Coronavirus, è emergenza anche per la ricerca

Il nuovo coronavirus ha fatto saltare diversi meccanismi che riguardano la ricerca. Risultati annunciati troppo presto, scontri fra illustri scienziati, articoli pubblicati su riviste di pregio e poi ritirati sono alcuni degli effetti collaterali della corsa alla pubblicazione. La pandemia incalza e la comprensibile urgenza fa sì che i ricercatori siano instancabilmente al lavoro per produrre nuove prove e comunicarle quanto prima – a volte troppo presto, causando qualche intoppo. L’attenzione è in questo caso puntata sul processo di peer review , la revisione dei pari, in cui scienziati non coinvolti in uno studio ne valutano la validità prima della sua pubblicazione. Anche questo meccanismo è stato colpito dall’emergenza: i tempi della revisione si sono molto accorciati e in alcuni casi sono passati da mesi a solo qualche giorno. Con possibili danni collaterali, come studi non accurati che nonostante ciò possono avere un importante ricaduta sulla salute delle persone: ne è un esempio il caso di due articoli, uno su farmaci per la pressione, pubblicato sul Nejm, e l’altro sulla clorochina e l’idrossiclorochina, su Lancet, poi ritirati dagli autori. Ma allora durante una pandemia quando è giusto annunciare i dati di uno studio? E ancora: quanto si può accettare di togliere tempo e spazio al processo di revisione – e dunque alla sua accuratezza – in favore di risposte più rapide?

La peer review durante la pandemia

In una pandemia, proprio come si dovrebbe predisporre un piano sanitario d’emergenza, bisognerebbe farlo anche per la scienza e la ricerca, per riuscire a mantenere il rigore scientifico in una situazione d’urgenza. Ad esempio, velocizzare troppo il processo di revisione può avere esiti negativi durante la pandemia. Che si sono mostrati nel caso dell’articolo su Lancet, che mostrava un’associazione a livello statistico fra l’uso di clorochina e idrossiclorochina e un’aumentata mortalità nei pazienti con Covid-19. Sulla base di questi dati (il campione era molto ampio), l’Oms aveva sospeso i trial con questi farmaci, poi nuovamente autorizzati, dopo pochi giorni, a seguito dell’esternazione di dubbi da parte della comunità scientifica e poi della rimozione della pubblicazione con le scuse da parte degli autori. Dopo la pubblicazione, infatti, un gruppo di ricercatori non coinvolti nella ricerca hanno notato che alcuni dati non erano conformi con quelli noti. Gli autori del paper, interpellati, si sono accorti, insieme ai revisori, che non potevano garantire per la loro accuratezza e, scusandosi con editori e lettori, hanno ritirato lo studio.

Ma sviste di questo tipo accadono soltanto quando c’è un’emergenza? “In generale, possono accadere sempre”, ha commentato il biologo Enrico Bucci, professore alla Temple University di Philadelphia e autore della pagina Cattivi scienziati sulla cattiva scienza e sulla pseudoscienza “anche se sicuramente l’urgenza e la pandemia Covid-19 hanno esasperato problematiche già presenti”. Fra le altre criticità che possono contribuire a risultati non validi, c’è la corsa alla pubblicazione dovuta alla competizione fra scienziati e il problema del publish or perish, ovvero il fatto che un ricercatore che non pubblica non va avanti nella carriera, muore a livello lavorativo.

Peer review, come ovviare ai tempi lunghi

In tempi normali la peer review richiede mesi e fino a un anno e questo può rappresentare un problema, soprattutto durante una pandemia, quando c’è bisogno di avere risposte quanto prima. Inoltre, nel frattempo può accadere che altri gruppi di ricerca lavorino per riprodurre risultati analoghi – uno spreco di tempo e energie, insomma. Per ovviare a questo problema, nell’attuale emergenza sanitaria si è arrivati anche a una peer review fatta in sole 48 ore, una corsa che è associata a dei rischi sia per la credibilità della scienza sia per la salute dei cittadini.

“A mio avviso in un’emergenza non bisogna puntare sul velocizzare la peer review, che ha dei tempi tecnici”, aggiunge Bucci. “Un’ipotesi valida è quella di basarsi invece sul preprint, la versione di uno studio ancora non revisionata, e lasciare che autonomamente ricercatori non coinvolti nella ricerca e la comunità scientifica possano valutare dati e risultati”. Insomma si tratterebbe di una peer review condivisa che possa comunque far emergere eventuali criticità, come è avvenuto nel giro di pochi giorni nel caso di Nejm e Lancet (che però non erano ricerche in preprint ma già pubblicate).

Le criticità dei preprint

Ma anche basarsi sui preprint può avere dei rischi, soprattutto per la presenza di eventuali errori o perché non tutte le persone che hanno accesso alle pubblicazioni non revisionate sono scienziati in grado di avere un occhio critico. E ancora, come racconta ad esempio uno studio sul Medical Journal Armed Forces India, perché articoli su argomenti meno popolari oppure presentati da gruppi sconosciuti potrebbero ricevere meno attenzione di altri che destano maggiore interesse. Per questo e per altri motivi, fermo restando che un peer review successivo rimane essenziale, l’autrice dello studio raccomanda agli accademici di valutare bene la scelta di pubblicare in preprint considerando tutte le possibili implicazioni, anche quelle ideologiche, politiche ed economiche.

In ogni caso nell’emergenza coronavirus i preprint sono stati molto diffusi e sono fortemente aumentati. “Nell’emergenza sanitaria hanno rappresentato uno dei modi modo per bypassare, almeno temporaneamente, gli ostacoli del più lungo processo di peer review come lo conosciamo”, aggiunge Bucci. “Quello che è importante, però, e che dovrebbe sempre essere sotto il controllo della comunità scientifica, è che nei preprint si possa avere informazioni chiare sulla numerosità del campione, i dati e gli effetti osservati affinché la comunità scientifica possa valutare il supporto quantitativo di una determinata ipotesi prima di divulgarla”.

E anche quando la ricerca sembra valida andrebbero svolti ulteriori approfondimenti. “A mio avviso sarebbe opportuno, prima di divulgare un risultato a un pubblico più ampio, che non ci si basi su un singolo articolo, favorendo un’ipotesi, seppure fondata, rispetto a un’altra”, chiarisce Bucci, “al contrario ci si dovrebbe basare su una meta-analisi di tutti gli studi sul tema, che dovrebbe essere svolta da istituzioni come l’Aifa o da altri enti di ricerca preposti, cosa che al momento non sempre avviene”. Insomma, sarebbe opportuno un piano più strutturato.

Peer review, le altre criticità

Ma una volta cessata l’emergenza la riflessione sulla peer review dovrebbe essere più ampia. Un articolo sulla rivista Pain Physician Journal, per esempio, mette in luce altri problemi che possono affliggere il processo processo di revisione. Revisori e editori possono avere difficoltà a comprendere il contenuto del manoscritto o non capire bene un risultato e questo può ostacolare il riconoscimento di eventuali problemi. Ma ci possono essere anche pregiudizi dovuti alla difficoltà di accettare nuove ipotesi (conservatorismo in ambito scientifico) fino alla eventuale parzialità dei revisori, soprattutto quando i nomi di autori (o delle istituzioni) non sono anonimi e altri bias. In ogni caso lo studio rimarca l’essenzialità di questo processo e l’importanza di uno sforzo per migliorarlo.

Riguardo allo studio di come eliminare di alcuni di questi pregiudizi un gruppo italiano, coordinato dal sociologo Flaminio Squazzoni dell’università di Milano ha lanciato un progetto finanziato dall’Unione europea, chiamato Peere. Il progetto valuta la peer review e fornisce un protocollo accessibile a tutti, ovvero un metodo per una migliore condivisione con tutti dei dati sia degli autori sia dei revisori sia del processo di revisione, resi anonimi e tenendo conto degli aspetti etico-legali e dei problemi di privacy (il fatto è che per una buona revisione gli autori non dovrebbero conoscere i nomi dei revisori e viceversa). “La maggior parte di noi crede che la peer review abbia solo la funzione di garantire che venga pubblicata solo la ricerca di alta qualità”, ha dichiarato il sociologo Squazzoni in un articolo sul sito della Federation of European Microbiological Society, “ma è anche un mezzo per aumentare il valore della conoscenza che è incorporata in un documento e per collegare gli scienziati indipendenti in un dialogo costruttivo”.

Via Wired.it

Immagine di Konstantin Kolosov via Pixabay

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Viola Rita

Giornalista scientifica. Dopo la maturità classica e la laurea in Fisica, dal 2012 si occupa con grande interesse e a tempo pieno di divulgazione e comunicazione scientifica. A Galileo dal 2017, collabora con La Repubblica.it e Mente&Cervello. Nel 2012 ha vinto il premio giornalistico “Riccardo Tomassetti”.

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