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Psicopillole, istruzioni per l’uso

libroAlberto Caputo, Roberta Milanese

Psicopillole. Per un uso etico e strategico dei farmaci

Ed. Ponte alle Grazie, 2017

Pp. 255; Euro 18.00

Ogni diagnosi psichiatrica è ancora oggi particolarmente problematica, perché non sono ancora stati individuati dei marcatori biologici attendibili che permettono di porre netti confini tra normalità e malattia. E in biologia come in medicina la drastica distinzione “tutto o nulla” non ha molto senso, soprattutto in presenza di cause (spesso molteplici) o di sintomi (spesso confusi) dei disturbi mentali. Sono stati fatti negli ultimi anni diversi tentativi per definire dei criteri diagnostici standard (DSM-5) che, pur senza dare indicazioni dirette sui trattamenti appropriati, hanno favorito e potenziato l’intervento farmacologico rispetto a quello psicoterapeutico.

Alberto Caputo, psichiatra e psicoterapeuta, con Roberta Milanese, psicologa e psicoterapeuta, si sono proposti, in questo libro, di analizzare criticamente entrambi gli approcci e di superarne la contrapposizione indicando ai lettori (e ai pazienti) il senso, le potenzialità e i limiti tanto del riduzionismo biologico quanto delle terapie psicosociali. Le domande a cui si propongono di rispondere sono tante: è vero, per esempio, che i disturbi mentali sono malattie del cervello? E cosa sappiamo della genetica di questi disturbi? Come funzionano gli psicofarmaci, e chi può beneficiare della terapia farmacologica? E quale dovrebbe essere il ruolo della psicoterapia nella cura dei disturbi mentali?

Secondo gli autori, la tendenza alla somministrazione di farmaci per ogni tipo di disagio è fortemente condizionata dagli interessi delle industrie farmaceutiche che li producono e che generano così una potente medicalizzazione dell’esistenza. La diffusione – e la prescrizione – di pillole per ogni circostanza rende sempre più difficile accettare le difficoltà della vita, e accende anche nei non-malati la speranza del rimedio miracoloso che garantisca, in ogni caso, la felicità.

Nonostante l’introduzione di terapie e modalità di indagine sofisticate che permettono di esplorare anche visivamente alcune modalità di funzionamento dei cervelli umani, la innegabile complessità del sistema nervoso e i suoi molteplici intrecci funzionali non permettono di affermare con sicurezza che i disturbi mentali corrispondono a vere e proprie malattie del cervello, eventualmente ereditate geneticamente o indotte epi-geneticamente. I modelli “centrati sulla malattia” ipotizzano che gli psicofarmaci siano in grado, in molti casi, di ripristinare il funzionamento mentale alterato, ma molti studiosi sostengono invece che gli psicofarmaci danno sollievo in quanto capaci essi stessi di creare uno stato cerebrale anormale, mitigando la condizione di malessere sperimentata dalla persona. Questi modelli “centrati sul farmaco” spiegano la loro efficacia constatando la loro capacità di provocare risposte simili in persone con disturbi differenti (ad esempio, come le sensazioni piacevoli e liberatorie provocate in tutti dall’alcool in dosi moderate), senza mostrare alcun tipo di specificità. In un certo senso, i farmaci agirebbero sulle manifestazioni della malattia ma non avrebbero effetto sulle sue cause. A questa ambiguità terapeutica si aggiungono le componenti psicologiche del paziente: la sua maggiore o minore fiducia nel medico, la paura o la accettazione nei confronti del farmaco, il timore di una possibile dipendenza o assuefazione… insomma tutto ciò che facilita un effetto “placebo” o un effetto “nocebo” della terapia seguita.

Al tentativo di ridurre i fenomeni psichici a meccanismi biologici semplici e controllabili si contrappone al modello bio-psico-sociale, che preferisce indagare sulle cause comportamentali del disagio e propone modi di interagire con la realtà esterna capaci di indurre modificazioni a lungo termine dei funzionamenti mentali. Nei processi interpersonali si strutturano nuovi apprendimenti che producono importanti cambiamenti a livello delle sinapsi cerebrali: è così che i trattamenti psicoterapeutici possono riorganizzare plasticamente il cervello, intervenendo sulla consapevolezza del paziente e sul suo attivo contributo al processo di cambiamento.

In diversi casi gravi, e almeno per tempi limitati, gli psicofarmaci sono indispensabili. Nel tentativo di aiutare i pazienti nelle loro scelte gli autori passano in rassegna le caratteristiche terapeutiche dei vari tipi di psicopillole e le loro modalità d’uso. Indicano le situazioni in cui i farmaci possono effettivamente facilitare la cura, ma anche i casi in cui il farmaco viene sopravvalutato o addirittura impedisce la cura stessa.

Alcuni paragrafi importanti sono dedicati all’uso (crescente) di farmaci somministrati a bambini per limitarne l’iperattività, stimolarne l’attenzione scolastica, o controllarne il comportamento. Soprattutto in questi casi – dicono gli autori – non è facile distinguere il comportamento di un bambino frustrato o annoiato, costretto alla immobilità da un banco scolastico, e quello un bambino con reali disturbi psichici o comportamentali. Attenzione e cautela sono indispensabili anche se, spesso, si preferisce somministrare una pillola-sedativo piuttosto che impegnarsi in una paziente costruzione di interesse e di relazione. I malesseri propri delle fasi di sviluppo non sono disturbi da curare, in particolare con psicofarmaci consigliati da amici con problemi analoghi, mentre è importante ricordare che gli antidepressivi sono pericolosi per bambini e adolescenti come è pericolosa una loro incontrollata sospensione, capace di indurre gravi effetti collaterali.