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Mutilazioni genitali femminili, anche l’Italia deve farci i conti

Mutilazioni genitali

(Immagine: Pixabay)

Mutilazioni genitali femminili [1] (Mgf), un insieme di pratiche che mirano alla rimozione parziale o totale dei genitali esterni femminili, sulla base di motivazioni culturali o altre non terapeutiche. Si tratta di una consuetudine che coinvolge almeno 200 milioni di ragazze e donne in tutto il mondo e che oggi, in seguito ai flussi migratori, ha bussato anche alla nostra porta.

Le mutilazioni genitali femminili sembrano avere le proprie radici nell’Egitto dei faraoni, sebbene siano molti i miti e le origini a cui vengono fatte risalire. Attuate ancora oggi in 30 paesi (potete farvi un’idea della diffusione qui [2]), quasi tutti nel continente africano, si tratta di una consuetudine che ha ben poco a che fare con la religione e che è piuttosto conseguenza di una tradizione che sottintende l’ineguaglianza tra uomo e donna, ma di cui spesso non si coglie il reale significato. “Spesso le donne non si identificano come portatrici di una Mgf e vi si riferiscono in termini pratica naturale, molto diffusa nel proprio paese. Ne parlano come di una “tradizione” di cui dicono però, di non aver compreso il significato socio-culturale”, afferma Maria Concetta Segneri, antropologa dell’Istituto nazionale migrazioni e povertà (Inmp) di Roma. “Accade che queste donne riferiscano di aver scoperto solo nel corso dello screening ginecologico che la fisionomia dei propri organi genitali differiva da quella delle donne provenienti da altri paesi. La scoperta che esistono donne con genitali integri e la conoscenza del quadro normativo all’interno del quale essa è definita, a volte ha generato in loro confusione e isolamento. Alcune si sono sentite tradite dai loro genitori, familiari e amici, dichiarando sentimenti di rabbia e frustrazione”.

Ci sono interi gruppi familiari e parentali a permettere che questa tradizione continui, in nome di quei valori patriarcali che caratterizzano la società e che, in alcuni paesi fanno sì che la rispettabilità della donna passi dal controllo della sua femminilità. Più importanti delle serie conseguenze che comportano per la salute – trauma psicologico, infezioni, dolore durante attività sessuale e parto – le Mgf sono un sigillo di castità e rispettabilità a cui è difficile sottrarsi. Temute e festeggiate al tempo stesso, sono considerate il più delle volte, un necessario presupposto per la preparazione della donna all’età adulta, quindi al matrimonio. “Nel poliambulatorio dell’Inmp è stato osservato che le donne che hanno vissuto la pratica dai 6 anni ai 19 ne parlano come di un’esperienza traumatica, ma è avvenuto anche che fosse riferita come un evento positivo, un “rito di iniziazione” desiderato e festeggiato”, continua Segneri. “Sono stati osservati anche casi ove le donne hanno riferito violenze conseguenti il rifiuto di sottoporvisi, forti pressioni sociali e discriminazioni da parte delle loro famiglie allargate e del loro gruppo sociale, eventi che, alla fine, le avrebbero spinte a lasciare il proprio paese”.

Un fenomeno quello delle Mgf, complesso da conoscere, capire e affrontare, da sempre visto come lontano, ma con cui oggi, dopo decenni di ondate migratorie, anche noi facciamo i conti. La dimensione esatta nel nostro paese è tutt’altro che certa, ma si stima che al 2016, nelle comunità di migranti residenti in Italia  – con percentuali diverse a seconda del paese di origine – fossero tra le 46 mila e le 57 mila le donne straniere maggiorenni con mutilazioni, a cui si aggiungerebbero le donne richiedenti asilo e le cittadine italiane maggiorenni di origine straniera, complessivamente tra le 11 mila e le 14 mila. In un simile scenario, stigmatizzare un’esperienza di per sé traumatizzante, parlare di barbarie, vittimizzare queste donne e puntare fermamente il dito contro i loro paesi di origine, può diventare immediatamente emettere un giudizio culturale, ponendo una barriera che non favorisce il dialogo e che non aiuta queste donne nel processo di integrazione in un sistema valoriale che è totalmente differente da quello da cui provengono.

“In contesto migratorio la tendenza è verso l’abbandono, come dichiarato anche dalle donne che abbiamo avuto modo di incontrare nel poliambulatorio Inmp. Tuttavia abbandonare le pratiche escissorie è tutt’oggi considerato motivo di scontro sociale, perché sono interpretato dai familiari come il rifiuto dei valori locali a vantaggio di quelli dei paesi che a suo tempo colonizzarono i loro territori”. È da un’ottica di relativismo culturale che bisogna partire per capire come donne e uomini provenienti da paesi a tradizione escissoria intendono fare i conti con una tradizione complessa come quella delle mutilazioni genitali femminili. È dunque necessario un percorso culturalmente rispettoso, fatto di servizi di informazione ed educazione, che coinvolga totalmente le comunità in cui la pratica è effettuata. “Dalla nostra esperienza”, conclude Segneri, “nelle realtà immigratorie, come lo è l’Italia, le attività realizzate per eradicare le Mgf possono essere interpretate dalle donne provenienti da paesi a tradizione escissoria come parte di quel processo di integrazione sociale, politica e culturale che vede nel rispetto dei diritti umani e nella tutela dei minorenni e delle donne, il motivo di adesione a quelli che sono considerati i valori su cui si basa la società di arrivo”.

Uncut: la lotta delle donne per le donne

Uncut è un web documentario [3] che, riportando testimonianze di dolorose e coraggiose battaglie per i diritti femminili, descrive come le donne africane si siano coalizzate per dire basta alle mutilazioni genitali femminili. Un viaggio attraverso 3 paesi africani, il Somaliland, il Kenya e l’Etiopia, che ci restituisce l’immagine di una crescente voglia di emancipazione e di cui ci ha parlato Emanuela Zuccalà, giornalista e film maker di Uncut.

Qual è attualmente la situazione in paesi africani come il Somaliland, il Kenya e l’Etiopia riguardo le mutilazioni genitali femminili? Qualcosa si sta finalmente muovendo per contrastare questa pratica?
Le cose stanno cambiando ormai dagli anni ‘70, ma il percorso è lunghissimo perché le mutilazioni genitali femminili sono una consuetudine ancestrale. È però importante quando si parla di Africa, non cadere nello stereotipo negativo, ma far vedere che le cose si muovono. Ci sono associazioni di donne africane in tutti i paesi interessati dal fenomeno e nella maggior parte di essi sono state fatte delle leggi a riguardo, proprio grazie ai movimenti femminili.

Cosa pensa che spinga delle donne, nonostante le ben note conseguenze negative a continuare a praticare le mutilazioni su altre donne?
Sicuramente il fatto che praticare le mutilazioni genitali femminili è considerato un lavoro vero e proprio, quindi fonte di reddito. Per questo si fa fatica ad abbandonarlo e non solo perché è un lavoro tramandato di generazione in generazione, ma proprio perché permette di guadagnare bene. La questione del sostentamento infatti è fondamentale e ci sono molti programmi di microcredito per dare a queste donne un’alternativa lavorativa e permettere loro di lasciare il lavoro di mutilatrici. Anche le mutilatrici però, quando sensibilizzate sulla dannosità della pratica, si convincono ad andare in direzione di un suo abbandono. Mi ricordo una signora in Etiopia, avrà avuto 80 anni ed era mezza cieca. Lei ha affermato di aver praticato questo mestiere per tutta la vita e di aver anche riaperto in molte occasioni, la cicatrice durante la prima notte di nozze, per permettere che il rapporto venisse consumato. Ora però dice di essere veramente pentita e afferma di aver fatto una cosa bruttissima per tutta la vita e che pur non avendo più reddito, non lo rifarebbe.

Lei nel web documentario parla anche di donne che attivamente salvano le bambine dalle mutilazioni e dai matrimoni forzati. Può dirmi qualcosa in più? Che risonanza ha questa loro attività di contrasto?
Ci sono due tipi di scenari. Il primo è nel territorio dei Masai in Kenya, dove ad esempio, le donne salvano le bambine dai matrimoni forzati e di conseguenza dalle mutilazioni e le alloggiano poi in un dormitorio di una scuola, con l’obiettivo di farle studiare. Lì queste donne trovano ogni giorno i Masai fuori dalla porta che intimano loro di dargli indietro le proprie figlie. Togliere le bambine alla propria famiglia infatti, significa che viene meno anche la dote che riceverebbero in seguito al matrimonio, in genere in termini di vacche, spesso fondamentale per il sostentamento dell’intera famiglia. In un altro territorio del Kenya, sempre caratterizzato da una popolazione nomade invece, ci sono vere e proprie madri affidatarie. Lì in realtà, grazie a una sensibilizzazione dal basso è stato fatto anche un importante lavoro di persuasione, attraverso dei corsi di formazione, anche su giovani uomini, gli stessi che poi dovranno sposare le ragazze non infibulate.

Come hanno reagito questi uomini? Perché se è vero che la pratica delle mutilazioni genitali femminili è tutta al femminile, spesso gli uomini vengono additati come i veri responsabili che rimangono nell’ombra. È realmente così?
Durante i corsi, dal momento che si parlava di sesso e che venivano mostrate foto di organi genitali femminili, inizialmente gli uomini erano molto imbarazzati e c’erano dei risolini, ma poi quando è stato posto l’accento sul lato sanitario si sono mostrati sconvolti e preoccupati. L’aspetto sanitario infatti funziona molto bene per far comprendere la serietà delle conseguenze delle mutilazioni genitali femminili, anche agli uomini.

Lei ha detto che è stato fatto un lavoro di formazione e persuasione sugli uomini giovani, ma che ne è in vece degli anziani, in genere più restii a cambiare le tradizioni?
In molti villaggi, non solo del Kenya, ma anche degli altri paesi, sono stati coinvolti anche gli anziani, ossia coloro che per tradizione sono i depositari delle consuetudini che, essendo provenienti dagli antenati, in genere sono considerate buone e auspicabili. In realtà anche loro si sono resi conto della negatività di questa pratica e hanno affermato di aver finalmente capito il perché del tanto star male delle proprie donne in seguito alle mutilazioni, convinti quindi che bisognasse cambiare.