (9). Di conseguenza, in fase di atterraggio, i piloti, pensando di essere ancora a trenta/quaranta metri di altezza come indicato dal radioaltrimetro, continuavano a scendere di quota finendo per schiantarsi sulle superfici ghiacciate.

Dopo circa cinque anni di ricerche, Waite concluse che i radioaltimetri non erano affidabili nei voli a bassa quota in condizioni di scarsa visibilità. Ma gli studi sull’SCR 718 gli suggerirono un impiego scientifico. Proprio perché misurava la distanza dalle formazioni geologiche sottostanti la coltre di ghiaccio, il radioaltimetro avrebbe potuto fornire indicazioni sulla sua profondità. Iniziarono così i primi esperimenti americani per sondare il ghiaccio dell’Antartide.

Un’altra scoperta per caso
Waite tuttavia non fu l’unico a scoprire per caso che strumentazioni radio potevano essere usate con profitto in glaciologia. Di lì a poco, fu seguito dal fisico inglese Stanley Evans. Anch’egli inizialmente si occupava di tutt’altro, ovvero di aurore boreali, i fenomeni derivanti dalla ionizzazione degli strati alti dell’atmosfera che si verificano ai poli. Laureatosi nel 1955 all’Università di Manchester, Evans fu assunto l’anno successivo nella vicina stazione di radioastronomia Jodrell Bank, diretta dal fisico Bernard Lovell e più tardi famosa per la prima intercettazione del satellite artificiale sovietico Sputnik nel 1957, ottenuta grazie all’impiego di quello che al tempo era il più grande radiotelescopio al mondo (10). Nel 1956 Evans fu inviato dal in Antartide, nella stazione inglese di Halley Bay, per studiare l’aurora australis con apparecchiature fotografiche e ionosonde, radiostrumenti che misurano le onde riflesse. Lo studio era stato sponsorizzato dalla Royal Society in preparazione dell’Anno Internazionale della Geofisica 1957-1958.

Tuttavia, mentre l’uso di nuove macchine fotografiche a montatura equatoriale permetteva di produrre immagini delle aurore di grande qualità, la ionosonda del fisico inglese non funzionava affatto bene (11). Evans pensava che potesse dipendere dalle interferenze con i segnali radio provenienti da altre basi o da altri strumenti installati in prossimità della base di Halley Bay. Ma nel giugno del 1956, ormai stanco di questi problemi, inviò un telegramma a Lovell in cui diceva chiaramente che se non si fosse provveduto a eliminare le interferenze la ricerca sarebbe fallita (12). E così fu, visto che la questione non fu risolta.

Tuttavia, pochi anni dopo, fu lo stesso Evans a trovare la soluzione. Nel 1958 lasciò Jodrell Bank per trasferirsi allo Scott Polar, un centro di ricerche polari istituito nel 1920 in memoria dell’esploratore Robert Falcon Scott (1878- 1912), su invito del nuovo direttore, l’australiano Gordon de Quetteville Robin, un fisico che dopo aver studiato a Birmingham con il Premio Nobel Mark Oliphant (1901- 2000) aveva deciso di dedicarsi esclusivamente alla glaciologiasi trasferì. Parte integrante del dipartimento di geografia dell’Università di Cambridge, il centro era noto per la pubblicazione di una delle più importanti riviste nel campo, il Polar Records. Allo Scott Polar Evans continuò principalmente a studiare le aurore boreali. Dopo un paio di anni, analizzando nel dettaglio alcuni ionogrammi, ovvero i grafici bidimensionali prodotti dalle ionosonde che riportano l’intensità di fenomeni ionosferici in relazione alla distanza dal suolo, il ricercatore notò che presentavano dei “buchi” quasi sempre alle stesse frequenze. Ne concluse che non si trattava del risultato di interferenze con altri segnali radio, quanto piuttosto del fatto che alcune onde radio prodotte dalla ionosonda attraversando il ghiaccio polare rimbalzavano sulla superficie sottostante e ritornavano verso l’atmosfera, interferendo con quelle emesse dal radiostrumento (13).

Anche Evans, come Waite alcuni anni prima, intuì che i difetti del suo strumento potevano svelarne qualità nascoste. Con qualche accorgimento, una ionosonda puntata verso il ghiaccio invece che verso la ionosfera, il radiostrumento poteva essere utilissimo nello studio della morfologia della calotta polare antartica. Robin invitò quindi il collega a considerare la possibilità di costruire un’apparecchiatura di questo tipo. La progettazione fu finanziata dalla Royal Society e nell’arco di tre anni Evans poté realizzare lo SPRI Mark I, che fu immediatamente spedito alla base inglese di Halley Bay per verificarne l’efficienza (14).

Attorno ai primi anni Sessanta nacque dunque un nuovo strumento, il radio ecoscandaglio, il cui scopo era sondare gli strati di ghiaccio in Antartide. Come abbiamo visto, l’evento fu favorito da un coacervo di circostanze di ricerca del tutto scollegate dagli studi di glaciologia: in termini genealogici si potrebbe persino dire che suo “padre” fu il radioaltrimetro, mentre sua “madre” la ionosonda.

Meno casuali furono invece le circostanze che ne determineranno lo sviluppo negli anni a venire, connesse al ruolo speciale che la glaciologia venne a occupare nel quadro di nuovi trattati internazionali che riguardavano l’Antartide.

La grande occasione
Mentre Waite ed Evans cercavano di trarre vantaggio dai difetti dei loro strumenti si verificarono importanti cambiamenti nel quadro degli accordi internazionali sull’Antartide. Cambiamenti in virtù dei quali la scienza polare e, in particolare, la glaciologia acquisirono maggior peso, e conseguentemente più consistenti finanziamenti. In tale contesto fu possibile prendere in considerazione lo sviluppo del radio ecoscandaglio e la sua applicazione nell’esplorazione della calotta polare.

L’Anno Internazionale della Geofisica, il primo programma di ricerca internazionale riguardante le scienze della Terra, aveva rappresentato un momento di crescita per discipline ancora poco sviluppate come la glaciologia. L’IGY era conseguenza di un nuovo atteggiamento da parte degli americani, che ora vedevano la collaborazione scientifica con altri paesi come uno strumento per migliorare le relazioni politiche e per trarne vantaggio a livello scientifico e tecnologico. L’Antartide era stato uno dei principali obiettivi della ricerca promossa dall’IGY e l’esperienza si era poi consolidata con l’istituzione dello SCAR (Scientific Committee on Antartic Research, Comitato Scientifico sulla Ricerca in Antartide). Quest’ultimo nacque nell’ottobre 1958 come comitato di promozione, pianificazione e coordinamento dei gruppi di ricerca che operavano in Antartide per conto delle nazioni che vi avevano installato delle basi (15).

Questo cambiamento sul piano della politica della ricerca coincise con ben più importanti mutamenti nelle relazioni internazionali. Nel 1960 le stesse 12 nazioni ratificarono un accordo, il Trattato Antartico (o di Washington, sede della ratifica) in cui si decideva che ciascuna nazione, a partire dal 23 giugno 1961, avrebbe rinunciato a rivendicazioni territoriali fintantoché il trattato fosse rimasto in vigore. Ogni nazione inoltre rinunciava a usare installazioni militari o addirittura basi missilistiche. Il continente sarebbe stato esclusivamente utilizzato per scopi pacifici e più in particolare per la ricerca scientifica (16). Il trattato di fatto mise d’accordo vecchi colonizzatori (come la Gran Bretagna, l’Argentina e il Cile), che a lungo si erano contese le stesse porzioni di territorio, e nuovi arrivati (come gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica) che avevano un peso politico predominante nel quadro della Guerra Fredda.

“Congelata” la competizione territoriale, la presenza in Antartide acquisiva un valore scientifico e al tempo stesso politico- diplomatico. Per gli esploratori impegnati in ricerche polari si aprivano dunque inedite possibilità. I glaciologi le sfruttarono a pieno inserendosi nelle strutture di coordinamento della ricerca come lo SCAR. Tra questi, il direttore dello Scott Polar, Robin, che divenne il segretario generale del Comitato nel 1959, e l’americano Albert ‘Bert’ Paddock Crary, segretario della sezione logistica dello SCAR e membro della delegazione statunitense presso l’organizzazione. Conosciuto come il primo esploratore che aveva raggiunto entrambi i poli, Crary aveva giocato un ruolo di primo piano nell’IGY e diretto alcune traversate americane nel mare di Ross, sul versante pacifico dell’Antartide, per sondarne il ghiaccio.

Nel 1961 Crary divenne responsabile del programma di ricerca statunitense presso l’ufficio preposto (l’Office of Antartic Programs, OAP) della National Science Foundation. Istituita nel 1950 dal Congresso degli Stati Uniti con il compito di promuovere la ricerca scientifica, l’agenzia federale aveva in seguito sponsorizzato, attraverso l’OAP, l’esplorazione e la ricerca in Antartide, ereditando di fatto l’intero programma dalla marina americana (17). Il passaggio della ricerca antartica nelle mani di una agenzia controllata da civili era tuttavia solo in parte effetto dell’emancipazione dagli interessi dei militari (18).

Le posizioni di responsabilità che Robin e Crary (i quali si conoscevano proprio per via delle loro esplorazioni dell’Antartide) occuparono nel nuovissimo quadro delle ricerche polari permise loro di promuovere l’adozione di nuove tecniche di esplorazione in glaciologia. I sistemi utilizzati fino ad allora, come la sismica a riflessione o la misurazione della gravità, erano quelli impiegati nella prospezione geologica finalizzata alla ricerca del petrolio (19). In particolare, i glaciologi misuravano la profondità del ghiaccio facendo esplodere piccole cariche di dinamite e analizzando le onde derivanti attraverso sismografi o geofoni (20). Comprendere la struttura della calotta polare antartica era da sempre stato l’obiettivo di Crary, ma i limiti delle tecniche utilizzate avevano reso impossibile raggiungere quell’obiettivo. Ovviamente non era semplice sondare un continente di 13 milioni di chilometri quadrati con le traversate dell’Antartide e coprendo territori impervi e a temperature sotto lo zero. Sarebbero serviti decenni per comprenderne la morfologia. La tecnica del radio ecoscandaglio era una novità importante la cui efficacia andava tuttavia verificata.

Nel 1962 Crary invitò Waite, di cui conosceva i lavori, a un incontro organizzato dallo SCAR. Waite a sua volta decise di organizzare un convegno per mettere a confronto le varie tecniche. Fu chiamato l’ “esperimento internazionale” e il suo scopo era quello di valutare i diversi sistemi di prospezione glaciologica esistenti in termini di accuratezza, velocità e costo (21). Si realizzò nell’aprile 1963 presso la base dell’aviazione statunitense di Thule, in Groenlandia, un avamposto di importanza strategica per gli Stati Uniti nel Polo Nord, dove si trovava anche un centro di ingegneria elettronica dell’esercito americano.

Gli strumenti di Waite ed Evans furono entrambi messi alla prova insieme ad altre tecniche (22). Un secondo test si realizzò nel 1964, quando risultò che lo strumento di Evans era particolarmente efficace, riuscendo a registrare la profondità di strati di ghiaccio fino a 1.500 metri. Da quel momento in poi la tecnica del radio ecoscandaglio cominciò a essere utilizzata più frequentemente in Antartide da varie organizzazioni di ricerca americane e inglesi. Altri gruppi di ricerca di altri paesi, quali la Russia, l’Australia e il Belgio, contribuirono autonomamente a sviluppare tecniche e tecnologie simili. Nel 1965 il Centro di ricerca geofisica e polare dell’Università del Winsconsin, al tempo uno dei maggiori promotori di traversate antartiche, utilizzò lo strumento di Waite nel corso dell’annuale missione statunitense Deep Freeze. L’anno successivo, una nuova versione del radio scandaglio di Evans, lo SPRI Mark II, fu utilizzato all’isola Ellesmere, in Groenlandia. L’aspetto più interessante di questa missione fu che per la prima volta lo strumento venne installato su un aeroplano. Test aerei erano stati effettuati anche durante gli esperimenti internazionali, ma il monitoraggio dell’isola danese fu effettivamente il primo progetto aereo di un certo spessore che mostrò come sorvolando un territorio ghiacciato si poteva sondare efficacemente il ghiaccio. Nello stesso anno, lo SPRI Mark II fu affidato allo scienziato ed esploratore inglese Charles Swithinbank della British Antartic Survey (BAS), la più importante organizzazione di ricerca del Regno Unito che si occupava del Polo Sud. Swithinbank usò lo strumento per sondare il ghiaccio della penisola antartica volando dalla base di Halley Bay con un piccolo aereo da cabotaggio (23).

Chiaramente l’uso del radar su aerei offriva vantaggi non indifferenti in quanto rendeva inutile l’esplosione di cariche di dinamite e soprattutto permetteva di sondare parti dell’Antartide difficili da raggiungere. Verso la fine del 1966 divenne chiaro che il radio ecoscandaglio, specialmente se utilizzato in operazioni aeree, era capace di avverare il sogno di Crary e Robin di ottenere dati sull’intera calotta polare antartica. Fu proprio questo obiettivo all’origine di un progetto molto più impegnativo e oneroso di quelli condotti fino ad allora. Già nel 1965 i manager dell’OAP avevano cominciato a riflettere sulla possibilità di realizzare un “laboratorio volante” (airborne laboratory), ovvero di installare su un aereo della marina americana una serie di sensori a distanza capaci di fornire informazioni sulle caratteristiche geografiche, geologiche e geofisiche dell’Antartide. Visti i recenti sviluppi della tecnica del radio ecoscandaglio, essi decisero di dare priorità proprio a questo genere di rilevamenti (24).

In un primo momento, gli americani pensavano che fosse lo strumento di Waite a fornire maggiori garanzie, tanto che la sua organizzazione di Fort Monmouth avrebbe dovuto occuparsi delle misurazioni della profondità del ghiaccio nel contesto degli studi del laboratorio volante (25). Ma nel giro di pochi mesi Crary si convinse che era più promettente lo strumento di Evans, forse per via delle recenti missioni aeree nella Penisola Antartica e nell’isola Ellesmere. Fatto sta che nel 1966 Crary discusse con Robin la possibilità di un programma di prospezione glaciologica per l’anno in corso. (26). I due presero accordi affinché fosse proprio il gruppo di glaciologi di stanza a Cambridge a dirigere le operazioni di radio ecoscandaglio nel contesto del nuovo laboratorio volante dell’NSF. La fondazione americana non avrebbe stanziato fondi per il team di ricerca inglese, ma avrebbe offerto gratuitamente il supporto logistico mettendo a disposizione l’aereo per le missioni. La ricerca su larga scala in glaciologia stava dunque per iniziare.

Il laboratorio volante
Tra il 1967 e il 1979, grazie all’uso del radio ecoscandaglio, gran parte del territorio antartico fu esplorato nel contesto di sei missioni esplorative organizzate congiuntamente dallo Scott Polar e dall’NSF. Robin, insieme ad Evans, diresse gran parte di queste missioni anche se dal 1974 la direzione del programma di ricerca fu affidata al fisico inglese David Drewry, che aveva fatto parte del team di ricerca dello Scott Polar fin dall’inizio. E fu Drewry a portare a termine le missioni e a occuparsi della progettazione e della stesura delle mappe glaciologiche e geofisiche dell’Antartide (27).

Ovviamente, nell’arco di un decennio, le modalità di prospezione glaciologica cambiarono enormemente così come cambiò anche il quadro politico-diplomatico in cui si materializzarono. Nel 1970 Crary lasciò l’NSF, mentre l’ufficio preposto alle spedizioni antartiche cambiava nome in Ufficio dei Programmi Polari (Office of Polar Programmes, OPP), contemplando così anche lo studio del Polo Nord. Il nuovo direttore dell’OPP, Philip M. Smith, si orientò esclusivamente verso il finanziamento di programmi di ricerca internazionali su larga scala. Il progetto anglo-americano continuò a svilupparsi sotto l’egida dello SCAR, ma dal 1970 divenne parte di un nuovo programma di ricerca internazionale, l’International Antarctic Glaciological Programme (IACP), di cui facevano parte anche Francia, Australia e Unione Sovietica. Il laboratorio volante ideato negli uffici dell’NSF si andò caratterizzando come piattaforma di lavoro per il gruppo di glaciologi dello Scott Polar, raggiungendo livelli tecnici per molti anni ineguagliati, anche dopo il lancio dei primi satelliti dedicati alla prospezione glaciologica e geofisica. Tutte le missioni si realizzarono durante l’estate australe, quando il team dello Scott Polar raggiungeva l’aeroporto di Christchurch, in Nuova Zelanda e da qui la base americana di McMurdo Sound in Antartide. Da McMurdo partivano poi tutti i voli verso le zone più remote del continente, per analizzare la profondità del ghiaccio e la morfologia del territorio sottostante.

Il laboratorio volante si rivelò una piattaforma efficientissima grazie soprattutto all’integrazione di varie tecniche e tecnologie di cui il radio ecoscandaglio era la più importante ma non l’unica. Per esempio, la selezione delle zone da esplorare seguiva un piano stilato in base ad accordi preliminari tra SPRI, NSF e il gruppo di volo VX-6 della marina americana, responsabile per le missioni antartiche fin dai tempi dell’operazione Highjump. Ma questi piani di massima venivano costantemente aggiornati in base alle previsioni meteorologiche. In quegli anni i primi satelliti americani, come il NIMBUS o l’ESSA, avevano iniziato a inviare fotografie alla base di McMurdo, contribuendo in maniera fondamentale alle missioni condotte con il radio ecoscandaglio (28).

Abbiamo parlato di big science poiché con il progetto SPRINSF si verificò il primo significativo allargamento della scala geografica di prospezione glaciologica. Fino ad allora i trasferimenti via terra o con piccoli aerei da cabotaggio avevano consentito ricerche su superfici limitate. Ora però, con lo stanziamento di fondi e mezzi ingenti, era possibile l’uso di un aereo di lunga distanza, con una significativa autonomia di volo e fatto apposta per monitorare l’Antartide nella sua interezza. Così come l’impiego di considerevoli risorse umane, piloti, ricercatori e personale di assistenza in volo e a terra. Fu una trasformazione radicale, con una nuova metodologia, quasi militare, del coordinamento delle fasi di ricerca (29).

Per la prima missione, quella del 1967-68, fu messo a disposizione dei glaciologi un vecchio C-121 Lockheed “Super Costellation” a cui fu aggiunto un serbatoio nella cabina passeggeri, visto che la missione aveva carattere sperimentale (30). Dalla missione successiva, quella del 1969-70, fu disponibile uno dei sei nuovi Lockheed C-130 “Hercules” acquistati dalla marina americana per l’Antartide. Nato come aereo da trasporto truppe nel corso della guerra di Corea, l’Hercules fu poi realizzato in varie versioni per rispondere a diverse esigenze. Il modello “F” fu progettato proprio per le operazioni in Antartide avendo delle slitte per permettere l’atterraggio e il decollo su piste corte, ghiacciate e innevate. Per le ultime due missioni fu utilizzato un nuovo modello, il C-130 “R” dotato di serbatoi esterni che consentivano di volare per distanze ancora più lunghe, raggiungendo così i 3.000 chilometri di autonomia (31).

Oltre ai mezzi aerei, anche gli strumenti di navigazione ebbero una grande importanza nello sviluppo delle missioni del laboratorio volante. Attorno agli anni Sessanta si realizzò la prima grande transizione dalla navigazione stimata (deadreckoning) a quella inerziale (inertial navigation). La prima definisce la posizione dell’aereo in relazione al calcolo della direzione, velocità e distanza dal punto di partenza (di cui si conoscono le coordinate) e trovò applicazione nelle prime due missioni. Tuttavia, i margini di errore raggiungevano i 30-35 chilometri rendendo impossibile una mappatura det- dossier/anno polare internazionale tagliata del teritorio (32). Dalla terza missione in poi (1971- 1972) il laboratorio volante fu dotato di due strumenti per la navigazione inerziale, i modelli Litton LTN-51, che sfruttavano giroscopi per calcolare la posizione dell’aereo in base alla sua accelerazione lineare e angolare. Sviluppati principalmente per la domanda militare (navigazione dei missili nucleari), i giroscopi presto furono impiegati nell’aviazione civile (33). Il passaggio alla navigazione inerziale assicurò una riduzione del margine di errore nel calcolo della navigazione di circa 5 Km. Inoltre, la grande affidabilità di questo metodo permise anche di cambiare completamente le modalità di esplorazione. Fino ad allora gli aerei avevano volato lungo le traiettorie tra le basi antartiche di partenza e di arrivo. Da quel momento in poi cominciarono a muoversi lungo le linee di un reticolo predefinito, per facilitare sia l’acquisizione dei dati che la successiva stesura delle mappe (34). Questo aspetto non era affatto di secondaria importanza visto che i ricercatori inglesi puntavano a stabilire con esattezza la profondità del ghiaccio per specifici punti di latitudine e longitudine. Fu per questa ragione che idearono anche sistemi per il trasferimento e l’immagazzinamento di questi dati di navigazione attraverso le famose scatole nere (35).

Abbiamo parlato di integrazione di tecnologie anche perché attorno al loro radar, gli specialisti dello Scott Polar progettarono una serie di strumenti di controllo, che ne esaltavano le qualità di analisi e ne estendevano le possibilità applicative. L’impulso radio ricevuto veniva infatti immesso in due oscilloscopi, l’uno utile all’operatore di bordo per calibrare il segnale (o modificarlo), l’altro collegato a una cinepresa che registrava il segnale su pellicola fotografica. Di fatto, l’uso integrato di oscilloscopio e fotografia permetteva di ottenere una sorta di “radiografia” dello strato di ghiaccio e delle formazioni sottostanti. Tutto ciò non sarebbe stato concepibile senza tecnologie di avanguardia, come per esempio gli oscilloscopi prodotti dalla casa statunitense Tektronix. Il modello 321, quello usato durante le missioni, era stato pubblicizzato come l’oscilloscopio per l’“ingegnere sempre in viaggio” visto che pesava pochissimo e quindi era ideale per l’uso a bordo di aeroplani. Queste possibilità di riproduzione fotografica erano forse state decisive nella scelta di Crary di affidarsi a Robin e Evans, piuttosto che a Waite, l’esplorazione della calotta polare antartica con il radio ecoscandaglio.

Tuttavia lo SPRI Mark II (e il suo successore, il IV) si mostrarono meno accurati del radar utilizzato dalla quarta missione in poi, quella del 1974-75, e realizzato dall’ingegnere elettronico Peter Gudmansen dell’Istituto Elettromagnetico del Politecnico della Danimarca (Technical University of Denmark, TUD). Il suo strumento, a differenza di quello di Evans, utilizzava l’amplificazione degli impulsi radio permettendo pertanto una analisi più dettagliata del ghiaccio come già dimostrato dalla sua prospezione della Groenlandia grazie sempre al supporto dell’NSF (36). La scelta cadde su Gudmansen anche in virtù del suo ruolo di primo piano nello sviluppo della tecnica del radio ecoscandaglio visto che fu lui a organizzare il primo incontro internazionale sulla “radio-glaciologia” a Lyngby nel 1970 (37). L’ingegnere danese era entrato a far parte del team di ricerca del laboratorio volante già dalla missione precedente (1971-72) ideando le antenne utilizzate per la ricezione del segnale radar e installate sull’aereo dalla Lockheed (38).

Questa integrazione di tecnologie fu ottimizzata dopo la missione del 1974-75 quando furono introdotti nuovi strumenti, quali un “oscillografo” prodotto dalla Honeywell che permetteva di stampare immediatamente su carta i profili dei rilevamenti ottenuti con il radar e un sistema computerizzato di trasferimento delle informazioni che permetteva ai ricercatori di mettere insieme i dati (specialmente latitudine e longitudine) direttamente dagli strumenti di bordo dell’aereo. Tutto sommato, fino alla metà degli anni Settanta il “laboratorio volante” era costituito da strumentazioni già disponibili per altri impieghi, ma in seguito si svilupparono specifiche tecniche per monitorare l’Antartide, la calotta polare e le caratteristiche morfologiche e geofisiche. Verso la fine degli anni Settanta furono poi sperimentate nuove tecniche di rilevamento quali per esempio l’analisi congiunta della profondità del ghiaccio con il radar e del magnetismo delle rocce sottostanti, che aprirono la strada a tutta una serie di applicazioni in glaciologia e geofisica ancora in uso oggi, specialmente negli studi di aerogeofisica (39).

Conclusioni
Le ricerche glaciologiche in Antartide continuano, ma nessuna ha più raggiunto la grandiosità di intenti e mezzi del programma di ricerca condotto dallo Scott Polar e dall’NSF, il vero – e forse l’unico – esempio di big science in glaciologia. Grazie a quelle ricerche pionieristiche furono raccolti dati preziosi sulla calotta polare che copre il continente antartico, mostrando le sue dimensioni, la sua profondità e stimando pertanto le quantità complessive di acqua che vi si trovano. Per effetto di questi studi sono stati sviluppati anche i primi modelli sul trascinamento e la deriva dei ghiacciai antartici. Sono stati infine esplorati territori di cui non si sospettava nemmeno l’esistenza, inclusi laghi “sub-glaciali” come il Vostok, di cui oggi si sta tentando di conoscere le caratteristiche fisico-chimiche attraverso il carotaggio del ghiaccio. Abbiamo tuttavia visto come l’inizio di queste ricerche fu segnato più dal caso che da un programma scientifico ad hoc. Si potrebbe persino parlare di serendipity visto che nessuno di coloro che influì nella nascita della tecnica del radio ecoscandaglio aveva alcuna intenzione di farlo (40). In ogni caso, il ruolo giocato dal malfunzionamento degli strumenti radio nelle primissime missioni testimonia l’importanza che gli errori strumentali possono avere nell’aprire strade nuove dello sviluppo scientifico (41). D’altro canto, la stessa tecnica raggiunse uno stato di sviluppo che permise il suo utilizzo in progetti di larga scala grazie al peso che la ricerca scientifica assunse nelle dinamiche geopolitiche della Guerra Fredda. La scelta strategico-propagandistica di fare dell’Antartide un “territorio di pace e di ricerca” mise a disposizione dei glaciologi americani e inglesi i mezzi per esplorare le possibilità applicative della tecnica del radio ecoscandaglio e in ultima istanza di promuovere il suo uso nel contesto del laboratorio volante. Il Trattato antartico aveva di fatto indicato l’importanza per tutte le nazioni che avevano mire territoriali e interessi sul continente disabitato di sviluppare nuove ricerche. E lo SCAR era l’unica istituzione che consentiva di raccordarle e metterle insieme. “Colonizzando” lo SCAR, alcuni glaciologi come Robin e Crary permisero di trasformare la disciplina e ottenere i fondi necessari allo sviluppo di progetti su larga scala.

All’intersezione tra scienza e diplomazia internazionale troviamo dunque gli interessi specifici che permisero l’attuazione del programma di ricerca congiunto SPRI-NSF. Ma forse esisteva nel programma di ricerca di cui abbiamo qui discusso gli aspetti salienti un risvolto ben più importante nel contesto della Guerra Fredda. Benché non esistano documenti d’archivio che lo provino in maniera definitiva, è plausibile che interessi militari abbiano continuato a giocare un ruolo nella promozione delle ricerche scientifiche. Come abbiamo visto, diverse istituzioni militari parteciparono e collaborarono allo sviluppo e all’utilizzo del radio ecoscandaglio. Fu infatti l’esercito americano a mettere a disposizione la base di Thule per l’esperimento internazionale e fu la marina americana a mettere a disposizione i suoi potenti aerei a lunga distanza per sondare l’Antartide. Perché? Va innanzitutto ricordata l’importanza dell’esplorazione dell’Antartide in un periodo in cui si riteneva possibile sfruttarne le risorse minerarie e geologiche. Si noti per esempio che la pubblicazione delle mappe glaciologiche e geofisiche dell’Antartide da parte dello Scott Polar si rese possibile grazie alla sponsorizzazione di due importanti gruppi petroliferi americani e statunitensi (42).

Le potenzialità applicative della tecnica ideata allo Scott Polar non passarono inosservate, se è vero che ai tempi della guerra del Vietnam ai ricercatori inglesi fu chiesto di sviluppare sistemi radio simili in grado di rilevare dal cielo la presenza di soldati che si nascondevano nella giungla (43). Sappiamo inoltre che i radio ecoscandagli trovarono applicazione come strumenti di bordo nei sommergibili nucleari che navigavano nelle regioni polari (specialmente al Polo Nord) poiché la rilevazione della profondità del ghiaccio consentiva – specialmente in prossimità del Polo – di individuare i possibili punti di emersione dei sommergibile. Si consideri inoltre che l’impiego di mezzi aerei per la ricognizioni del territorio era nata proprio per esigenze militari ed è del tutto plausibile che la marina statunitense fosse interessata alla raccolta di dati geodetici, morfologici e geografici che avrebbero consentito un controllo complessivo del teatro in cui si sarebbe dovuta combattere la guerra nucleare.

La possibilità di disporre dei dati raccolti, in effetti, avrebbe giocato un ruolo determinante nella decisione statunitense di concludere il programma di ricerca condotto in collaborazione con gli inglesi. Questo, infatti, fu terminato in tutta fretta sulla base di una valutazione complessiva dei suoi meriti e limiti. Verso la metà degli anni Settanta, infatti, si cominciò a intravedere la possibilità di usare satelliti artificiali nella prospezione geofisica e dunque si ritenne che anche il “laboratorio volante” fosse un po’ démodé (44). Tuttavia, al tempo solo il 60 per cento della calotta polare era stata esplorata e non esistevano chiare indicazioni su come il restante 40 per cento avrebbe potuto essere studiato attraverso i satelliti.

Ma determinante nella decisione di liquidare il programma sembra essere stato anche l’accessibilità delle informazioni accumulate nel corso della ricerca. I dati ottenuti attraverso il radio ecoscandaglio erano a disposizione di chiunque visitasse lo Scott Polar, mentre altri dati ottenuti nel corso delle missioni, quali ad esempio quelli sull’aeromagnetismo, furono messi a disposizione dai centri di ricerca americani che avevano gestito le operazioni con grande riluttanza (45). Gordon Robin protestò con l’NSF per questo atteggiamento e a sua volta si “vendicò” rendendo più difficile per i ricercatori americani l’accesso ai dati RES ottenuti nelle ultime missioni. A questo seguì a sua volta l’insoddisfazione dei manager dell’NSF sul programma e – come abbiamo visto – la fine delle missioni (46). Ma cosa aveva reso riluttanti gli americani nel mettere a disposizione i dati sull’aeromagnetismo? Sfortunatamente ancora non lo sappiamo, anche se risulta che quando infine furono messi a disposizione dei ricercatori inglesi e utilizzati nella stesura di articoli scientifici, qualcuno negli Stati Uniti, obiettò circa il loro utilizzo in pubblicazioni accademiche sostenendo che fossero di natura sensibile. Questa sarebbe dunque una ulteriore conferma dell’intreccio tra interessi militari e di ricerca nella storia della collaborazione anglo-americana. E mostrerebbe più in generale che la transizione della glaciologia alla big science fu non solo il risultato di nuove circostanze geopolitiche, ma forse anche di precise strategie sull’acquisizione e uso di dati glaciologici e geofisici nel confronto tra superpotenze.

NOTE
(1) 4.776 metri, secondo quanto riportato in: DAVID DREWRY (ed.), Antarctica’s Glaciological and Geophysical Folio, Scott Polar Research Institute, Cambridge 1983.
(2) Attraverso l’apposito consorzio al sito: www.nerc-bas.ac.uk/public/ [1] aedc/bedmap/DataSearch.html.
(3) Per le ragioni indicate nell’articolo di Fausto Ferraccioli, Tom Jordan e Hugh Corr in questo dossier.
(4) Il fenomeno è noto dalla metà degli anni Venti. Ovviamente il grado di penetrazione varia a seconda delle caratteristiche elettromagnetiche del ghiaccio che viene attraversato. Nel suo funzionamento la tecnica non differisce di molto dal più noto ecoscandaglio sonoro utilizzato in oceanografia. Per uno studio dettagliato (anche dal punto di vista scientifico) della sua evoluzione vedi: LOUISE A. PLEWES and BRYN HUBBARD, «A Review of the use of radio-echo sounding in glaciology», Progress in Physical Geography, 25, 2, 2001, pp. 203-236.
(5) Gli studi sulle attività di ricerca descritte in questo articolo si sono resi possibili grazie ad un finanziamento della fondazione Leverhulme (borsa di studio F00144AV), che gli autori ringraziano.
(6) LISLE A. ROSE, Assault on Eternity. Richard E. Byrd and the exploration of Antarctica, 1946-1947, Naval Institute Press, Annapolis 1980.
(7) JOHN C. BEHRENDT, The Ninth Circle. A Memoir of Life and Death in Antarctica, 1960-1962, Albuquerque, 2005, p. 8.
(8) Non è del tutto chiara l’orgine dell’acronimo SCR che per alcuni indicherebbe uno strumento radio prodotto dai Signal Research Corps e per altri, piú semplicemente “Set, Complete, Radio”. L’SCR 518 era conosciuto anche come AYA o altimetro a impulsi radio per elevate altitudini (High Altitude Pulse Altimeter). Per informazioni più generali sulla storia del radar vedi, ROBERT BUDERI, The Invention that Changed the World. The Story of Radar from War to Peace, New York 1996.
(9) A. WAITE and S. J. SCHMIDT, «Gross Errors in Height Indication from Pulsed Radar Altimeters Operating over Thick Ice or Snow», Proceedings of the Institute of Radio Engineers, IRE, June 1962, pp.1515-1520. E.K. GANNETT, «Radar Altimeters Fooled by Polar Ice and Snow», News Release from IRE, 20 March 1961.
(10) Gli studi di radio-astronomia avviati da Lovell erano anch’essi un risultato inaspettato delle ricerche di guerra. Lovell aveva perfezionato vari modelli di radar usati dagli aerei dell’esercito inglese nel corso della Seconda Guerra Mondiale, quando si era reso conto che essi potevano essere utilizzati per esplorare lo spazio, dando vita alle prime ricerche di radio-astronomia. Vedi DUDLEY SAWARD, Bernard Lovell: a biography, London 1984 e BERNARD LOVELL, The Story of Jodrell Bank, London 1968.
(11) Furono infatti riportate sul magazine inglese Discovery. ANGELA CROOME, «The IGY month by month», Discovery, May 1957, p. 210.
(12) Stanley Evans a Bernard Lovell, 25 Giugno 1956, in «IGY Minutes and Reports, Antarctic Subcomittee», IGY 3/1, Archivio della Jodrell Bank, Biblioteca John Rylands, Manchester.
(13) S. EVANS, «Polar Ionospheric Spread Echoes and the radio frequency properties of Ice Shelves», Journal of Geophysical Research, 66, 1961, pp. 4137-4141. Nell’ottenere questi risultati Evans si era avvalso della collaborazione di Walter Piggott che aveva pure lui compreso come la riflessione delle onde elettromagnetiche sotto al ghiaccio era all’origine dei fenomeni di interferenza. W.R. PIGGOTT and L.W. BARCLAY, «The Reflection of Radio Waves from an Iceshel», Journal of Atmospheric and Terrestrial Research, 20, 1961, pp. 298-299.
(14) S. EVANS, «Radio Technique for the Measurement of Ice Thickness », Polar Record, 11, 1963, pp. 406-410. L’acronimo SPRI MARK I indica il primo modello (in genere sempre indicato in inglese come “Mark”) ideato allo Scott Polar Research Institute (o appunto SPRI).
(15) Si trattava di Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Unione Sovietica, Australia, Nuova Zelanda, Cile, Argentina, Sud Africa, Belgio, Giappone e Norvegia.
(16) Come si legge nelle prime righe del trattato: «Governi dell’Argentina, dell’Australia, dei Belgio, del Cile, della Repubblica Francese, del Giappone, della Nuova Zelanda, della Norvegia, dell’Unione Sud- Africana, dell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, del Regno Unito di Gran Bretagna e d’Irlanda del Nord e degli Stati Uniti d’America, riconoscendo che giova all’interesse di tutta l’umanità che l’Antartide sia riservata per sempre soltanto ad attività pacifiche e non divenga né il teatro né il motivo di vertenze internazionali; apprezzando l’ampiezza dei progressi attuati dalla scienza grazie alla cooperazione internazionale in materia di ricerca scientifica nell’Antartico; persuasi che sia conforme agli interessi scientifici e al progresso dell’umanità di istituire una solida struttura che consenta di proseguire e di sviluppare tale cooperazione, fondandola sulla libertà della ricerca scientifica nell’Antartide, come essa è stata praticata durante l’Anno Geofisico Internazionale; convinti che un Trattato inteso a riservare l’Antartide soltanto per attività pacifiche e a mantenere in questa regione l’armonia internazionale gioverà agli intenti ed ai princìpi della Carta delle Nazioni Unite; hanno convenuto quanto segue: «Nell’Antartide sono autorizzate soltanto attività pacifiche. Sono vietati, fra l’altro, tutti i provvedimenti di carattere militare, come l’insediamento di basi, la costruzione di fortificazioni, manovre ed esperimenti di armi di qualsiasi genere». Trattato Antartico (o di Washington), 1° Dicembre 1959 (ratificato 23 Giugno 1961). Vedi: http://it.wikisource [2]. org/wiki/Trattato_sull%27Antartide_-_Washington%2C_1_dicembre_ 1959.
(17) Nell’istituzione dell’agenzia, un ruolo di primo piano era stato giocato dal manager della scienza Vannevar Bush. Vedi: JESSICA WANG, «Liberals, the Progressive Left, and the Political Economy of Postwar American Science: The National Science Foundation Debate Revisited », Historical Studies in the Physical Sciences, 26, 1995, pp. 136-166.
(18) Come notò nel 1965 Brian Roberts, diplomatico britannico e ricercatore dello Scott Polar, «Il Dipartimento della Difesa e l’NSF sono le due agenzie statunitensi che operano in Antartide. Il primo coordina tutti i programmi scientifici in collaborazione con le altre agenzie del governo, mentre il secondo si occupa della logistica. […] I piani quinquennali elaborati dall’NSF vengono analizzati minutamente dagli ufficiali del Dipartimento di Stato e della Difesa per verificare che essi siano in linea con gli interessi strategici e le politiche messe in atto dagli Stati Uniti in Antartide». Lettera di Roberts a Vivian Fuchs, direttore della BAS, 19 Maggio 1965, “Foreign Activities AMERICA” busta AD3/1/AS/131/1, Archivio della BAS, Cambridge.
(19) Una descrizione di queste tecniche può essere trovata in SIMONE TURCHETTI, Il Caso Pontecorvo. Fisica Nucleare, politica e servizi di sicurezza nella guerra fredda (Sironi Editore, Milano 2007), capitolo 2.
(20) Uno dei maggiori esperti, John C. Berehndt ne descrive le caratteristiche in The Ninth Circle.
(21) A. WAITE, «The International Cooperative Experiment on Glacial Sounding, Sponsored by USAEL and USACRREL, Greenland 1963 and 1964». Intervento all’incontro sulla mappatura del ghiaccio («Glacier Mapping Symposium») organizzato dal Canadian National Research Council a Ottawa, 15 Settembre 1965. dossier/anno polare internazionale
(22) CHARLES SWITHINBANK, Forty years on ice. A Lifetime of Exploration and Research in the Polar Regions, Sussex, 1998, p. 79.
(23) Swithinbank, ibidem, 36.
(24) Una descrizione dettagliata del piano di ricerca per il laboratorio volante si trova in Appendix I –Airborne Laboratory, 44-46 di «Plans for U.S. Science Activities in Antarctica, 1968-1972 (Five Year projection)», 1° Giugno 1968 Box 1, Carte dell’NSF, Archivio Nazionale degli Stati Uniti (US National Archives and Record Administration), Washington DC (from now on NARA).
(25) T.O. Jones a A. P. Crary, 30 Agosto 1965 e «Preliminary forecast of 1966-67 U.S. Antarctic Research Program Activities» in Budget Box 1, NSF 307/32, NARA.
(26) L’anno prima l’esploratore americano aveva già aiutato lo Scott Polar, facendo sì che la fondazione americana Ford, di cui era un consigliere, finanziasse il progetto per la costruzione di un nuovo edificio. La notizia è riportata in «Foreword», Polar Records, 12, 1965, p. 681. Le attività della fondazione sono discusse anche in JOHN KRIGE, American Hegemony and the Postwar Reconstruction of Science in Europe, Cambridge, Mass., 2006, 172-173.
(27) Le sei missioni si realizzarono rispettivamente nelle estati australi degli anni 1967-68; 1968-69; 1971-1972; 1974-1975; 1977-1978; 1978-1979.
(28) S. EVANS, D. DREWRY, and G. ROBIN, «RES in Antarctica, 1971- 1972», Polar Record, 16, 1972, pp. 207-212.
(29) Lo stesso Drewry parlerà in proposito di missioni di ricerca come vere e proprie “campagne militari” in cui due gruppi di ricerca e due gruppi di pilotaggio si alternavano mantenendo l’aereo quasi costantemente in volo. Intervista con il professor David Drewry all’Università di Hull a cura di Simone Turchetti, 6 Aprile 2004. Chiaramente l’uso del termine big science indica qui una estensione geografica e manageriale della ricerca. Ciò non significa che in termini di finanziamento essa sia comparabile ad altre esperienze di big science quali quelle che caratterizzarono la fisica delle alte energie ad esempio. Sulla big science vedi PETER GALISON and BRUCE HEVLY (eds), Big Science: The Growth of Large-Scale Research, Stanford University Press, Stanford 1992; Derek de Solla Price, Little Science, Big Science, New York, 1963.
(30) Anon., «Radio Echo Exploration of the Antarctic Ice Sheet», Polar Record , 14, 19672, pp. 11-213.
(31) Una descrizione dei nuovi C130 utilizzati per le esplorazioni dell’Antartide si trova in «Use of Jet-Prop Aircraft at US Antarctic Stations, 1960», Polar Record, 10, 1960, p. 298. Una analisi delle loro caratteristiche tecniche nelle missioni in D.J. DREWRY and D.T. MELDRUM, «Antarctic airborne radio echo sounding, 1977-1978», Polar Record, 19, 1978, 268.
(32) G. ROBIN, D. DREWRY and D. MELDRUM, «International studies of ice sheet and bedrock», Philosophical Transactions of the Royal Society of London, 279, 1977, pp. 185-96.
(33) La Litton era la tipica società start-up americana che divenne leader nel settore della produzione dei giroscopi. Se ne parla in DONALD MACKENZIE, Inventing accuracy: A Historical Sociology of Nuclear Missile Guidance, Cambridge, Mass., 1990, p. 174.
(34) D. DREWRY, «RES Map pf Antarctica», Polar Record, 17, 1975, pp. 359-360.
(35) Anon., «RES», Ice 16, 1962, pp. 10-12.
(36) In questo caso sia logistico che finanziario.
(37) Ovvero lo sviluppo di studi glaciologici attraverso la tecnica del radio ecoscandaglio. Vedi: Proceedings of the International Meeting on Radioglaciology, Lyngby (Denmark), Maggio 1970. Va tuttavia considerato che l’NSF potrebbe avere optato per lo strumento dell’accademico danese sia per ragioni tecniche che politiche, visto che la Danimarca (uno stato membro della NATO) aveva sovranità sulla Groenlandia, un territorio di importanza cruciale nelle strategie nucleari defensive e di attacco per gli Stati Uniti.
(38) S. EVANS, D. DREWRY and G. ROBIN, «RES in Antarctica, 1971- 1972», Polar Record, 16, 1972, pp. 207-212.
(39) Vedi articolo di Ferraccioli, Jordan, Corr in questo dossier.
(40) Il termine deriva come noto da un racconto di Horace Walpole del 1754 in cui tre prinicipi di Serendip (lo Sri Lanka) “scoprivano cose nuove per caso e ingegno, di cose che non stavano cercando”. ROBERT K. MERTON and ELINOR BARBER, The Travels and Adventures of Serendipity. A Study in Sociological Semantics and the Sociology of Science, Princeton, 2004; ROYSTON M. ROBERTS, Serendipity. Accidental Discoveries in Science, New York, 1989.
(41) Sull’analisi del valore epistemologico dell’errore vedi ad esempio JUTTA SCHICKORE, «Through thousands of errors we reach the truth’ – but how? On the epistemic role of error in scientific practice», Studies in the History and Philosophy of Science, 36, 2005, pp. 539-556.
(42) KATRINA DEAN, SIMON NAYLOR, SIMONE TURCHETTI and MARTIN SIEGERT, «Data in Antarctic Science and Politics», articolo di prossima in pubblicazione.
(43) Una proposta che tuttavia fu prontamente rifiutata. Intervista di K. Dean a C. Swithinbank, 2, 6, 2004.
(44) «L’esplorazione non è più l’obiettivo primario della ricerca nell’Antartide. I metodi avanzati di fotografia satellitare forniscono molti piú dati sulle sue caratteristiche geografiche e fisiche…», NSF Science Operation Plan, 1977-1982’, in «Long Range Plans, Box 1, NSF 307/93, NARA».
(45) Lo studio dell’aeromagnetismo, specialmente in combinazione con la prospezione glaciologica, permette di ottenere dati preziosi sulle strutture geologiche sotto la calotta polare, quali ad esempio bacini sedimentari e faglie. Vedi articolo di Ferraccioli et. al. in questo dossier.
(46) KATRINA DEAN, SIMON NAYLOR, SIMONE TURCHETTI and MARTIN SIEGERT, «Data in Antarctic Science and Politics».