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Nocebo, l’effetto collaterale è tutto nel prezzo

Nel 2013, alcuni pazienti hanno interrotto la loro partecipazione ad uno studio clinico sulleffetto placebo, denunciando i dolorosi effetti collaterali del farmaco ricevuto. Salvo poi scoprire che, in realtà, non avevano ricevuto alcun farmaco, ma solo una sostanza inerte, un placebo appunto. La comparsa di sintomi dolorosi in seguito all’assunzione di una sostanza non attiva è nota come effetto nocebo. Controparte negativa e meno studiata dell’effetto placebo [1], come questo può essere determinato dalle aspettative soggettive su un trattamento, ad esempio legate al costo di una terapia: da un farmaco molto costoso ci si aspettano generalmente grandi risultati, ma anche maggiori effetti collaterali, per via dell’ipotetico contenuto di un principio attivo ritenuto più potente. Attraverso tecniche avanzate di risonanza magnetica funzionale (RMf), un gruppo di scienziati ha individuato il meccanismo attraverso il quale funzioni cognitive superiori (come l’assegnare un prezzo al trattamento) possano influire sulle percezioni dolorose. Secondo lo studio [2], pubblicato su Science, l’iperalgesia associata all’effetto nocebo sarebbe mediata da complesse interazioni tra corteccia cerebrale, tronco encefalico e midollo spinale.

I ricercatori hanno coinvolto un totale di 49 adulti sani, ai quali è stato proposto di testare una crema per il trattamento di dermatiti, della quale sono stati elencati i possibili effetti collaterali. A metà dei pazienti il farmaco è stato presentato come molto costoso, e offerto in una confezione disegnata per sembrare tale, all’altra metà come piuttosto economico, e mostrato in una confezione più semplice. In realtà si trattava dello stesso prodotto, una crema non contenente alcuna sostanza attiva. A tutti i pazienti è stato chiesto di dichiarare la comparsa di eventuali reazioni dolorose e la loro entità in una scala predeterminata.

Durante i test è stata monitorata l’attività delle diverse regioni del sistema nervoso centrale (SNC) dei partecipanti. Per ottenerne una visione complessiva e simultanea hanno messo a punto una tecnica speciale di RMf, combinando i metodi generalmente usati per regioni più specifiche e molto meno estese.

Come atteso, l’effetto nocebo si è manifestato in misura nettamente maggiore tra i pazienti che credevano di aver ricevuto un trattamento molto costoso. Le immagini di RMf hanno permesso ai ricercatori di identificare le regioni più coinvolte, in particolare il segmento C6 del midollo spinale, e, quando l’effetto nocebo è determinato dal valore maggiore della crema, della sostanza grigia periacqueduttale (SGP), della corteccia prefrontale e dell’amigdala.

Anche se con opposti risultati, nocebo e placebo sembrano inoltre essere determinati da un’attivazione molto simile: gli scienziati hanno dunque speculato che l’effetto finale di dolore o benessere sia determinato da speciali cellule che inibiscono o consentono la trasmissione dei segnali dalla corteccia al tronco encefalico. In effetti, i dati RMf hanno mostrato che l’attivazione di una parte della corteccia, la corteccia cingolata anteriore rostrale (CCAR), comporta una riduzione dell’effetto nocebo, mentre la sua inattività è correlata al placebo. Dall’interazione di queste regioni, SGP e CCAR, si determinerebbe dunque la modulazione finale delle sensazioni dolorose indotta da funzioni cognitive superiori come la stima di un prezzo.

Lo studio è un buon passo avanti nella conoscenza più profonda della fisiologia dell’effetto nocebo, che potrà avere un impatto significativo sulla progettazione di test clinici e, in definitiva, sul successo dei trattamenti [3] farmacologici.

Riferimenti: Science [2]