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La lunga coda di ebola

(Aggiornamento del 18-3-2016. L’Oms ha annunciato 2 nuovi casi di ebola in Guinea. Come si temeva, i flare up della malattia sono arrivati).  

Anche se Zika [1]è il virus del momento, ebola [2]continua a far parlare di sé. Nonostante l’epidemia sia  considerata ormai conclusa, ora medici e volontari si trovano ad affrontare una nuova serie di problemi legati alla cosiddetta “sindrome post ebola”, un insieme di sintomi che colpiscono i sopravvissuti, di cui sappiamo ancora pochissimo. E anche se è terminata la fase di trasmissione attiva del virus, non è ancora tempo di abbassare la guardia: nuovi dati sembrano infatti confermare che gli ex pazienti potrebbero continuare a rappresentare una possibile fonte di contagio attraverso i rapporti sessuali, anche a diversi mesi dal termine dell’infezione acuta. Per questo l’Oms raccomanda di mantenere alta la sorveglianza nelle zone colpite dall’epidemia, per evitare nuovi flare-up della malattia.

Come emerge dai dati più recenti, sappiamo ancora molto poco della sindrome post-ebola, e della persistenza del virus nei 17mila sopravvissuti. Seppur guariti, infatti, per molti di loro i problemi non sono affatto finiti: a oltre sei mesi dalla guarigione, spiega uno studio del National Institutes of Health [3], un’alta percentuale dei superstiti presenta problemi neurologici come mal di testa, depressione, difetti di memoria, allucinazioni e debolezza, dolori muscolari. Tutti sintomi che potrebbero rivelare la presenza di danni cerebrali permanenti causati dalla malattia.

Proprio la scorsa settimana, l’epidemiologo liberiano Mosoka Fallah ha riportato i primi risultati del più grande studio mai condotto sui sopravvissuti a Ebola [4], in una conferenza a Boston, raccontando che più della metà dei pazienti infettati hanno poi riferito problemi muscolari e articolari. Inoltre due terzi hanno avuto difficoltà neurologiche e il 60% ha segnalato problemi agli occhi anche un anno dopo l’infezione.

Ma non è ancora chiaro se i sintomi neurologici nei sopravvissuti siano un risultato diretto del virus o, invece, una risposta del sistema immunitario alle infezioni. L’Hiv, per esempio, infetta i macrofagi (una classe di cellule del sistema immunitario) presenti nel cervello, inducendo il rilascio di citochine, piccole proteine altamente tossiche per le cellule nervose. Anche ebola, come confermano alcuni studi sulle scimmie, infetta i macrofagi e innesca una tempesta di citochine, e secondo alcuni esperti questo potrebbe spiegare i problemi di memoria, mal di testa e disturbi del movimento. Un’altra ipotesi è che il virus potrebbe persistere e replicarsi anche molto tempo dopo essere stato eliminato dal sangue: i dati disponibili indicherebbero ad esempio che il bulbo oculare offra al virus un posto sicuro, un sito difficilmente raggiungibile dal sistema immunitario.

Ma questo non è il solo nascondiglio per ebola. I testicoli, il sistema nervoso centrale e la cartilagine articolare possono agire come vere e proprie tane per un certo numero di agenti patogeni. Quando il sistema immunitario attacca, queste strutture vitali sono a rischio di danni collaterali e per proteggersi dalla risposta infiammatoria si sono adattate con meccanismi intelligenti, tra cui molecole immunosoppressive e barriere fisiche. E proprio queste “misure di sicurezza” potrebbero aiutare a sopravvivere anche i virus, come avvenuto nel caso di Pauline Cafferkey [5], l’infermiera scozzese che nove mesi dopo essere guarita dal virus è stata nuovamente ricoverata in gravi condizioni, presentando ancora tracce di ebola nel liquido spinale.

Certo è che gli studi hanno ormai dimostrato che il virus persiste a lungo in zone del corpo come occhi, latte materno, liquido amniotico e sperma. Quest’ultimo può contenerne delle tracce anche un anno dopo aver contratto l’infezione. Inoltre, recenti indagini hanno sottolineato come in alcuni uomini il virus sia scomparso dallo sperma per poi riapparire nel corso dell’anno.

Se però si escludono i rapporti sessuali, il rischio di contagio è molto basso. A svelarlo è una ricerca [6]della University of East Anglia apparsa su Plos Neglected  Tropical Diseases, che ha esaminato la presenza e la persistenza del virus ebola in diversi fluidi corporei nei superstiti, come il sangue, il sudore, l’urina, il latte materno, lo sperma, le feci e vomito. Ed ecco la buona notizia: sembra che il rischio di contrarre ebola da fluidi corporei sia bassissimo. Con l’eccezione, ovviamente, della trasmissione per via sessuale attraverso lo sperma: il 70 % dei campioni di sperma di sopravvissuti sono risultati positivi per il virus nei primi sette mesi dopo la malattia.

Anche per questo, l’Oms ha aggiornato le linee guida necessarie per evitare la ri-emergenza delle infezioni per trasmissione sessuale. “Tutti i sopravvissuti”, raccomanda, “e i loro partner devono ricevere una consulenza per assicurare pratiche sessuali più sicure ed essere forniti di condom. Inoltre devono sottoporsi a test dello sperma 3 mesi dopo l’insorgenza della malattia. Per coloro che risultano positivi l’esame va ripetuto ogni mese, fino a quando risulta negativo per due volte consecutive. Se lo sperma di un superstite non è mai stato testato, deve continuare a praticare sesso sicuro per almeno 12 mesi dopo la comparsa dei sintomi. I sopravvissuti devono mantenere una buona igiene delle mani e personale, con il lavaggio accurato e tempestivo con acqua e sapone dopo ogni contatto fisico con lo sperma. Inoltre, anche in assenza di rischio di trasmissione, si raccomanda l’uso dei preservativi per prevenire l’Hiv, altre malattie sessualmente trasmissibili e gravidanze indesiderate. A tutti i sopravvissuti, i loro partner e le famiglie dovrebbero essere mostrato rispetto, dignità e compassione”.

Credits immagine: NIAID [7]/Flickr CC