L’Alzheimer è ancora un enigma. Ecco cosa sappiamo ad oggi

prevenzione dell'Alzheimer

Subdolo, penetrante, costante. L’Alzheimer è la più diffusa forma di demenza e colpisce 50 milioni di persone al mondo, 600mila solamente in Italia. Nonostante la sua ampia diffusione, la malattia è ancora un enigma per i medici. La ricerca sul tema è però fervente e vengono pubblicati continuamente nuovi studi che mettono in luce possibili nuovi meccanismi con cui la patologia si accende e avanza. Ci sono stati passi in avanti, sì, ma anche qualche battuta di arresto. E se attualmente non c’è nulla di simile a una cura, si lavora per conoscere meglio le caratteristiche e le cause della malattia, per migliorare la prevenzione, la diagnosi precoce, e identificare tutti i sottotipi della malattia, così da arrivare infine a trovare terapie mirate e risolutive.

I sintomi dell’Alzheimer

Dimenticare cosa si stava facendo, essere disorientati nello spazio, inciampare nelle parole, possono essere i primi segnali di un declino cognitivo. E quando la malattia è in fase avanzata si arriva a perdere i ricordi di una vita. Ma vengono colpite anche la capacità di giudizio, di elaborare un discorso e di pensare in maniera consequenziale. L’Alzheimer, insomma, mette gradualmente in ginocchio il cervello.

Prevenzione dell’Alzheimer, i fattori di rischio

Nella maggior parte dei casi alla base della malattia c’è un mix di fattori che si combinano fra loro: da quelli genetici a quelli legati alle esperienze e alle abitudini di vita. Su alcuni non possiamo intervenire, come la familiarità genetica, l’età, comorbidità che aumentano il rischio come la sindrome di Down e i traumi alla testa (anche se questo elemento è dibattuto). Anche essere donne risulta essere un fattore di rischio, dato che il sesso femminile risulta mediamente più colpito dall’Alzheimer: tuttavia questo fenomeno potrebbe essere collegato alla durata di vita più lunga della donna.

Fra i fattori di rischio su cui possiamo intervenire ci sono il fumo, la mancanza di attività fisica, l’obesità, una cattiva gestione del diabete di tipo due, la pressione e il colesterolo alto. Ma anche un sonno sistematicamente disturbato e bassi livelli di istruzione sono elementi che in certi casi possono contribuire alla probabilità di sviluppare la malattia.

Prevenzione dell’Alzheimer

Mantenersi in forma con attività fisica regolare e alimentazione sana sembrano elementi essenziali per la prevenzione dell’Alzheimer. Non è un caso che l’80% dei pazienti con la malattia ha anche una patologia cardiovascolare. Oltre all’esercizio fisico, non bisogna sottovalutare quello mentale: vari studi dimostrano che essere sempre allenati a livello cognitivo, con giochi enigmistici, lettura e scrittura, potrebbe essere importante per proteggere i neuroni dal deterioramento. E ancora, prendere parte ad attività sociali, interagire con gli altri e avere legami importanti sono elementi che potrebbero abbassare il rischio di declino cognitivo secondo alcuni studi.

Prevenzione dell’Alzheimer, attenti alle gengive

A fianco alla ricerca di nuove terapie, uno dei fronti più attivi della ricerca è quello dell’indagine di nuovi fattori di rischio, finora poco considerati, che possono aumentare la probabilità di sviluppare dell’Alzheimer. Ad esempio, fra questi, uno è la presenza di un’infiammazione delle gengive, la cosiddetta parodontite. Il legame fra salute gengivale e Alzheimer è da tempo sotto l’attenzione dei ricercatori e uno studio recente individua l’anello di congiunzione dei due in un batterio responsabile dell’infiammazione della gengiva. Il batterio potrebbe in certi casi raggiungere il cervello e qui contribuirebbe alla produzione della proteina betamiloide, i cui accumuli sono fra le principali manifestazioni dell’Alzheimer. Per la prevenzione dell’Alzheimer sarebbe dunque bene controllare anche la salute orale e delle gengive.

Alzheimer, la diagnosi precoce

Un ambito di ricerca ricco riguarda poi la diagnosi precoce. Vari studi mettono in luce la possibilità, in futuro, di riconoscere con certezza l’Alzheimer anche soltanto con un’analisi del sangue, mentre attualmente la diagnosi (che a volte rimane generica e indica la presenza di una demenza) viene effettuata con test cognitivi e esami di imaging.

Uno studio recente, inoltre, mostra che chi ha familiarità per l’Alzheimer (con un parente di primo grado) e ha meno di 65 anni potrebbe presentare performance cognitive, fra cui memoria e capacità di apprendimento, ridotte già in giovane età , anche a 20 anni. I ricercatori suggeriscono di provare il test di memoria di Mind Crowd sviluppato da the Translational Genomics Research Institute, un istituto di ricerca sulla genomica senza scopo di lucro in Arizona. Lungi dal voler fare allarmismo, l’obiettivo è individuare persone potenzialmente a maggior rischio per mettere in atto tutte le strategie di prevenzione dell’Alzheimer.

Le cause: le principali ipotesi

Nel cervello, i neuroni sono connessi fra loro e comunicano attraverso le sinapsi. Queste piccole strutture favoriscono il passaggio di particolari sostanze chimiche, i neurotrasmettitori, che, come dei messaggeri, trasportano le informazioni da un neurone ad un altro. Nell’Alzheimer questa comunicazione viene letteralmente spezzata. La causa esatta non è ancora ben chiara: un’ipotesi piuttosto accreditata è che tutto inizia quando alcune proteine, come la betamiloide e la tau, smettono di funzionare correttamente. Queste sostanze si accumulano in ammassi via via sempre più grandi e danno il via a una serie di eventi tossici che uccidono i neuroni. Le placche amiloidi, ad esempio, sono oggi considerate come la principale manifestazione dell’Alzheimer e anche gli aggregati neurofibrillari, grovigli di proteina tau sono stati associati alla malattia.

I trattamenti oggi disponibili

Ad oggi non c’è una cura risolutiva per l’Alzheimer, anche se esistono dei trattamenti, sia con dei farmaci sia psico-cognitivi, che possono attenuare temporaneamente alcuni disturbi, come la perdita di memoria, la confusione e problemi del comportamento. Questi interventi agiscono sui sintomi, ma non sulle cause: non riescono cioè ad arrestare il danno ai neuroni, che vengono progressivamente distrutti.

La ricerca di nuovi trattamenti

Per questo gli scienziati stanno cercando nuovi approcci per anticipare la diagnosi e trovare nuove terapie efficaci. La maggior parte delle ricerche si concentra su nuovi farmaci che colpiscano gli accumuli di betamiloide e tau, arrestando il processo di morte dei neuroni. Ad esempio, si stanno studiando trattamenti con anticorpi diretti contro la beta-amiloide o con composti che possano colpire le sostanze – ad esempio l’enzima beta-secretasi – che favoriscono la sua produzione. E ancora, ci sono studi per capire in che modo la proteina tau collassa nei pericolosi grovigli.

Un altro fronte di studio riguarda la ricerca di strategie per affrontare i rari casi – meno dell’1% – in cui ci sono mutazioni genetiche alla base della comparsa precoce della malattia. Le persone che hanno queste alterazioni nel Dna svilupperanno con certezza la malattia. Un trial clinico attualmente in corso, condotto dal Dominantly Inherited Alzheimer Network (Dian) sta studiando se l’uso di anticorpi diretti contro la beta-amiloide possano ritardare i sintomi o evitare che compaiano.

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