Tav, faremo come la Francia?

Fino a 54 milioni di euro. È questa la cifra che la  Val di Susa, e i comuni interessati dalla Tav, potrebbe vedersi entrare in tasca come  bonus, sotto forma di sgravi fiscali e convenzioni con gli hotel del posto per gli operai della  Torino-Lione durante tutta la durata dei lavori. Il  governo Monti prova così a intraprendere le trattative con i  manifestanti no Tav della Val di Susa che, a detta di molti, hanno più il sapore di un  contentino che di vere e proprie trattative. 

In pratica, il piano per l’intesa con i no-Tav di cui si è parlato venerdì a  Palazzo Chigi prevedrebbe tre diverse classi di bonus a favore dei comuni interessati: sgravi fiscali, vitto e alloggio degli operai presso le strutture alberghiere locali e nuovi posti di  lavoro presso i cantieri dopo opportuni corsi di formazione per i cittadini del posto. Misure che da un parte suonano come promesse per rilanciare l’economialocale, ma dall’altra come premio di consolazione. 

Se però le misure di Monti sembrano solo un modo per  riparare a decisioni già prese, per le grandi opere ancora di là da venire le regole potrebbero cambiare. Quello che emerge infatti dalle consultazioni di Palazzo Chigi della scorsa settimana è l’intenzione di avviare una revisione dell’attuale legislazione, che preveda, ispirandosi al modello francese del  Débat Public, una partecipazione più larga dei soggetti direttamente interessati. Una revisione inizialmente avanzata dal ministro dello sviluppo Corrado Passera e affidata a  Mario Virano, capo dell’ Osservatorio tecnico della Torino-Lione. 

Un’intenzione che a Palazzo Chigi sembrerebbero aver preso sul serio, con un disegno di legge in materia che potrebbe essere già pronto per la fine del mese. Ma cos’è il  Débat Public francese? Attuata oltralpe dal 1995, grazie alla  legge Barnier, si tratta di una procedura che prevede una democrazia partecipativa dei soggetti direttamente interessati dalle grandi opere con un notevole impatto ambientale. In pratica, una volta sviluppato un progetto, questo viene presentato, in tutte le sua parti (aspetti economici, sociali e ambientali), dal promovente a una commissione speciale, che riunisce tutti i soggetti interessati (amministrativi locali, associazioni ambientaliste, etc). Questi poi hanno  sei mesi di tempo per studiare, confrontarsi sulla situazione ed esprimere una loro valutazione. 

A questo punto il parere viene comunicato al promovente, che può rinunciare alla costruzione dell’opera o accettare le indicazioni e le modifiche suggerite dalla commissione in questa fase preliminare di discussione. O ancora, in caso contrario, non tenerne conto. In questo caso però, qualora sorgano contestazioni il promovente non potrà contare sulle istituzioni, perché preventivamente avvisato. 

Di débat public all’italiana si era già sentito parlare nel 2008, quando il borgo di Castelfalfi, nel comune di Montaione, in provincia di Firenze, si oppose al progetto che una multinazionale tedesca nel campo del turismo aveva messo in cantiere per trasformare il territorio in un polo turistico con nuovi edifici e strutture. In quel caso infatti l’opposizione del comune locale spinse le parti coinvolte a rivedere il progetto, sviluppandone uno che meglio rispondesse alle esigenze di  entrambi. Così grazie a assemblee, visite guidate, incontri con i professionisti, la consultazione ha portato a rivedere il progetto, nel rispetto del territorio e dei suoi attori principali. Una dimostrazione della fattibilità di un dibattito esteso, sui temi di interesse pubblico, dèbat public appunto.
 
In pieno accordo ai capisaldi del modello francese che dichiara“Il principio di partecipazione risulta da una parte in una presa di coscienza degli impatti di certi progetti di sviluppo o di infrastrutture sull’ambiente e dall’altra in un’evoluzione nel principio di consultazione prima della realizzazione di progetti che sfruttano il territorio”. In Francia, lì dove si trova l’altro capolinea della Torino-Lione, le leggi in materia di débat public sono state da un lato la conseguenza di una maggiore presa di coscienza nei confronti dell’ ambiente, dall’altra la conseguenza dei conflitti sorti intorno alle problematiche di progetti che riguardavano le infrastrutture. Proprio come potrebbe accadere in Italia, un bel passo avanti rispetto all’attuale democrazia partecipativa che, Castelfafi a parte, è oggi in vigore, ridotta ad annunci diffusi sui giornali e contro cui poco può il parere del cittadino.

In questo modo, invece, le discussioni con le parti interessate prima dell’approvazione di un’opera dovrebbero servire a contenere le contestazioni. In Francia, infatti, il modello di democrazia partecipativa del Débat Public ha ridotto dell’80% le contestazioni in materia di grandi opere con notevole impatto ambientale.

via wired.it

Credit immagine a Leonardo Zanchi/ Flickr 

2 Commenti

  1. Se non vado errato nella legge istitutiva dello Studio (Valutazione) di Impatto Ambientale c’è una norma che riguarda la partecipazione dei cittadini ai processi riguardanti piani pubblici (come lo è d’altronde per i PRG).
    Sempre se non vado errato, queste norme furono riviste circa 10anni fa’ dalle Leggi Obiettivo dei Governi Berlusconi.

  2. Il debat public? in italia una buffonata. A genova lo abbiamo sperimentato sulla nostra pelle con la nuova gronda autostradale.

    La dichiarazione conclusiva diceva piu o meno che la costruzione dell opera (35 km in galleria sotto rocce amiantifere) non valeva gli eventuali benefici e soprattutto su 5 proposte di tracciato non era stata prevista l opzione 0.

    Come è finita? la nostra sindaco, il nostro presidente di provincia e il nostro presidente di regione…hanno deciso che sa da fare… per fortuna il ministro dell ambiente al momento ha bloccato tutto per avere maggiorni rassicurazioni dal punto di vista di VIA ….

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