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L’Europa dà l’ok al glifosato, ma non si placano le polemiche sull’erbicida

La battaglia europea sul glifosato è giunt [1]a [1] al termine [1]. Ma l’epilogo di questa lunga vicenda non sembra destinato a placare le polemiche. Il comitato d’appello della Commissione europea ha deciso infatti di rinnovare per altri cinque anni l’autorizzazione al commercio degli erbicidi contenenti glifosato (come il famoso Roundup della Monstanto). Una decisione in linea con i pareri più recenti espressi dalle due agenzie europee incaricate di stimarne la sicurezza (Efsa ed Echa), ma che sembra ignorare completamente gli scandali emersi negli ultimi mesi dai cosiddetti Monsanto Papers: carte che dimostrano gravi ingerenze sulla comunità scientifica e sugli organi di controllo da parte dell’azienda americana che produce il più noto erbicida al glifosato. E non è tutto, perché la decisione è arrivata grazie a uno storico voltafaccia della Germania, un paese che durante l’ultimo anno si era sempre astenuto su questo tema, e che oggi è accusato di aver scelto un voto volto a consolidare i propri interessi industriali, piuttosto che a tutelare la salute pubblica all’interno dell’Unione.

Si tratta come evidente di una vicenda complessa, in cui non è facile distinguere le opinioni scientifiche da quelle politiche, e soprattutto dagli enormi interessi commerciali in gioco. Vediamo comunque di ricostruire come possibile i retroscena di questa controversa decisione.

I pareri delle agenzie internazionali
Sul piano scientifico, come sempre in questi casi, è difficile per i non addetti ai lavori dirimere la matassa di ricerche effettuate negli ultimi decenni.

Ad aiutarci ci sono i pareri espressi delle autorità sanitarie internazionali, che proprio su questi studi dovrebbero basarsi. Ma anche qui la situazione è complessa. L’Iarc, l’agenzia dell’Oms dedicata alla ricerca sul cancro, nel 2015 ha classificato il glifosato nel nella categoria 2A, cioè tra le sostanze probabilmente cancerogene. Una decisione smentita l’anno seguente dal Joint Fao/Who Meeting on Pesticide Residues [2], un gruppo di scienziati coordinato dall’Oms e dalla Fao, che ha stabilito che il rapporto tra glifosato e tumori sarebbe invece improbabile.

Sulla stessa lunghezza d’onda anche l’Efsa (European Food Safety Authority), e più di recente anche l’Echa (European Chemicals Agency) che a marzo di quest’anno ha stabilito come [3] “Le prove scientifiche disponibili non soddisfino i criteri per classificare il glifosato come un agente cancerogeno, mutageno o come tossico per la riproduzione”. A ben vedere dunque, tutte le principali agenzie internazionali, con l’eccezione della Iarc, sembrano ritenere sicuro il glifosato, almeno basandosi sui dati disponibili. Negli ultimi mesi però sono emersi alcuni dubbi sull’affidabilità di questi processi di revisione. Un esempio recente è quello arrivato da un articolo del Guardiandi settembre [4]: secondo il giornale britannico (e come si può verificare da questi documenti [5]) l’Efsa avrebbe copiato intere pagine della sua valutazione dai documenti forniti dalla Monsanto.

Una procedura assolutamente normale stando alla risposta fornita dall’Efsa [6], che sottolinea però il forte peso che hanno gli studi effettuati dall’industria (e quindi di parte) nella valutazione della sicurezza dei prodotti introdotti nel mercato Ue. È per questo – suggeriscono alcuni esperti – che i risultati dell’Iarc potrebbero essere tanto diversi, essendo il frutto di una revisione di scienziati indipendenti che non si basa sugli studi forniti dalle aziende. È importante però sottolineare che la classificazione dell’Iarc analizza la possibilità che una sostanza sia cancerogena (un parametro definito hazard), e non la probabilità (o risk, ovvero il rischio che qualcosa provochi un danno) che è un parametro più importante in sede di autorizzazione al commercio di una sostanza.

L’ombra dei Monsanto Papers
Parlando del voto sul glifosato comunque è impossibile non citare lo scandalo che ha coinvolto la Monsanto negli scorsi mesi. I cosiddetti Monsanto Papers: centinaia di documenti ed email interni all’azienda venuti alla luce nell’ambito di una serie di azioni legali avviate negli Stati Uniti. Cosa contengono? Di tutto e di più, stando a due fortunate inchieste di Le Monde [7]. La Monsanto infatti sembra responsabile di pressioni indebite a più livelli per influenzare la pubblicazione di ricerche dai risultati graditi e della censura di quelle sgradite, e per scongiurare la messa al bando del suo erbicida di punta. Sfruttando consulenze dorate pagate a influencer e personalità del mondo accademico. Facendo scrivere da ghostwriter i testi di alcuni articoli e reviewche scagionavano il glifosato dalle accuse di cancerogenicità. E, forse ancor più grave, mantenendo un filo diretto con il direttore dell’ente americano per la protezione ambientale, l’Epa, l’ente responsabile della valutazione del glifosato negli Usa.

Una figura amica – stando alla ricostruzione dei giornalisti francesi – che avrebbe giocato un ruolo importante anche nella valutazione positiva da parte dell’Efsa. Come ricostruisce Le Monde, per esempio, durante il dibattimento dell’organismo europeo gli esperti non avrebbero tenuto conto dei risultati di una ricerca svolta su topi (lo studio Kumar 2001) che mostrava un aumento del rischio di sviluppare linfomi maligni. Il motivo addotto dall’Efsa è la presenza di una contaminazione virale nei topi utilizzati per l’esperimento, potenzialmente in grado di influenzare i risultati. Una contaminazione di cui non esisterebbe però riscontro nello studio, e che secondo il tossicologo tedesco Peter Clausing sarebbe stata segnalata durante una teleconferenza con l’Efsa direttamente dall’allora direttore dell’Epa Jess Rowland.

Una comunicazione informale dunque, di cui si trova traccia anche nei paper: “Ho parlato di glifosato con l’Epa – scrive in un sms un dirigente della Monsanto all’indomani della teleconferenza – Nel corso della conferenza hanno l’impressione di aver portato l’Efsa sulla loro posizione”. Il rapporto privilegiato di Rowland con l’azienda d’altronde emergerebbe in più occasioni nei documenti privati della Monsanto. Un buon esempio è l’email inviata da un dirigente nell’aprile 2015, a ridosso di una nuova valutazione del glifosato da parte di un’altra agenzia federale americana, l’Agency for Toxic Substances and Disease Registry (Atsdr). In quella mail viene riferita una conversazione con Rowland, che avrebbe assicurato il suo supporto per fermare l’iniziativa dell’Atsdr: “Se riesco a disinnescare quest’iniziativa – avrebbe detto il direttore dell’Epa – merito una medaglia”.

Il ruolo della Germania
A fronte del polverone sollevato dai Monsanto papers in molti si aspettavano dunque una decisione diversa, se non altro più cauta, da parte del comitato d’appello della Commissioneeuropea. Magari sulla linea di quella proposta dal governoitaliano, che riconoscendo l’attuale importanza dei diserbanti al glifosato per l’agricoltura europea immaginava uno stop a partire dal 2020, per dare tempo di esaurire le scorte e organizzare un’alternativa. Così non è stato, e a far pendere l’ago della bilancia è arrivato, inaspettato, il voto della Germania, un paese che si era sempre astenuto nelle riunioni precedenti.

L’adesione della Germania al fronte dei sì ha garantito la maggioranza qualificata che ha permesso di sbloccare il voto, dando il via però a una nuova serie di polemiche. Il ministro dell’Ambiente Barbara Hendricks si è infatti detta da subito stupita, perché le indicazioni concordate con il governo andavano in direzione completamente diversa. Anche Angela Merckel si è rivelata all’oscuro della nuova indicazione di voto, rivendicata infine dal ministro dell’agricoltura Christian Schmidt, che ha ammesso di aver preso la decisione autonomamente, in barba a quanto concordato con i colleghi di governo.

Oltre a creare imbarazzo nella politica tedesca, il voto per molti rappresenterebbe il simbolo di un ennesimo colpo di mano dell’industria teutonica. Nei prossimi mesi è infatti attesa la fusione tra Monsanto e Bayer, un’operazione che accentrerà nelle mani del gigante farmaceutico tedesco la quota maggioritaria del mercato europeo degli erbicidi. Per ora la Commissione europea ha congelato la fusione a causa dei dubbi dell’Antitrust [8]. Ma il via libera potrebbe arrivare già il prossimo anno, grazie alla cessione del settore erbicidi e sementi della Bayer ad un’altra azienda tedesca, la Basf. Una decisione forse importante per evitare la creazione di un monopolio nel mercato agricolo, ma che modifica ben poco gli interessi strategici tedeschi sull’utilizzo del glifosato, e non aiuta a diradare i sospetti di un voto dettato dalla volontà di agevolare le industrie di casa.

 Via: Wired.it [9]