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L’impronta sul cervello dei maltrattamenti infantili

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Cosa determina il nostro comportamento quando sentiamo avvicinarsi un potenziale pericolo? La nostra risposta, nella fase di attesa e, eventualmente, nella successiva fase di risposta, è legata all’alterna attività di due regioni distinte del cervello: l’amigdala e il nucleo talamico della stria terminale (o BNST, dall’inglese “Bed Nucleus of the Stria Terminalis). Il BNST si attiva quando qualcosa ci fa presagire un pericolo imminente, ponendoci in uno stato di allerta, mentre l’amigdala è coinvolta nella risposta difensiva al concretizzarsi della minaccia. Per chiarire le dinamiche di questo meccanismo un team olandese ha monitorato il cambiamento dell’attività cerebrale nelle due fasi di attesa e risposta, attraverso immagini di risonanza magnetica funzionale (RMF). Lo studio [2], pubblicato sul Journal of Neuroscience, ha inoltre evidenziato come, in soggetti che da bambini avevano subito maltrattamenti psicologici, l’equilibrio tra queste due regioni risulta alterato e può determinare, in individui predisposti, un’eccessiva vulnerabilità, fobie, frequenti stati d’ansia.

I ricercatori hanno reclutato 178 individui adulti, di sesso maschile, che sono stati divisi in due gruppi e sottoposti a due tipologie di test. Ai soggetti del primo gruppo è stata mostrata sullo schermo di un computer una successione casuale di quadrati gialli e blu: ai quadrati di un dato colore poteva o meno seguire uno shock elettrico, di intensità tale da essere sgradevole ma non doloroso, mentre ai quadrati dell’altro colore non è mai stato associato uno shock. I soggetti del secondo gruppo sono stati sottoposti ad un test simile, con immagini differenti.

L’attività neurale della BNST e dell’amigdala sono state tracciate attraverso immagini RMF per tutta la durata dei test, monitorando i cosiddetti segnali BOLD, ovvero quelli legati alla più intensa ossigenazione del sangue nelle cellule nervose attive. Le due aree si sono mostrate complementari: gli intensi segnali BOLD della regione BNST nella fase di attesa si attenuavano repentinamente al verificarsi dello shock, sostituiti da quelli dell’amigdala.

Secondo gli autori della ricerca, BNST e amigdala potrebbero comportarsi come intermediari tra le regioni del cervello legate alle emozioni e quelle più direttamente coinvolte nell’avvio di atti difensivi. L’attivazione delle due diverse aree ha infatti un effetto fisiologico ben preciso: il battito cardiaco – anch’esso monitorato durante il test – tende a rallentare durante l’attesa e ad accelerare al verificarsi della minaccia, un cambiamento che rifletterebbe dunque il passaggio dalla riflessione all’azione.

Infine, i ricercatori hanno cercato nelle loro immagini RMF anche le impronte a lungo termine di eventi traumatici infantili. Nei soggetti che avevano dichiarato di aver subito da bambini maltrattamenti o abbandono (di tipo emotivo o psicologico) l’equilibrio tra la BNST e l’amigdala è risultato alterato: i ricercatori hanno osservato intensi segnali nella regione dell’amigdala anche nella fase di attesa, come se la minaccia (lo shock) si fosse già concretizzata. Consistentemente, tali soggetti mostrano livelli più elevati di ansia rispetto agli altri partecipanti, confermando che un’infanzia serena è essenziale per il benessere da adulti.

Non solo le violenze [3], ma anche gli abusi psicologi subiti da piccoli lasciano una traccia permanente nel nostro cervello, aumentando il rischio di sviluppare psicopatologie come ansia e fobie.

Riferimenti: Journal of Neuroscience [2]


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