Cani, come sono diventati i migliori amici dell’uomo

L'analisi del genoma di fido svela la sua maggiore capacità di digerire l'amido rispetto al suo fratello selvatico, il lupo. Segno dell'adattamento alla convivenza con gli esseri umani e alle loro abitudini alimentari

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Una ciotola di spaghetti separa il cane dal lupo. Per dirlo con chi si intende di genetica, fido avrebbe sviluppato nel corso dell’evoluzione qualche modifica nel suo Dna che gli permette di digerire e sfruttare l’amido molto meglio di quanto non sappia fare l’intestino del suo fratello selvaggio, che è rimasto decisamente più attaccato alla bistecca. E qui starebbe, almeno in parte, il segreto della domesticazione del nostro amico, stando a un ultimo studio dell’Università di Uppsala, in Svezia, pubblicato su Nature.

La storia di come, dove e quando gli esseri umani e gli antenati dei cani abbiano cominciato la loro convivenza è tanto affascinante quanto oscura. Quello che si sa per certo è che tra 14 e 11 mila anni fa, cane e uomo erano già tanto amici da venire persino sepolti negli stessi luoghi (vedi Galileo, “Il primo cane addomesticato? Morto e sepolto”). A quel periodo risalgono infatti i primi ritrovamenti archeologici in Israele di tombe canine. Ma la storia, probabilmente, comincia molto prima: i primi reperti fossili di quelli che sembrano essere più cani che lupi risalgono a 33 mila anni fa in Siberia (Altai Mountains). Anche per la genetica, la domesticazione cominciò di certo almeno 10 mila anni fa, forse in Asia sud-orientale o medio-orientale. In molti, comunque, ritengono che questi animali siano stati addomesticati più di una volta da popolazioni diverse e che poi si siano anche occasionalmente incrociati con i lupi (vedi Galileo, “L’origine del colore nero”).

La prima a svelare il Dna del quadrupede è stata, nel 2005, la svedese Kerstin Lindblad-Toh (vedi Galileo, “Ecco il Dna del cane”), allora al Mit di Boston. Ed è sempre lei che, tornata nel suo paese, sta ora cercando di risolvere questo rompicapo evolutivo.

Grazie alle recenti tecniche di sequenziamento, Lindblad-Toh e colleghi hanno analizzato l’intero genoma di 12 lupi e 60 cani di razze diverse. Hanno così identificato 36 regioni del genoma che differenziano i primi dai secondi (e che sono invece uguali in tutte le razze considerate). Di queste, 19 contengono geni coinvolti nello sviluppo del cervello e che potrebbero rendere conto dell’indole meno aggressiva. La vera sorpresa, però, riguarda l’individuazione di dieci geni che codificano per l’amilasi, un enzima che rompe le molecole di amido – componente principe di grano e riso – in glucosio. I cani hanno da 4 a 30 copie di geni per l’amilasi, i lupi soltanto due. Ne risulta che i primi sono circa 5 volte più facilitati nell’assimilazione di questo alimento dei secondi. Non c’è da stupirsi, quindi, se oggi sono dei pastasciuttài.

Il numero di questi geni varia anche tra le popolazioni umane: è più alto in quelle che hanno un’alimentazione a base di carboidrati, come gli americani e gli europei. Cani e lupi sembrano avere anche una diversa capacità di metabolizzare il maltosio, che dipende dal gene per l’enzima maltasi. In questo caso non è il numero delle copie presenti nel genoma a variare, ma le sequenze di “lettere” che porta a una versione più lunga dell’enzima, simile a quella che si trova negli erbivori come le mucche, e negli onnivori come i ratti.

La domesticazione potrebbe aver spinto gli animali a mangiare le stesse cose dei loro padroni: “È possibile che gli esseri umani abbiano preso i cuccioli di lupo per addomesticarli, e che questi abbiano cominciato a mangiare gli avanzi quando è cominciata l’agricoltura moderna”, ipotizza Lindblad-Toh.

Riferimento: doi:10.1038/nature11837

Credits immagine: sarah …/Flickr


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