Le galline e il male minore

    Alla notizia che la Coop Italia ha eliminato dai suoi scaffali le uova da animali in gabbia, gli animalisti della LAV hanno esultato. Al di là della soddisfazione personale per il successo della loro campagna “Liberiamoci dalle gabbie” (www.gallinelibere.lav.it) hanno infatti festeggiato il ritorno alla libertà di 560.000 galline. Con un anticipo di due anni rispetto alla definitiva messa al bando degli allevamenti in batteria (proibiti da una direttiva europea a partire dal 2012). Il motivo di tanto entusiasmo è presto detto: rinchiuse in spazi più piccoli di un foglio A4 le galline ovaiole soffrono, mentre libere di circolare in ambienti più ampi vivono meglio.

    “Ça va sans dire”. Ma siamo sicuri che le cose siano così scontate come sembrano? Migliora veramente la qualità di vita degli animali una volta scesi al suolo? Ognuno di noi istintivamente liquiderebbe la domanda con un convintissimo “sì”, senza sentire il bisogno di ulteriori approfondimenti. Ed è così che forse bisognerebbe rispondere, non prima però di avere affrontato la questione da una prospettiva più ampia.
    Ci ha invitato a farlo il 4 ottobre scorso la lettura dell’articolo del neuroscienziato Giorgio Vallortigara, pubblicato sul Sole 24 ORE. In sintesi Vallortigara descrive tre condizioni di allevamento: le deprecatissime batterie, le gabbie un po’ più ampie e il cosiddetto “free range”, uno spazio a terra di seicento metri quadrati che ospita al massimo dodicimila animali.

    A fine lettura c’è da chiedersi se quel “sì”, che forse continueremmo a sostenere qualora ci venisse domandato se le galline stanno meglio a terra, non abbia perso un po’ di  vigore. Ci potrebbe venire il sospetto che quel giudizio perentorio e spontaneo sia frutto piuttosto di un vizio di antropocentrismo, che ci porta a sopravvalutare l’importanza dello spazio vitale rispetto alle dinamiche della vita di relazione. Nessuno di noi rinuncerebbe definitivamente alla libertà di movimento per sottrarsi alle difficoltà della vita sociale. Non vale forse lo stesso per le galline ovaiole, ci dice Vallortigara, che fanno fatica a stabilire le naturali gerarchie sociali in gruppi di tremila individui, dove va a finire che tutti dominano e subiscono a turno. E lo dimostrano beccandosi in continuazione.  Anomalie nel nido pallio caudolaterale, la regione del cervello sensibile allo stress cronico, delle galline allevate a terra dimostrerebbero questo disagio.
    Vallortigara sembra suggerire quindi che siamo costretti a scegliere comunque  tra due mali. E che se decidiamo di far pendere la bilancia da una parte, piuttosto che dall’altra, dobbiamo essere consapevoli di cosa abbiamo messo sui due piatti, giudicandolo dal punto di vista delle galline, non dal nostro.  Possiamo continuare a festeggiare?

    1 commento

    1. Esatto!! Meno male che qualcuno che si accorge che non tutto quello che viene spacciato per grande risultato lo sia veramente…
      Forse le galline staranno un pochino meglio, ma di certo non si può esultare. Lo si potrà fare quando gli allevamenti intensivi scompariranno… nell’attesa e per realizzare questo fine, non resta che consigliare ai consumatori non di scegliere questo uovo o quello, ma di non comprare uova!!
      Si può benissimo fare a meno delle uova, per affermare i diritti delle galline ma anche per non essere complici della loro sofferenza e della loro morte una volta che non siano più produttive secondo lo standard. Senza parlare di tutto ciò che implica per la salute mangiare un uovo prodotto da galline stressate, private di libertà aria e luce, riempite di medicinali e così via.

    2. Concordo con quanto scritto da Giulia: in gabbia o a terra affastellate le une sulle altre non cambia nulla.
      Io non compero uova da decenni e vivo benissimo ugualmente (è chiaro che sono anche vegetariana).

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