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L’Hiv non mi riguarda

Sì, gli italiani lo sanno che l’infezione da Hiv è una cosa seria, che si trasmette principalmente attraverso rapporti sessuali non protetti, che sarebbe meglio chiedere al proprio nuovo partner di fare il test, che i farmaci per trattare l’infezione sono diventati più potenti e permettono alle persone sieropositive di vivere a lungo. Le campagne di informazione, attive soprattutto negli anni Novanta, hanno fatto il loro effetto. Peccato, però, che quando poi viene il momento di mettere in pratica la teoria le cose vadano un po’ peggio. Già, perché forse a causa dell’immagine distorta e stereotipata che la maggioranza delle persone ha del sieropositivo, l’80% degli italiani ritiene di non essere a rischio di contrarre il virus. I dati emergono da un’indagine condotta da Gfk Eurisko, grazie al supporto di Gilead, su un campione di oltre mille italiani rappresentativo della popolazione.

L’infezione – che per il 60% degli intervistati è facile da prendere – riguarda secondo loro però quasi esclusivamente i tossicodipendenti, gli omosessuali e quanti hanno relazioni sessuali promiscue. Solo 2 su 10 pensano che maggiormente a rischio siano anche gli eterosessuali. Ma oggi sappiamo che non è così. I tossicodipendenti rappresentano solo il 5% dei circa 4mila nuovi infettati diagnosticati ogni anno, e il 42,7% delle infezioni avviene attraverso rapporti etero, contro il 38% da rapporti fra maschi. “Questi risultati dimostrano quanto oggi la percezione del malato di Hiv sia ancora legata a stereotipi e false credenze dovute probabilmente a carenza di informazioni”, commenta Isabella Cecchini, direttore del dipartimento di ricerche sulla salute di Gfk Eurisko. “Carenza di informazioni che rischia di penalizzare soprattutto i più giovani, che per scarsa conoscenza e consapevolezza arrivano a ghettizzare, in 9 casi su 10, i malati di Hiv nella categoria dei tossicodipendenti”.

La bassa percezione del rischio può portare a comportamenti che paradossalmente il rischio lo alzano. Così come dimostra la scarsa conoscenza dello strumento del test dell’Hiv: il 46% del campione lo indica come possibile strumento di prevenzione e controllo, ma solo il 3% ritiene vi si faccia ricorso. “La diagnosi precoce è fondamentale perché è provata la correlazione fra l’inizio delle terapie e l’incremento della durata di vita”, spiega Andrea Antinori, direttore malattie infettive all’INMI Lazzaro Spallanzani di Roma. “Si stima che nel mondo solo la metà delle persone con Hiv ne sia a conoscenza. Anche in Italia su oltre 120mila persone con diagnosi Hiv/Aids, il 15-20% non è al corrente della propria sieropositività. Nel 2012 almeno il 50% di nuovi casi di infezioni diagnosticati erano già in fase avanzata di malattia”. I nuovi diagnosticati sono nella stragrande maggioranza uomini (79%) e hanno in media 38 anni. 

Gli italiani dimostrano però di sapere quanto importante è stata la ricerca in campo farmacologico nella lotta all’Hiv/Aids. E infatti nel 46% dei casi dichiarano che oggi, rispetto al passato, la malattia è più controllabile. “La nostra terapia è passata da essere nulla, a essere complicata, a essere oggi, finalmente, semplice da gestire”, spiega Rosaria Iardino, presidente onorario di Network Persone Sieropositive Italia Onlus. “Oggi abbiamo uno strumento innovativo e potente in più, una pillola che somma insieme l’azione di eltegravir, molecola che sopprime il virus in tempi molto rapidi, a quella di cobicistat, che prolunga e stabilizza la permanenza in circolo dell’inibitore dell’integrasi e quindi permette l’assunzione del farmaco una sola volta al giorno”, spiega Giovanni Di Perri, ordinario di Malattie Infettive all’Università degli Studi di Torino. Il farmaco è ora rimborsato dal Sistema Sanitario Nazionale. “L’accesso ai farmaci innovativi è una tematica di attualità: in Italia non viene infatti garantito un rapido accesso anche quando sono dimostrate efficacia e sicurezza. Ci auguriamo che questo non accada anche per questo nuovo farmaco”, conclude Iardino