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Perché non si arrestano i contagi da Hiv

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4000 nuovi casi all’anno in Italia. 150mila i sieropositivi. Aumento di infezioni del 10-15% nella fascia più giovane, tra i 16 e i 25 anni. Sono questi i dati (allarmanti) sull’Hiv illustrati dagli esperti riuniti a Roma in occasione della VI edizione di Icar [2] (Italian conference on Aids and retrovirus), promossa da Simit (Società italiana malattie infettive e tropicali). Ma non ci sono solo i crudi numeri a tracciare il quadro delle infezioni da Hiv.

Dalla metà degli anni Ottanta ad oggi la distribuzione dei casi per modalità di trasmissione ha subito un notevole cambiamento: la proporzione di quelli dovuti alla trasmissione per scambio di siringhe è diminuita dal 76,2% nel 1985 al 5,3% nel 2012, mentre sono aumentati i casi attribuibili a trasmissione sessuale. In particolare, quelli da trasmissione eterosessuale sono aumentati dall’1,7% nel 1985 al 42,7% nel 2012 e i casi attribuibili a trasmissione omosessuale nello stesso periodo sono aumentati dal 6,3% al 37,9%. Ma perché, a oltre trent’anni dalla sua scoperta, e dopo innumerevoli campagne di informazioni, i contagi da Hiv non si arrestano? Lo abbiamo chiesto a Carlo Federico Perno, ordinario di Virologia Università di Roma Tor Vergata. Ecco cosa ci ha raccontato.

Professor Perno qual è il dato più allarmante che emerge dallo stato sulle infezioni da Hiv?

“Il problema principale è l’aumento di casi per trasmissione sessuale, sia tra gli eterosessuali che tra gli omosessuali. E soprattutto tra i ragazzi, che per la loro età e per il facile accesso ai mezzi di informazione, dovrebbero avere più conoscenze. Ma in realtà è un problema generale. Il dato più preoccupante è che contemporaneamente si è allargata la forbice di età: si notano sempre più casi tra ragazzi adolescenziali e persone anziane, anche di ottanta anni”.

Quali potrebbero essere le cause di questo aumento dei casi di infezione da Hiv?

“L’abbattimento della percezione della malattia ha fatto sì che i comportamenti a rischio siano aumentati. Sostanzialmente si è abbassata la soglia di attenzione. Ci sono una serie di fattori che hanno portato a questa situazione. Il primo è sicuramente la mancanza di campagne di comunicazione – che in passato ci sono state – per cui la percezione della malattia e la completa incoscienza di fronte alla gravità della stessa ha fatto sì che i comportamenti a rischio siano aumentati. Il secondo fattore che potrebbe aver influenzato questa impennata nelle infezioni è che questa malattia mortale è divenuta curabile. Attenzione: curabile non guaribile. Quindi c’è mancata percezione della pericolosità della malattia, casi analoghi si hanno per la sifilide, la gonorrea, il papilloma virus. C’è la sensazione che i nuovi farmaci rendano questa malattia controllabile nella maggior parte dei casi. Infine noi specialisti abbiamo la sensazione che le denunce di infezione siano sensibilmente inferiori rispetto ai casi effettivi, mentre serve far ’emergere’ i casi sommersi, che possono causare un aumento dei contagi”.

Dai dati della Conferenza ICAR risulta che in Italia le diagnosi sono spesso tardive. Cosa si rischia con una diagnosi tardiva?

“L’Italia è il paese in Europa che fa la diagnosi dell’Hiv più tardiva. E più è tardiva più è difficile controllare il virus. In questo modo il paziente ha un’aspettativa di vita più breve e ha avuto più tempo per infettare altre persone, aumentando così il rischio di trasmissione del virus. Sicuramente il fatto che l’età della diagnosi sia sempre più alta – circa 38 anni per i maschi e 36 anni per le femmine – è allarmante. Ma l’età media di diagnosi è aumentata perché si è allungata la vita media della popolazione e perché l’attività sessuale è ormai intensa anche in età avanzata”.

Come è possibile intervenire per limitare i nuovi contagi?

“Sicuramente bisognerebbe fare una nuova e migliore campagna di informazione sull’Aids e su tutte le malattie sessualmente trasmesse. In realtà tutte le campagne di informazione dovrebbero essere fatte a livello nazionale ma anche locale perché c’è differenza tra regioni (le prime due regioni per casi di Aids sono la Lombardia con il 27,6% e il Lazio con il 14,5%, nda). Inoltre servirebbe una buona campagna di prevenzione. Non bisogna dimenticare che l’Hiv è un virus che, una volta preso, ci accompagna per tutta la vita. Infine sarebbe utile offrire il test in maniera più proattiva. Ripeto ‘offrire’ perché il test si offre, non si impone. Ma il problema è che molto spesso non viene offerto. Molti medici non focalizzano i sintomi di una persona come potenzialmente collegabili all’Hiv: il medico di base per primo, di fronte a determinati segni e comportamenti, dovrebbe pensare all’Hiv e proporre il test”.

Credits immagine: AJC1 [3]/Flickr
 


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