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Nelle urla degli scimpanzé le radici del linguaggio

Si riteneva che fosse una prerogativa umana, quella di allertare i nostri simili di fronte a un pericolo. Ma anche gli scimpanzé sono in grado di fare lo stesso: non solo mettono in guardia gli altri membri del gruppo quando sospettano la presenza di un pericolo, ma fanno uno sforzo maggiore per segnalarlo a coloro che sembrano ignorarne la minaccia. Gli esseri umani sono riusciti ad affermarsi come specie in gran parte grazie alle complesse abilità di comunicazione sociale. Alla base di tale abilità, vi è la capacità di comprendere, quando parliamo, quali sono le informazioni disponibili ai nostri interlocutori e di adeguare la nostra comunicazione di conseguenza. Ma quando uno scimpanzé emette un verso, sa cosa sanno o non sanno i suoi simili? O sta soltanto esprimendo il proprio stato emotivo? Un nuovo studio [1], condotto Catherine Crockford e Roman Wittig del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia in Germania e Klaus Zuberbühler dell’University of St. Andrews in Scozia e pubblicato su Science Advances, cerca di dare una risposta a questi interrogativi.

Catherine Crockford e i suoi colleghi hanno condotto una serie di esperimenti in cui hanno osservato la reazione degli scimpanzé selvatici, nella foresta di Budongo in Uganda, alla vista di un serpente finto che sbucava dall’erba. Nella prima serie di esperimenti, lo scimpanzé che vedeva il serpente per primo ne comunicava il pericolo ai propri simili vicini mediante versi di avvertimento e guardando alternativamente il serpente a terra e l’altro scimpanzé, ignaro della sua presenza. La cosa sorprendente è che, soprattutto quando si trattava di parenti o amici, agli scimpanzé non bastava che il proprio simile fosse fuori pericolo o avesse smesso di avvicinarsi, ma aspettavano fino a quando l’altro si avvicinava abbastanza per vedere il serpente.

Nella seconda serie di esperimenti, mentre lo scimpanzé percorreva un sentiero, ad un certo punto ascoltava la registrazione di un verso di un suo simile (in modo che lui credesse di averlo vicino anche senza vederlo) e dopo un po’, continuando a camminare, si trovava di fronte il serpente. I ricercatori hanno considerato due diversi scenari: nel primo caso lo scimpanzé ascoltava un verso di allarme che suggeriva che lo scimpanzé vicino avesse visto il serpente; nel secondo caso il verso registrato indicava ignoranza del pericolo. Lo scimpanzé modificava il suo comportamento davanti al serpente a seconda del tipo di verso che aveva udito qualche secondo prima. Se aveva sentito un verso che denotava ignoranza del pericolo, l’animale faceva uno sforzo maggiore, dando più avvertimenti vocali, per segnalare la minaccia imminente al proprio simile.

È noto che gli scimpanzé possono a volte essere altruisti, ma il fatto che essi possano modificare il loro comportamento e la loro vocalizzazione in base a quanto sia pericolosa una situazione, tenendo conto della consapevolezza altrui di quel pericolo, potrebbe riflettere una realtà più complessa di quanto si pensasse in precedenza. La cognizione sociale negli scimpanzé influenza il loro comportamento vocale, caratteristica che si riteneva assente nella comunicazione non umana. Alla luce di questi risultati si può ritenere che forme relativamente complesse di comunicazione fossero già presenti prima della comparsa di caratteristiche specifiche del linguaggio, come la sintassi.

Questa scoperta aggiunge un ulteriore tassello al dibattito sulla genesi del linguaggio. Vi sono differenti teorie che cercano di spiegare la genesi del linguaggio umano, enigma in cui è nascosto il segreto di tutta la nostra storia come specie. Una di queste ritiene che il linguaggio sia una facoltà esclusivamente umana e non il risultato di un’evoluzione che è partita con i primati non umani. Altre teorie concordano sull’evoluzione graduale del linguaggio da forme più elementari di comunicazione, vocale o gestuale, già presenti negli antenati comuni di esseri umani e scimpanzé [2]. Mostrare come gli scimpanzé facciano qualcosa che si riteneva fosse una prerogativa umana fa propendere a favore dell’ipotesi che ci sia continuità tra le nostre abilità linguistiche e quelle dei primati non umani.

Riferimenti: Science Advances [1]