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Un premio per le ricerche non riuscite

Se ne è discusso in lungo e in largo, richiamando più volte l’attenzione alla loro sottostimata importanza. Riconosciute come essenziali per il progresso della scienza, le pubblicazioni scientifiche che mostrano i risultati negativi della ricerca conquistano oggi un nuovo inatteso riconoscimento, sotto forma di premio. L’European College of Neuropsychopharmacology [1] (Ecnp) ha infatti annunciato la futura assegnazione dell’“Ecnp Preclinical Network Data Prize”, del valore di 10mila euro, alla migliore pubblicazione contenente esiti negativi nel campo delle neuroscienze. Con l’obiettivo di incoraggiare la divulgazione di quei dati che non confermano le aspettative o le ipotesi di partenza del ricercatore. Chiunque voglia partecipare alla call per le nomination può recarsi sul sito ufficiale [1] dell’Encp, entro il 30 giugno 2018.

Partiamo da un presupposto: sul piano teorico, un risultato negativo ha lo stesso peso scientifico di un esito positivo. Proprio su questo principio si basa l’intero metodo della scienza, capace di autocorreggersi ed evolvere grazie soltanto alla propria trasparenza e oggettività. Fondamentale è allora mettersi costantemente in discussione, confrontarsi con possibilità alternative e, se necessario, tornare sui propri passi. Altrimenti non è scienza: l’obiettivo è avere a disposizione, a prescindere dai risultati ottenuti, un folto ed eterogeneo numero di pubblicazioni.

Più che nella scienza, il problema va cercato dunque nelle dinamiche editoriali. A ostacolare la pubblicazione di risultati negativi è la relazione tra due fondamentali attori: da una parte i ricercatori, che in nome di una carriera brillante tendono ad abbandonare rapidamente le ricerche che sembrano non portare a esiti positivi o a volte a “ritoccare” gli studi, cambiandone gli obiettivi in corso d’opera (secondo il fenomeno di hidden outcome switching); dall’altra parte le riviste, poco propense a pubblicare studi non riusciti e anzi sedotte dai risultati più eclatanti, fonte di prestigio per le riviste stesse. “I risultati negativi vengono spesso scartati perché si tende a credere che siano fonte di minor valore, sia per i singoli scienziati che per le riviste”, afferma infatti Thomas Steckler [2], copresidente del Preclinical Data Forum del Ecnp: “Inoltre, si tratta di dati che appaiono meno emozionanti, e allo stesso tempo meno adatti ad aprire nuove strade di ricerca o opportunità di finanziamento”.

Oltre alla pura deontologia, le ricadute del cosiddetto publication bias (letteralmente l’“errore” o la “distorsione” delle pubblicazioni) interessano da vicino sia la salute che le tasche della comunità. Specialmente nel caso della ricerca farmaceutica, in cui a sponsorizzare gli studi sono le stesse aziende: in questi casi la selezione dei soli risultati positivi è pratica comune, con l’effetto di generare aspettative e priorità falsate negli interventi di sanità pubblica e privata. Una tendenza diffusa in tutto il mondo, dietro alla quale si nasconde inoltre una spesa cospicua: secondo uno studio [3] pubblicato su Science nel 2015, soltanto gli Stati Uniti spendono 28 miliardi di dollari in ricerche che finiscono per non poter essere riprodotte.

Sulla scia delle poche altre voci fuori dal coro – per esempio il BioMed Central col suo Journal of Negative Results in Biomedicine [4] o Plos One con la collezione Missing Pieces [5] – il Preclinical Data Forum dell’Ecnp si impegna a premiare la migliore pubblicazione dei risultati negativi di ricerca, partendo dagli studi preclinici (sperimentazioni su tessuti o animali) nel campo delle neuroscienze. Per partecipare alla call è necessario che il primo autore della pubblicazione proponga all’Ecnp il proprio lavoro, relativo ad uno studio preclinico pubblicato non prima del 2012 su una rivista di settore. A ottobre 2018 a Barcellona, durante il Congresso dell’Ecnp, verrà premiato il vincitore.

Foto by: qimono via Pixabay