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L’eredità del Tribunale penale internazionale per l’ex-Yugoslavia

tribunale ex jugoslavia

(Photograph provided courtesy of the ICTY via Wikimedia commons)

Norimberga è un nome che non si scorda. Altisonante, imponente, duro. Come le immagini che evoca, quelle del processo contro gli ufficiali nazisti. Il processo che non permette di dimenticare.

Nominare l’Aia non fa lo stesso effetto. Eppure, nei passati 24 anni, nella città dei Paesi Bassi, il Tribunale penale internazionale per l’Ex-Jugoslavia (Tpi) ha processato imputati colpevoli di crimini altrettanto orrendi come genocidi, torture, stupri, crimini contro l’umanità, commessi durante i quattro conflitti che hanno avuto luogo nei Balcani tra il 1991 e il 2001.

Ora, con la sentenza ordinaria del 22 novembre con cui ha condannato Ratko Mladić all’ergastolo e con la travagliata ultima sentenza di appello del 29 novembre, durante la quale Slobodan Praljak (ex comandante della Repubblica Croata dell’Erzeg-Bosnia) si è avvelenato davanti ai giudici dopo aver visto confermata la sua condanna a 20 anni di reclusione, la corte ha concluso il suo lavoro. Per sempre.

Dopo questo ultimo atto infatti, 31 dicembre 2017, il tribunale chiuderà i battenti, lasciando il campo libero al Mict, Mechanism for International Crimes Tribunal [1]. Nato nel 2013 e sempre con sede all’Aia, il Mict si occuperà (insieme ad altri incarichi) anche dei processi di appello rimasti in sospeso, dell’archivio e altre attività legate a passati processi sia del tribunale per l’ex-Jugoslavia sia di quello per il Ruanda.

IL TRIBUNALE 

Il nome completo è Tribunale internazionale per il perseguimento di persone responsabili di gravi violazioni del diritto umanitario internazionale commesse nel territorio dell’ex-Jugoslavia dal 1991. Tra gli addetti ai lavori è conosciuto con l’acronimo Icty, dall’inglese International criminal tribunal for the former Yugoslavia. Tpi è invece l’acronimo in Italiano.

Il Tpi nasce il 25 maggio del 1993 con la risoluzione 827 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha competenza su quattro diversi conflitti (Croazia 1991–95; Bosnia-Erzegovina 1992–95; Kosovo 1998–99; Macedonia 2001) e punisce quattro tipi di crimini: violazioni della Convenzione di Ginevra del 1945, crimini di guerra, genocidio e crimini contro l’umanità.

Secondo quanto stabilito dalla convenzione 827, il tribunale ha il “…solo scopo di perseguire le persone responsabili di gravi violazioni del diritto umanitario internazionale commesse sul territorio della ex Jugoslavia tra il 1° gennaio 1991 ed una data che sarà fissata dal consiglio di sicurezza una volta ristabilita la pace…” e ci si aspetta che il suo lavoro contribuisca anche “al ristabilimento e al mantenimento della pace” e a “fermare e riparare efficacemente” le violenze, per avere dunque, in qualche misura, un effetto deterrente.

“Ci sono almeno due diverse ragioni fondamentali che spiegano perché sia stato creato il tribunale. La prima è che si volevano punire i responsabili dei crimini perpetrati nel contesto dei conflitti che hanno portato alla dissoluzione della Jugoslavia e che hanno provocato oltre 100.000 morti”, spiega Marko Milanovic, docente di diritto internazionale dell’Università di Nottingham, “L’altra motivazione era che si voleva trovare un modo per contribuire a portare la pace nella regione e magari a forzare un qualche tipo di riconciliazione tra i diversi gruppi. Da un lato quindi una ragione punitiva, dall’altro stabilire la verità e aiutare i processi di pace e riconciliazione”.

Tuttavia queste ragioni non riescono a spiegare perché sia stata proprio l’istituzione del tribunale l’azione scelta dal Consiglio di Sicurezza. “Penso che una delle ragioni principali dietro questa scelta fosse che nessuno voleva inviare delle truppe e intervenire militarmente nella regione, allo stesso tempo però volevano che si vedesse che stavano facendo qualcosa. Era difficile restare seduti senza far nulla: è stata la prima guerra ad essere trasmessa in video e ad arrivare in diretta in tante case in tutto il mondo. Inoltre Sarajevo è ad appena un’ora o poco più di volo da Vienna, quindi moltissimi reporter andavano e venivano per raccontare la guerra in tutto il mondo”, racconta Iva Vukusic, dottoranda all’Università di Utrecht, ex analista presso il dipartimento speciale dei crimini di guerra del procuratore di stato a Sarajevo, in Bosnia Herzegovina ed ex-collaboratrice di Sense News [2], agenzia giornalistica specializzata nel coprire il tribunale dell’Aia.

“Il secondo aspetto che ha influenzato la decisione del tribunale è stato il fatto che ci si trovava in un momento unico, da un punto di vista storico. Con la Guerra Fredda appena conclusasi c’era una sorta di revival delle idee di libertà di diritti umani, di rispetto della legge. Nel giro di 10 anni, infatti, oltre al tribunale per l’ex-Jugoslavia, sono nati anche quello per il Ruanda (Ictr) e la Corte penale internazionale. Cosa che non potrebbe succedere oggi con la situazione politica attuale. Infatti non c’è niente di simile per la Siria”, prosegue Vukusic.

Un inizio difficile
Gli inizi dei tribunale non furono certo i più semplici, senza soldi, senza personale, senza neanche un presidente. Inoltre era il primo tribunale di questo tipo dopo Norimberga: si doveva stabilire come procedere, mancavano le norme di diritto a cui fare riferimento per molti dei crimini, non c’era un vero supporto politico, né una cooperazione da parte degli stati della regione tale da permettere indagini e arresti. La corte infatti non ha e non aveva una polizia propria ma dipendeva in questo da forze armate esterne.

“Probabilmente non ci si aspettava che fosse un tribunale veramente funzionante e neanche che ottenesse i risultati che poi ha ottenuto. E questo ha sicuramente avuto un peso nella sua scarsa efficacia come deterrente”, fa notare Jennifer Trahan docente della Università di New York che sta collaborando a un libro dedicato proprio ai tribunali internazionali per l’ex-Jugoslavia e per il Ruanda. “Quando sono stati compiuti i massacri più atroci, il tribunale era appena entrato in funzione. Senza contare che i primi processi furono a carico di figure di basso — medio rilievo, come Dusko Tadic (miliziano delle forze serbo-bosniache in azione nella regione di Prijedor, ndr), anche questo non ha contribuito a spaventare personaggi come (Ratko, ndr) Mladić.

Solo negli anni successivi il tribunale è riuscito a far arrestare imputati di alto profilo, ma per farlo ha dovuto fare in modo che Unione Europea e Stati Uniti esercitassero una forte pressione sugli Stati della regione. L’Ue ha posto come condizione per l’ingresso nell’Unione proprio la piena collaborazione con il tribunale; lo stesso hanno fatto gli Stati Uniti con gli aiuti finanziari. Questo ha permesso che tutte le 161 persone per le quali era stato emesso un mandato fossero arrestate e mandate all’Aia. Un risultato unico: altrettanto infatti non si può dire per il tribunale internazionale per il Ruanda o per la Corte penale internazionale, che sono privi di leve simili.

“C’è voluto tempo ma è successo, e penso sia una lezione per tutti coloro che vivono in luoghi teatro di crimini di guerra e di genocidi che insegna a non perdere mai la speranza”, afferma Iva Vukusic. “È importante ricordare che questi sono crimini che non vanno in prescrizione, è importante ricordarlo pensando oggi alla Siria, all’Iraq o al Myanmar”.

Completion Strategy e tribunali nazionali Quando i lavori hanno cominciato a procedere a pieno ritmo, all’inizio degli anni 2000, il tribunale dell’Aia ha cominciato a concentrarsi esclusivamente sul lato giudiziario. In particolare, nell’ambito di quella che è stata definita Completion Strategy [3], ha lavorato per portare a termine il prima possibile i processi ai personaggi più rilevanti e ha delegato alle corti nazionali, alcune già esistenti altre nate appositamente nella regione, il compito di processare tutte le altre figure di minore rilievo.

Questi tribunali speciali si occupano sia di casi trasferiti dall’Aia sia di casi propri, portati avanti con l’aiuto di procuratori e giudici internazionali. Nonostante la chiusura del tribunale, queste corti proseguiranno il loro lavoro fino a quando avranno imputati da processare. Tuttavia, con il passare del tempo e con l’attenzione nazionale e internazionale che si allontana dalle guerre degli anni ’90, l’operato di questi tribunali speciali sembra sempre meno efficace: “La mia percezione, 12 anni dopo che questi processi sono cominciati, è che queste corti e questi procedimenti inizino ad essere considerati poco importanti, troppo costosi e politicamente complicati”, racconta Iva Vukusic, “la maggior parte infatti riguarda figure di minore importanza e non legate all’attualità politica del Paese ”.

PROCESSI ECCELLENTI

Come detto il tribunale ha perseguito 161 imputati. Di questi 90 sono stati giudicati colpevoli (tecnicamente infatti Praljak è morto dopo aver essere stato condannato) e 19 innocenti, 15 sono stati trasferiti ad altri tribunali, 17 sono morti prima che il processo fosse stato portato a termine e altri 20 hanno visto ritirato il loro atto di accusa . Tra i processi più importanti del tribunale, secondo l’opinione di Jennifer Trahan, ci sono senza dubbio gli ultimi: quelli a Radovan Karadzic e Ratko Mladić. Senza dimenticare forse il più famoso, a Slobodan Milošević. Ecco i processi più rilevanti dei passati 24 anni.

Ratko Mladić
Il “macellaio” (Butcher of Bosnia) è stato un generale dell’esercito serbo-bosniaco. Incriminato nel 1995 insieme a Radovan Karadzic, è stato catturato solo nel 2011. I capi di imputazione a suo carico sono 11: due di genocidio, cinque di crimini contro l’umanità e quattro di violazioni delle leggi di guerra. C’è lui dietro l’assedio di Sarajevo e il massacro di Srebrenica del 1995, durante il quale sono stati uccisi oltre 8000 bosniaci musulmani. Il 22 Novembre di quest’anno Mladić è stato condannato all’ergastolo.

Radovan Karadzic
Presidente della Repubblica Srpska (Repubblica Serbia di Bosnia) dal maggio al dicembre del 1992. Incriminato nel 1995 e catturato nel 2008. Il suo processo si è concluso nel 2016 dopo sei anni di udienze. Anche a suo carico c’erano 11 capi di imputazione ed è stato riconosciuto colpevole di dieci di essi. Condannato a 40 anni di reclusione, ha presentato appello il quale sarà preso in esame dal Mict.

Slobodan Milošević
Presidente della Serbia dal 1989 al 1997 e della Repubblica Federale di Jugoslavia dal 1997 al 2000. Incriminato per la prima volta nel 1999, era accusato di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra per un totale di 66 capi di accusa in tre atti separati per i conflitti in Kosovo, Bosnia e Croazia. Troppi secondo molti, tanti sicuramente da allungare inutilmente il processo, iniziato nel febbraio 2002 e mai concluso a causa della morte dell’imputato nel marzo 2006.

Radislav Krstić
Generale della dell’esercito della Repubblica Srpska (Repubblica Serbia di Bosnia). Durante il massacro di Srebrenica, Krstić era il comandante dei Corpi d’armata Drina e per quegli eventi, il 30 ottobre 1998, è stato incriminato per genocidio. Il 2 agosto del 2001 il tribunale riconosce per la prima volta che quanto avvenuto a Srebrenica è da considerarsi genocidio e Radislav Krstić diventa la prima persona ad essere condannata con questa imputazione dal Tpi. La pena sono 46 anni di reclusione ridotti in appello a 35. Il processo a Krstić è anche il primo dove viene determinato un legame tra stupro e pulizia etnica e genocidio.

Ante Gotovina
Ex generale dell’esercito croato, è stato incriminato nel giugno del 2001 per crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi contro la popolazione serba in Croazia durante l’Operazione Tempesta (Operation Storm), l’offensiva dell’esercito croato dell’agosto 2005 per recuperare la regione della Krajina. Venne arrestato solo nel 2005 dopo poco più di quattro anni di latitanza e condannato nel 2010 a 24 anni di reclusione. La sentenza di appello, nel 2012, tuttavia ha ribaltato questo verdetto assolvendo Gotovina.

Vojislav Šešelj
Ex presidente del partito radicale serbo e deputato del parlamento serbo. Viene incriminato nel 2003 per crimini contro l’umanità e di guerra in Croazia, Bosnia ed Erzegovina e Vojvodina con un totale di nove capi d’imputazione. Diversamente da molti altri imputati si consegna volontariamente. Il processo, cominciato nel novembre del 2007 si conclude nel marzo 2016 con un’assoluzione. Il Mict ha fatto ricorso in appello nel maggio dello stesso anno.

La persecuzione dei crimini a sfondo sessuale
Il Tpi ha lavorato molto sulla persecuzione dello stupro e della violenza sessuale [4] quali crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Uno dei processi chiave è quello contro Radomir Kovač, Dragoljub Kunarac e Zoran Vukovic, membri delle forze militari e paramilitari serbo-bosniache, il cui atto di incriminazione definisce la schiavitù sessuale un crimine contro l’umanità, in particolare facendo riferimento ai crimini commessi a Foča, in Bosnia-Herzegovina nel 1992 e nel 1993. Qui le forze serbo-bosniache si sono macchiate di omicidio, tortura, stupro e schiavitù sessuale nei confronti dei civili bosniaci musulmani. Dragoljub Kunarac è stato condannato a 28 anni di prigione, Radomir Kovac a 20, Zoran Vukovic a 12.

Altro processo importante in questo ambito è quello contro Zdravko Mucić, Hazim Delić, Esad Landžo e Zejnil Delalić. La corte, dopo aver ascoltato le testimonianze delle atrocità commesse al campo di prigionia presso il villaggio di Čelebići, nell’Erzegovina settentrionale, ha equiparato lo stupro alla tortura. I primi tre imputati, accusati anche di altre gravi violazioni delle Convenzioni di Ginevra, sono stati condannati rispettivamente a 9, 18 e 15 anni di reclusione; Delalić è stato invece assolto da tutte le accuse.

L’EREDITA’ DEL TRIBUNALE

Come detto, secondo la risoluzione 827, l’obiettivo del tribunale è di perseguire i colpevoli dei crimini dal 1991 al 2001 nella regione della ex-Jugoslavia, ma anche contribuire “al ristabilimento e al mantenimento della pace” e a “fermare e riparare efficacemente” le violazioni riscontrate.

“Quando valutato nei suoi obiettivi giudiziari, il Tpi ha chiaramente ottenuto un significativo successo”, spiega Jennifer Trahan. “Se invece ci si aspettava il raggiungimento di obiettivi più ampi, di trasformazione della società, il bilancio è meno positivo. Tuttavia ci si dovrebbe chiedere se sia ragionevole aspettarsi che un tribunale giochi tale ruolo.” Da un punto di vista prettamente giudiziario, dunque, secondo Trahan, ci sono molti fattori che dimostrerebbero il successo del tribunale. In primo luogo c’è il fatto che il Tpi è l’unico tribunale internazionale ad aver ottenuto l’arresto di tutti gli imputati per i quali aveva emesso un mandato di cattura, e quello di aver perseguito le responsabilità individuali di figure di alto profilo come capi di stato (Milošević) e ufficiali di alto grado dell’esercito (Mladić e Krstić) che mai avrebbero pensato di pagare per gli atroci crimini commessi.

Significativi sono stati anche i progressi apportati al diritto internazionale nell’ambito del genocidio, dei crimini di guerra e dei crimini contro l’umanità, con la creazione di un corpo di giurisprudenza che viene applicato in corti nazionali (e.g. quelle create ad hoc in ex-Jugoslavia che hanno lavorato molto in collaborazione con il Tpi) e internazionali, come la Corte penale internazionale. Quest’ultima stessa può considerarsi un’eredità del tribunale per l’ex-Jugoslavia: “Senza Norimberga non ci sarebbero stato il Tpi, e senza il Tpi non esisterebbe oggi la Corte penale internazionale”, sottolinea Trahan.

In particolare bisogna riconoscere al Tpi l’aver perseguito in modo efficace i delitti di genere e quelli a sfondo sessuale. “Lo stupro sistematico è stata una caratteristica dominante dei conflitti sia in ex-Jugoslavia sia in Ruanda. E mentre questo è un testamento estremamente triste di quanto accaduto, il fatto che questa giurisprudenza sia stata creata è estremamente significativo. Come, per esempio, il fatto che per la prima volta lo stupro sia stato riconosciuto come una forma di genocidio dal tribunale per il Ruanda e sia come crimine contro l’umanità sia come crimine di guerra dal Tpi”, ricorda la studiosa statunitense.

Tuttavia, anche da un punto di vista giudiziario ci sono dei risultati che suonano come fallimenti, per lo meno come passi falsi. Le sentenze a favore di Gotovina e Šešelj, per esempio, hanno lasciato molte perplessità tra gli esperti di diritto internazionale e anche tra alcuni membri del Tpi. Anche questo però fa parte del processo di giustizia, come ricorda Iva Vukusic: “Accettiamo continuamente assoluzioni da parte dei tribunali nazionali, che siano a causa di dettagli tecnici o di errori compiuti dall’accusa, lo stesso può accadere in un contesto internazionale. Posso essere personalmente delusa dal risultato di un procedimento, ma lo accetto perché così funziona la legge. Quello che è importante ricordare è che anche in caso di assoluzione a tutto quello che è stato detto e mostrato in aula è conservato e a disposizione di chi lo vuole conoscere”.

Secondo Vukusic, l’eredità più importante del Tpi sono proprio le voci dei circa 5000 tra vittime e testimoni che sotto forma di testi, registrazioni audio e video, rapporti tecnici e forensi costituiscono un dettagliato archivio storico dei fatti avvenuti nella regione a disposizione di chiunque voglia consultarlo [5]. “Quando un processo finisce, restano tutte queste prove che sono a disposizione di tutti. Io credo sia questa l’eredità più importante che lascia per iscritto e documenta per le future generazioni quello che è successo, invece di permettere che si dimentichi”.

Per quanto riguarda invece gli obiettivi non giudiziari del tribunale, il bilancio sembra non essere altrettanto positivo. “Se si vuole misurare il successo attraverso la situazione all’interno della ex-Jugoslavia, il meglio che si può dire è che, se anche il tribunale non ci fosse stato, i cinque stati sarebbero altrettanto nazionalisti quanto lo sono oggi; e anche se avessimo avuto un tribunale di enorme successo sarebbero tanto divisi quanto lo sono oggi”, spiega Marko Milanovic, che nel suo articolo “The Impact of the Icty on The Former Yugoslavia: An Anticipatory Postmortem [6]” ha pubblicato i risultati di alcuni sondaggi realizzati nella regione. Questi sondaggi mostrano come solo nella Federazione di Bosnia ed Erzegovina e tra la popolazione albanese del Kosovo si riscontrino opinioni positive sull’operato del tribunale.

“La mia opinione è che non c’era niente che il tribunale avrebbe potuto fare meglio di quello che ha fatto per promuovere la pace e la riconciliazione. Le forze che sono state dispiegate contro il tribunale all’interno di queste società sono semplicemente troppo forti. Dobbiamo essere realisti rispetto a cosa chiedere a questi tribunali e non dovremmo aspettarci che possano rimarginare le ferite della società o far superare le divisioni o preoccuparsi della riconciliazione.”

“Quello che io vorrei vedere sono più discussioni basate sui fatti. Non dobbiamo tutti avere una narrativa condivisa del passato, ma dobbiamo avere una base di fatti comune che sono stati confermati da prove: persone che conoscevamo sono morte e lo sono perché è stato sparato loro, e non perché sono cadute da una scala”, conclude Vukusic. “Tutti devono riconoscere che a Srebrenica sono state uccise circa 8000 persone. Questo è un fatto, come è un fatto che gli abitanti di Sarajevo sono stati tenuti sotto assedio. Questi sono fatti da cui partire e sui quali poi si può intavolare una discussione su come e perché queste cose sono successe”.

Via: Medium/@vischella [7]