Chi ha incastrato i raggi Gamma?

E’ stato un gruppo di astronomi dell’Università di Bologna, battendo sul tempo i più agguerriti gruppi americani e inglesi, a osservare per la prima volta la controparte ottica di un Gamma Ray Burst (Grb). A rilevare cioè la presenza di un oggetto che emette luce visibile proprio nello stesso punto del cielo da cui, poche ore prima, era arrivato il misterioso lampo di raggi gamma. Dell’evento, Galileo ha parlato nel numero scorso.

E’ un grande successo per la ricerca italiana, da anni alla guida di un progetto per lo studio dei Grb che ha portato anche al lancio del satellite Beppo-Sax. Un gioiello ideato apposta per l’osservazione di queste improvvise “esplosioni” di raggi gamma. La scoperta promette di fare luce sull’origine finora misteriosa di questi fasci e di chiarire un problema da tempo dibattuto tra gli addetti ai lavori. Ma come a volte accade per le scoperte importanti, la storia del suo annuncio ha i contorni di un piccolo “giallo”.

Tutto ha avuto inizio il 28 febbraio scorso, quando gli strumenti di Beppo-Sax sono stati investiti da un enorme flusso di particelle gamma e sono stati in grado di stabilire con grande precisione la zona di cielo da cui provenivano. Infatti la peculiarità di Beppo-Sax rispetto ai suoi predecessori è proprio la capacità di determinare con un errore minimo il punto da cui è partito il fascio. Le coordinate vengono poi trasmesse a terra, così i telescopi “classici” possono catturare l’eventuale immagine ottica del Grb. Beppo-Sax ha rivelato il lampo gamma al mattino, ne ha inquadrato la sorgente e ha trasmesso la posizione al Centro di calcolo di Roma, che a sua volta ha avvertito diversi osservatori. A questo punto è iniziata l’attesa del buio, e con essa è iniziato anche il piccolo giallo: chi è riuscito a vedere per primo la sorgente dei Grb?

Stando a quanto riportato nelle scorse settimane dai giornali americani e inglesi, le prime immagini sarebbero state ottenute dal gruppo di ricerca anglo-olandese del William Herschel Telescope di La Palma, nelle Isole Canarie. Ma non è del tutto vero.

La “gara” in realtà ha visto vincitore il gruppo degli astronomi bolognesi Corrado Bartolini, Adriano Guarnieri, Adalberto Piccioni e Nicola Masetti. Appena 17 ore dopo la rivelazione del Grb, sono riusciti ad “immortalare” la controparte ottica del Grb dal telescopio di Loiano, presso Bologna, e ne hanno seguito l’evoluzione fino al 18 marzo, giorno in cui l’oggetto è diventato troppo debole per essere ancora visibile agli strumenti. La notizia è stata annunciata dallo stesso Guarnieri l’8 aprile nel corso del Meeting del Gruppo italiano di fisica cosmica che si è tenuto a Villa Olmo, vicino a Como. Il gruppo anglo-olandese, invece, ha ottenuto le immagini del Grb 21 ore dopo l’esplosione gamma, cioè quattro ore dopo gli italiani. Solo poche ore, dunque, ma fondamentali. Ore che potrebbero determinare a quale gruppo verrà attribuita la scoperta.

La procedura da seguire dopo ogni scoperta astronomica prevede che il primo passo sia informare il Center for Astrophysics dell’Università di Harvard, negli Usa, che provvede poi a diramare la notizia in tutti i centri di ricerca del mondo. A Bologna hanno invece preferito scrivere un articolo per la rivista britannica Nature (in attesa di pubblicazione) nel quale sono riportate in modo dettagliato le osservazioni. Già questo dovrebbe bastare per attribuire la paternità della scoperta all’Italia. Gli altri gruppi, più veloci nel comunicare la scoperta, hanno potuto ufficializzare le osservazioni poche ore dopo averle fatte. Forse è questa la causa del “giallo del Grb”.

Ma, oltre alla diatriba sulla sua attribuzione, la scoperta ha anche un grosso peso scientifico. Infatti i dati italiani combinati con quelli olandesi e poi con quelli del Telescopio spaziale Hubble permettono di studiare nel dettaglio l’emissione ottica del Grb e ottenere svariate informazioni sulla sua natura e sui processi fisici in atto. Il gruppo italiano ha osservato la sorgente quando la sua luminosità stava ancora aumentando, mentre gli olandesi ne hanno seguito l’evoluzione dopo il massimo, che probabilmente ha seguito di un giorno il picco di emissione in raggi X e gamma.

Inoltre è stato possibile osservare che l’attività ottica è diminuita di 15 volte dopo soli 4 giorni dalla prima osservazione. Dai primi dati di Loiano (per conoscere i dettagli bisognerà aspettare la pubblicazione su Nature), si può concludere che l’emissione di luce visibile associata a un Grb decresce più lentamente di quella di raggi gamma, che diviene invisibile nell’arco di un solo giorno.

Finora l’origine e la natura di queste improvvise “esplosioni” sono rimaste misteriose. Le recenti osservazioni del telescopio Hubble hanno mostrato una certa nebulosità attorno alla sorgente, una nebulosità che potrebbe assomigliare a una galassia. Un’ipotesi a favore dell’origine extragalattica dei Grb. Ma è di venerdì scorso la notizia che un gruppo di ricercatori di Milano hanno scoperto che la controparte ottica del Grb si muove molto velocemente. Questi dati farebbero propendere per un’origine dei Grb interna alla nostra galassia. Anzi, oggetti di quella velocità si dovrebbero trovare a un centinaio di parsec di distanza dalla Terra, quasi dietro l’angolo rispetto alle distanze astronomiche. In ogni caso parecchi dei ricercatori interessati sono convinti che entro l’estate prossima il mistero dell’origine dei Grb verrà dipanato.

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