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Cosa si rischia a cambiare il vocabolario della scienza

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Credit: James Gathany, Centers for Disease Control and Prevention

Vulnerabile, diritto, diversità, transgender, feto, evidence-based e science-based. Sono queste le sette parole ed espressioni di cui Trump avrebbe vietato l’uso nei documenti ufficiali del Cdc, i Centri per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie, un insieme di enti che hanno una funzione paragonabile a quella del nostro Istituto superiore di sanità. La black list, riferisce il Washington Post [2] è stata presentata dall’amministrazione Trump a un gruppo di analisti politici del Cdc, durante un briefing informativo di 90 minuti, tenuto lo scorso giovedì ad Atlanta.

Il divieto riguarderebbe alcuni documenti ufficiali dei Cdc, quelli che contengono il budget dell’anno prossimo. “I Cdc dipendono dal governo Usa”, ha ricordato Gilberto Corbellini, direttore del dipartimento di scienze umane e sociali, patrimonio culturale, del Consiglio Nazionale delle Ricerche, “e questi documenti sono molto importanti e strategici, dato che sulla loro base vengono realizzati i piani sanitari. Dunque, si tratta di una scelta di controllo politico sull’uso dei metodi scientifici e di alcuni aspetti inerenti i risultati della ricerca medica degli ultimi anni”.

L’amministrazione Trump [3] ha proposto delle alternative in sostituzione di alcune delle espressioni da eliminare: invece che science-based o evidence-based medicine si dovrà riportare che “i Cdc basano le loro raccomandazioni sulla scienza in considerazione degli standard e dei desideri della comunità”. Cosa significa?

In questo modo appare come che il concetto di evidence-based viene in qualche modo vincolato alle esigenze della società. In particolare la evidence-based medicine, sigla Ebm, cioè la “medicina basata sulle evidenze” è un metodo, che si fonda sull’efficacia delle prove scientifiche e che fissa il suo principio essenziale nel trasferimento dei risultati più efficaci ed efficienti nella cura dei pazienti. “Questo – prosegue Corbellini – ha avuto un grande impatto sulla medicina e ha ridotto l’arbitrarietà delle scelte mediche, garantendo l’appropriatezza prescrittiva. Il rischio, nel toglierlo dal vocabolario dei Cdc, è quello di ridurre tale appropriatezza. Si va verso l’idea che le persone possano curarsi in parte anche come vogliono”. Il pericolo, nel peggiore dei casi, è che eliminando la parola si aprano le porte all’eliminazione di un concetto fin troppo fondamentale per il funzionamento della scienza, quello della evidence-based medicine, facendo saltare step cruciali negli studi clinici: “Il rischio – aggiunge Corbellini – è che un farmaco venga immesso sul mercato e rimborsato soltanto sulla base della sicurezza, cioè dopo aver superato le prove che dimostrano che è sicuro, e non anche sulla base dell’efficacia, cioè dopo aver verificato che è efficace e che apporta benefici maggiori rispetto ad eventuali trattamenti già esistenti”.

Oltre al concetto di evidence-based e science-based, l’eliminazione delle altre parole incluse nella black list potrebbe avere un impatto, come spiega l’esperto, anche sui piani sanitari, perché si tratta di vocaboli importanti per l’informazione e la difesa della salute dei cittadini. I centri Cdc, ad esempio, si occupano di diffondere le informazioni sul virus Zika che può causare malformazioni nel feto e della prevenzione delle malattie sessualmente trasmesse, ma anche dell’Hiv [4] fra i transgender.

Ma cosa sia effettivamente accaduto non è chiaro. Dopo le indiscrezioni del Washington Post, infatti, la direttrice dei Cdc per esempio ha fatto sapere su Twitter che non esistono parole vietate presso i centri.

Tra smentite e timori paventati sono arrivate anche le rassicurazioni sul fatto che i meccanismi di funzionamento della tutela della salute delle persone continueranno a essere gli stessi. “L’Hhs (il dipartimento della salute e dei servizi Umani, nda), che sovrintende i Cdc, continuerà a utilizzare le migliori prove scientifiche disponibili per migliorare la salute di tutti gli americani”, ha commentato al Washington Post Matt Lloyd, il portavoce di questo Dipartimento che “inoltre incoraggia fortemente l’uso dei risultati e dei dati basati sull’evidenza nelle valutazioni del programma e nelle decisioni di budget”.


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