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Due molecole “antisenso” per sconfiggere la progeria

Una nuova scoperta Made in Italy aiuta a gettare luce sulle cause molecolari della progeria, una malattie rara che causa l’invecchiamento precoce dell’organismo. Merito di uno studio realizzato dai ricercatori dell’Istituto Firc di Oncologia Molecolare, del Cnr-Igm di Pavia e del Karolinska Institute di Stoccolma. La ricerca, pubblicata sulle pagine di Nature Communications, dimostra come è possibile rallentare lo sviluppo dei sintomi della patologia spegnendo gli allarmi molecolari che bloccano la proliferazione delle cellule in presenza di un eccessivo accorciamento dei telomeri, le porzioni di DNA poste al termine dei cromosomi per proteggere il nostro materiale genetico.

I telomeri – chiariscono gli autori della ricerca – si accorciano progressivamente con la replicazione del DNA, e col tempo questo accorciamento diventa eccessivo rappresentando una minaccia. Le cellule però hanno modo di accorgersene, e reagiscono attivando un allarme molecolare che blocca la proliferazione della cellula danneggiata inducendo una forma di invecchiamento cellulare definito senescenza: la cellula senescente perde la capacità di proliferare e di svolgere efficientemente le sue funzioni, e questo impedisce ai tessuti di rigenerarsi. Questo fenomeno avviene inevitabilmente nel normale processo di invecchiamento dell’organismo ma anche a seguito di eventi patologici quali alcune malattie genetiche e i tumori.

In una ricerca precedente, il team di Fabrizio d’Adda di Fagagna – responsabile del programma di IFOM Risposta al danno al DNA e senescenza cellulare e ricercatore presso l’Istituto di Genetica Molecolare del CNR – aveva scoperto che i telomeri danneggiati inducono la formazione di due specifiche classi di RNA non codificanti, chiamate dilncRNA e DDRNA, e che questi agiscono proprio come allarmi molecolari inducendo la senescenza della cellula. E sviluppando speciali molecoleantisenso” complementari a questi RNA i ricercatori sono riusciti a indurre lo spegnimento degli allarmi in maniera mirata.

“Questi risultati – racconta d’Adda di Fagagna – ci hanno incoraggiato a testare questo approccio sulla progeria o sindrome di Hutchinson-Gilford”. Una malattia genetica non ereditaria, spiega il ricercatore – che causa nel soggetto l’invecchiamento precoce già dai primi mesi di vita e l’insorgenza di patologie tipiche dell’invecchiamento, quali ad esempio fragilità muscolo-scheletrica e patologie coronariche, riducendo purtroppo l’aspettativa di vita a circa vent’anni. “Una malattia importante, su cui siamo felici di poter dare un contributo conoscitivo – continua d’Adda di Fagagna – e anche un modello di malattia per aiutarci a capire più a fondo i processi di invecchiamento dell’organismo umano al fine di individuare delle strategie terapeutiche per controllarli in condizioni patologiche tipiche dell’invecchiamento stesso”.

Forti dei risultati precedenti, nel nuovo studio i ricercatori hanno sperimentato su cellule umane in vitro e in vivo e su un modello murino della malattia l’effetto delle due molecole antisenso. Scoprendo che dimostrano un’ottima capacità di prevenire l’invecchiamento precoce caratteristico della progeria. “Abbiamo testato le nostre molecole antisenso in cellule umane derivate dalla pelle di pazienti – spiega la ricercatrice IFOM Francesca Rossiello, coautrice dello studio – e nella pelle di un modello murino di HGPS, allungando la vita massima di questi topi di quasi il 50%”.

È presto, ovviamente, per sapere se i risultati saranno confermati anche su pazienti umani. Ma la ricerca rappresenta comunque un importante posso in avanti che aiuterà a comprendere meglio le cause della progeria e di altre gravi patologie. “Questa ricerca, oltre a segnare un avanzamento conoscitivo per la Progeria – conclude Fabrizio d’Adda di Fagagna – apre la possibilità di testare le molecole antisenso per la cura di tante altre patologie umane legate all’invecchiamento e associate al danno ai telomeri, come i tumori, la cirrosi epatica, la fibrosi polmonare, l’aterosclerosi, il diabete, la cataratta, l’osteoporosi e l’artrite. Siamo convinti del potenziale terapeutico di questo approccio e siamo determinati a portarlo sempre più vicino ai pazienti, anche nel contesto oncologico”.

Riferimenti: Nature Communications

Simone Valesini

Giornalista scientifico a Galileo, Giornale di Scienza dal 2012. Laureato in Filosofia della Scienza, collabora con Wired, L'Espresso, Repubblica.it.

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