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Hiv, la ricerca serve ancora

Rispetto a quello che succedeva 20 anni – quando le terapie erano molto pesanti, le pillole da prendere decine in un giorno, i morti per Aids ancora molti -, si potrebbe pensare che sul fronte della ricerca per sconfiggere l’infezione da Hiv non ci sia più molto da fare. “Nulla di più sbagliato. È vero i problemi di oggi non sono quelli di quando abbiamo iniziato questa battaglia, ma ce ne sono ancora, ed è necessario che la ricerca si impegni per risolverli”, spiega Massimo Andreoni, direttore U.O.C. Malattie Infettive e Day Hospital Dipartimento di Medicina del Policlinico Tor Vergata di Roma. “Abbiamo 25 farmaci a disposizione, ma è indispensabile svilupparne di nuovi perché la terapia contro Hiv è ormai cronica, e sul lungo periodo si sviluppano tossicità che dobbiamo essere in grado di gestire con specialità che garantiscano una migliore aderenza”. Servono medicinali meno tossici, ma anche che agiscono più a lungo, che possano essere somministrati 1 volta ogni mese o addirittura ogni 3.

Sul fronte dei nuovi farmaci è da segnalare l’arrivo anche in Italia della prima terapia a base di Taf. “Si tratta di un pro-farmaco del tenofovir, una molecola ‘storica’ nel trattamento dell’infezione da Hiv che ha qualche problema di tossicità, principalmente a carico del rene e dell’osso”, spiega Andrea Antinori, direttore U.O.C. Immunodeficienze Virali, Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Lazzaro Spallanzani di Roma. “Al contrario del tenofovir, il tenofovir alafenamide (Taf), si concentra molto nei linfociti, il vero bersaglio della terapia, e poco fuori, dove invece si esercita la tossicità. Ha quindi la stessa efficacia virologica della molecola classica ma una minore tossicità e quindi, tutto sommato, una migliore efficacia clinica”.

Il Taf è oggi già disponibile in singola compressa in combinazione con emtricitabina, elvitegravir e cobicistat. “È una combinazione studiata a livello internazionale su oltre 3500 pazienti, di cui 100 trattati allo Spallanzani, che ha partecipato alle sperimentazioni pre-registrative. È l’apripista di una nuova generazione, la cosiddetta Taf family, perché in prospettiva andrà a sostituire il tenofovir nelle diverse combinazioni”, spiega ancora Antinori.

Combinazioni più efficaci, meno tossiche e di lunga durata sono necessarie anche alla luce dell’invecchiamento della popolazione con Hiv, che ha diritto a vivere una vita equiparabile a chi è sieronegativo. I pazienti con Hiv, infatti, oggi vivono a lungo ma hanno un maggior rischio di sviluppare le patologie tipiche dell’invecchiamento: cancro, malattie cardiovascolari, deficit neurocognitivi, depressione, osteoporosi colpiscono più duramente i sieropositivi. Per questo, accanto alla ricerca di soluzioni farmacologiche, c’è bisogno di sviluppare strumenti che riescano a misurare il benessere fisico e psicologico del paziente in maniera realistica, perché da questo dipende in gran parte l’aderenza alla terapia. “Lo strumento da usare sono i Patient Reported Outcomes, questionari che registrano direttamente quello che accade ai pazienti, senza interpretazione del medico”, spiega Antonella Cingolani, dirigente medico e ricercatore universitario presso l’Università Cattolica S. Cuore, Fondazione Policlinico A. Gemelli. “Ed è molto importante studiarli perché il medico spesso tende a sottostimare i problemi riportati dai pazienti, che invece sono proprio quelli che modificano, se non inficiano, l’aderenza alla terapia”.