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Nel genoma dei batteri la storia delle epidemie di colera africane

Colera

(Credits: Wikipedia)

Il colera è un’infezione intestinale acuta, causata dal batterio Vibrio Cholerae, che determina perdita massiccia di liquidi corporei. Nella storia epidemiologica della malattia quella attualmente in corso è la settima pandemia (7P): iniziata in Indonesia nel 1961, si è diffusa in tutto il sud dell’Asia, in Sud America ed in Africa, dove è oggi principalmente localizzata, infettando milioni di persone e causando in tutto il mondo tra i 21mila e i 143mila morti all’anno. Il lavoro [1] di un team internazionale di medici, biologi e bionformatici, si è concentrato proprio sul continente Africano, con l’obiettivo di ottenere, a partire da dati genomici, nuove informazioni sulle cause della diffusione della malattia. Lo studio, pubblicato su Science, evidenzia il ruolo fondamentale delle migrazioni umane nell’insorgenza di focolai di colera anche a grandi distanza l’uno dall’altro.

L’agente responsabile della settima pandemia è una variante specifica del vibrione del colera: appartiene al sierogruppo O1 e al biotipo El Tor, le cui origini sono state localizzate nella baia del Bengala. Per ricostruire l’evoluzione temporale e spaziale dell’infezione africana, il team di ricercatori ha analizzato il genoma di vibrioni El Tor appartenenti a 651 diverse colture, prelevati tra il 1966 e il 2014 in 45 dei 54 stati africani: il campione più ampio analizzato finora, rappresentativo, secondo la stima degli scienziati, di quasi il 50% dei 3.6milioni di casi di colera riportati in Africa durante la 7P. L’analisi genomica ha permesso di ricostruire la dinamica con cui il colera si si è diffuso in Africa durante la settima pandemia: Sono stati identificati 11 introduzioni differenti, localizzate principalmente in Sud Africa e nell’Africa Occidentale.

L’analisi ha permesso anche di fare delle ipotesi sulle cause della trasmissione anche a grande distanza della malattia. Infatti, in molti casi lo scoppio delle epidemie ha interessato in fasi successive regioni che distano anche più di mille chilometri l’una dall’altra. E’ il caso dell’epidemia dei primi anni ’70, che, iniziata in Angola, si è rapidamente diffusa sulla costa opposta, in Mozambico. La ragione di questo salto, sostengono gli autori, può essere fatta risalire alle guerre in atto in quegli anni nei due stati per liberarsi dalla dominazione portoghese. Le truppe portoghesi spostandosi da uno stato all’altro hanno determinato la diffusione della malattia, che ha in effetti raggiunto anche il Portogallo nel 1974, causando 48 morti. Anche altre epidemie successive si possono far risalire agli spostamenti umani, causati da guerre, povertà ma anche da eventi religiosi, che, secondo gli autori dello studio, sono dunque i fattori determinanti per la diffusione della malattia, più della presenza di acque contaminate.

I dati raccolti dai ricercatori hanno consentito anche di determinare in che modo i ceppi di vibrione del colera attuali abbiano nel tempo sviluppato resistenza multifarmaco. L’uso degli antibiotici nella terapia del colera serve a ridurre sia la durata temporale dei sintomi che la loro severità. Durante alcune epidemie, ad esempio quella scoppiata in Tanzania nel 1977, massicce dosi di antibiotico sono state somministrate alla popolazione per limitare gli effetti della malattia, ma i dati genomici mostrano che nelle ultime 5 introduzioni del colera in Africa, tutte dall’Asia, i ceppi batterici presentavano già resistenza ai farmaci. Gradualmente questi ceppi antibioresistenti si sono sostituiti a quelli sensibili ai farmaci e dal 2000 in poi sono gli unici presenti sul territorio africano.

Sottolineando l’importanza del fattore umano nelle epidemie africane, lo studio fornisce dunque nuove e importanti indicazioni ai governi e alle organizzazioni sanitarie per mettere in atto misure più efficaci di prevenzione, intervento e controllo della malattia.

Riferimenti: Science [1]