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Come studiare l’obesità senza test sugli animali

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(Università di Pisa) – I disordini metabolici dovuti alla nutrizione eccessiva sono un problema ormai pressante per il sistema sanitario di molti paesi del mondo, dato che sono spesso associati a diverse e gravi patologie. In un articolo [2] pubblicato sulla rivista PlosOne, il team di ricerca del Centro Piaggio dell’Università di Pisa guidato dalla professoressa Arti Ahluwalia propone un modo per studiare le patologie connesse all’obesità [3] che si è rivelato particolarmente efficace proprio perché basato su uno studio attento dell’organismo umano, le cui funzioni vengono riprodotte da tessuti ingegnerizzati.

“Fino ad oggi – spiega Arti Ahluwalia, direttrice del Centro Piaggio – l’uso di modelli animali per lo studio di disturbi metabolici era l’unico metodo esistente. Ma è un metodo con dei limiti perché l’obesità è un disturbo prettamente umano, e dipende dalla dieta e dallo stile di vita e questo è difficilmente riproducibile negli animali, che raramente mangiano più del necessario”.

I ricercatori del Centro Piaggio hanno quindi sviluppato un sistema in-vitro composto da più tessuti (grasso, fegato e tessuto vascolare) connessi tramite canali microfluidici per studiare l’insorgere di danni vascolari e segni di infiammazione sistemica legati all’aumento di tessuto adiposo fino a quantità che corrispondono nell’uomo a sovrappeso e obesità. Il risultato osservato è stato che i danni ai tessuti aumentano in modo proporzionale alla quantità di grasso, il che apre la strada per comprendere i meccanismi cellulari che sottendono la risposta dei tessuti all’eccesso di nutrizione.

“Da molti anni ormai – conclude Ahluwalia – il Centro Piaggio dell’Università di Pisa è all’avanguardia nello studio di alternative alla sperimentazione animale. Non è una scelta dettata dall’ideologia, ma dall’evidenza sperimentale e dal progresso scientifico, che ci dicono che questa è una strada migliore per avere modelli sempre più precisi dei sistemi biologici, migliorando quindi al contempo le condizioni dell’uomo e degli animali, e approfondendo le nostre conoscenze su come funziona il nostro corpo”.

L’applicazione della metodologia in vitro come alternativa alla sperimentazione animale è possibile grazie da una importante scoperta [4] fatta dalla professoressa Ahluwalia e pubblicata lo scorso anno su Scientific Reports, rivista del gruppo Nature. In questo studio infatti si dimostrava che è possibile applicare a cellule e tessuti coltivati in-vitro le medesime leggi universali dette ‘allometriche’ che regolano il metabolismo di tutti gli esseri viventi, piante e animali.

Riferimenti: Systemic and vascular inflammation in an in-vitro model of central obesity; Arti Ahluwalia, Alessandra Misto, Federico Vozzi, Chiara Magliaro, Giorgio Mattei, Maria Cristina Marescotti, Angelo Avogaro, Elisabetta Iori; PlosOne [2]


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