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Il sacco di San Francesco ha più di 700 anni e conteneva pane

(Credit: Mies Me)

L’Italia è un paese antico, ricchissimo in tradizioni e anche affascinanti leggende. Talvolta il nucleo su cui si sviluppano queste leggende è un evento, o un oggetto, che a sorpresa può rivelarsi autentico. Il “sacco di San Francesco” è un reliquia custodita nel convento di San Francesco a Folloni, una piccola comunità alle porte di Montella (Campania). La tradizione vuole che sia apparsa piena di pane ai frati del Tredicesimo secolo, salvandoli dalla fame. Uno studio [1] recentemente pubblicato sulla rivista Radiocarbon da un team di ricercatori italiani, danesi e olandesi ha verificato non solo che la reliquia ha effettivamente più di 700 anni, la stessa età attribuitagli dal mito, ma anche che avrebbe effettivamente avvolto del pane o dei prodotti simili.

La leggenda [2] narra come nell’inverno del 1224 una nevicata straordinaria abbia lasciato il convento, allora nel mezzo del bosco, completamente isolato tra la neve e i lupi. I frati francescani, che vivevano grazie alla carità degli abitanti del luogo, si vennero a trovare in difficoltà, ma furono salvi quando trovarono alle soglie della chiesa una sacca contenente pane fresco, col quale si sfamarono. Poiché non vi era traccia di chi avesse lasciato la sacca, e questa era foderata in seta e ricamata agli angoli dai gigli di Francia, i religiosi lo considerarono un intervento miracoloso da parte di San Francesco, allora in viaggio alla corte del re di Francia. La stoffa venne conservata e utilizzata per circa 3 secoli come coperta per l’altare della chiesa, quindi divisa in parti e distribuita a varie comunità religiose. I frammenti principali vennero infine trasformati in reliquia per preservarli e, nonostante alcuni spostamenti, quel che ne resta è giunto fino ai giorni nostri ed è ancora custodito e venerato nel convento francescano.

Ilaria Degano dell’Università di Pisa, uno degli autori italiani coinvolti nella ricerca, ha raccontato a Galileo i dettagli di questo lavoro di analisi. Col professor Rasmussen (il coordinatore del progetto ndr) collaboriamo da circa 5-6 anni” introduce Ilaria, “occupandosi di studi di tipo epidemiologico, soprattutto sul medioevo, è in contatto con numerosi monasteri, e ha avuto accesso altre volte a reliquie e materiale sacro. Per esempio l’anno scorso abbiamo pubblicato uno studio con lui su alcune icone bizantine recuperate a Cipro”.

La raccolta del materiale è stato il primo passo di questa ricerca, ed i frati ha acconsentito volentieri a cedere una parte del tessuto della reliquia per le analisi, pur di verificarne la storia. Noi ci occupiamo generalmente della parte di analisi chimica su resti organici: residui di cibo, manicature, impeciature, legno bagnato, leganti pittorici. In questo caso cercavamo tracce di pane” continua Ilaria, “La radiodatazione al carbonio-14 per questo studio è stata invece effettuata dai laboratori olandesi delle Università di Groningen e Leiden”.

La radiodatazione C-14 si basa su come varia la quantità di un isotopo instabile di carbonio presente nei materiali di origine organica, ed ha evidenziato come la stoffa sia riconducibile ad un periodo tra il 1220 e il 1295 DC, in linea con quanto descritto dalla leggenda.

L’analisi chimica, tramite spettrometria di cromatografia gas-massa, era volta invece ad individuare l’eventuale presenza di ergosterolo, una molecola presente nelle membrane cellulari dei funghi, che funge da marcatore chimico per il pane, la birra ed altri prodotti agricoli. All’inizio della ricerca non eravamo affatto sicuri di poter misurare l’ergosterolo, anzi personalmente ero scettica” ammette Ilaria, “ma la struttura a fibre ha evidentemente aiutato a trattenere delle tracce di materiale organico come non sempre succede in questi casi. In più la sistemazione in assenza di luce e ridotta quantità di ossigeno possono aver favorito la conservazione”.

Nel caso dei materiali archeologici o molto antichi è importantissimo avere dei punti di riferimento, dei bianchi analitici, per andare a escludere eventuali contaminazioni ambientali, va avanti la ricercatrice: “Mentre nel frammento di reliquia abbiamo trovato tracce di ergosterolo, nei tessuti del medaglione che racchiudeva la reliquia non c’è traccia di questo marcatore”. I ricercatori ritengono che questo escluda la possibilità di contaminazione dal momento della trasformazione del sacco in reliquia (1732 circa) ad oggi, ma è possibile che il pane sia venuto in contatto col tessuto durante i primi 3 secoli in cui è stato usato come tovaglia per l’altare della chiesa.

Pur confermando che la reliquia conservata nel convento di San Francesco a Folloni risale al 13° secolo ed è venuta a contatto con del pane in qualche momento prima del 16° secolo, non è possibile affermare con sicurezza che si tratti dei resti del “sacco di San Francesco” di cui parla la tradizione. Secondo i ricercatori l’unica cosa che si può dimostrare è che le caratteristiche chimico-fisiche dell’oggetto sono in accordo coi dettagli della leggenda.

Lo studio ha attirato l’attenzione dell’opinione pubblica europea, venendo rilanciato spesso in questi giorni anche al di fuori dell’ambiente scientifico, ed il gruppo di ricerca si ritiene soddisfatto del risultato raggiunto “Purtroppo in Italia siamo tra gli ultimi in Europa in quanto a finanziamenti per la scienza applicata alla conservazione dei beni culturali” conclude Ilaria “speriamo che la buona visibilità ottenuta da questo lavoro porti ad una maggiore sensibilizzazione verso questo settore [3]”.

Riferimenti: Radiocarbon [1]