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Tumore alla prostata: un nuovo modello di cura

Mettere il paziente “al centro”. È un’espressione che ormai siamo abituati a sentire. Raccoglie in due parole l’idea di un approccio clinico fondato sul dialogo tra il medico e l’assistito. In particolare si parla di tornare a considerare il paziente come il perno intorno a cui ruota un percorso terapeutico condiviso da un team multidisciplinare di specialisti, conferendogli allo stesso tempo un ruolo più attivo e consapevole. Un approccio inaugurato con le Breast Unit per il trattamento del tumore al seno e oggi adottato in Italia anche da diversi centri di urologia per la cura del cancro alla prostata. Con ottimi risultati: secondo un’indagine condotta dalla Società Italiana di Urologia [1] (Siu) in questi centri, circa 9 pazienti su 10 ritengono fondamentale essere coinvolti nel percorso di cura, mentre altrettanti sono soddisfatti del rapporto con l’équipe di medici. Lo studio è stato presentato il 13 novembre a Milano in occasione della campagna di sensibilizzazione Movember [2], che proseguirà per tutto il mese.

L’indagine ha coinvolto 22 centri urologici italiani per un totale 246 pazienti (in maggior parte ultrasettantenni) e 96 urologi, raccogliendo l’opinione di entrambe le parti in merito a vari aspetti del percorso terapeutico. Anzitutto, per l’87% dei pazienti è risultato indispensabile essere coinvolto nella scelta della terapia, idea condivisa dal 93% dei medici. Il 76% ha poi ritenuto adeguate le informazioni ricevute sul proprio stato di malattia, e l’89% ne è risultato soddisfatto. Inoltre, entrambe le parti hanno manifestato l’esigenza di agevolare l’accesso dei malati alle strutture e ai percorsi di cura (circa il 65% dei partecipanti). Ma oltre ai pareri in comune tra pazienti e medici, lo studio ha posto attenzione anche sulle preoccupazioni non altrettanto condivise, come la necessità di eseguire frequenti analisi del sangue o i cambiamenti di peso – fonte di ansia per gli assistiti, invece poco percepite dai medici. Nel complesso, l’indagine ha messo in luce come l’ascolto e il dialogo siano tra gli elementi fondamentali di un percorso terapeutico efficiente.

Questo dialogo ‒ essenziale (e per nulla scontato) già nel rapporto col medico di famiglia – diventa ancora più prezioso quando si collabora all’interno di una squadra più numerosa. Nell’equipe multidisciplinare che compone la Prostate Unit – in cui sono presenti urologo, oncologo, radioterapista ma anche andrologo, psicologo, infermiere – il paziente discute insieme ai medici delle possibili opzioni terapeutiche. “Il miglior approccio per il trattamento del tumore alla prostata prevede la legittimazione e responsabilizzazione del paziente oncologico – sostiene Vincenzo Mirone [3], coordinatore dell’indagine e responsabile dell’ufficio comunicazione e risorse della Siu – il quale dovrebbe partecipare alle decisioni senza mai essere messo nella situazione di dover scegliere tra alternative di specialisti con opinioni diverse”. Una strategia che non può altro che giovare sia al paziente che al medico, specialmente considerata l’alta eterogeneità del cancro prostatico e la quantità di trattamenti oggi disponibili – dall’ormonoterapia alla chirurgia aperta, dalla sorveglianza attiva alla chirurgia robotica. La via da percorrere, dunque, è sempre più quella di una “terapia personalizzata” in base alle caratteristiche del paziente, insieme al paziente.

L’indagine ha evidenziato dell’altro. Secondo i risultati, quasi un paziente su due (44%) sente il bisogno di condividere le proprie paure, speranze e pensieri con altri uomini che stiano vivendo o abbiano vissuto l’esperienza del tumore alla prostata. A dimostrare quanto la nota reticenza maschile a parlare di problemi di salute (soprattutto se relativi all’apparato genitale) nascondano in fondo un’esigenza inespressa di dialogo. Una reticenza che si riflette anche nella scarsa propensione degli uomini a informarsi e fare visite o esami per la diagnosi precoce, come il test del Psa ‒ l’antigene prostatico-specifico, una proteina prodotta dalla prostata che se presente nel sangue ad alti livelli può indicare la presenza del tumore. Addirittura, una recente ricerca effettuata dalla Fondazione Pro Onlus [4] su 2.500 uomini ha rilevato che l’80% effettua controlli del Psa ma solo la metà di questi si fa poi visitare dal medico per gli opportuni controlli.

Seppur ostili alle prassi di diagnosi e prevenzione, gli uomini dimostrano ‒ contratta la malattia ‒ di voler partecipare alle decisioni che riguardano il trattamento terapeutico. In uno scenario in cui la mortalità del tumore alla prostata è in calo ma l’incidenza è in aumento (grazie ai sempre migliori strumenti diagnostici a disposizione), si spera che il modello della Prostate Unit sia sempre più diffuso.