Quei giorni perduti

Sono nato il quindici di settembre. Ho superato i cinquanta e, pur festeggiando ancora il mio anniversario, non ci do troppa importanza. Ma quando ero più giovane, quando ero piccolo, il compleanno era una grande festa: venivano gli amici, e poi i regali. Per tutti i ragazzi è importante il compleanno. Che cosa avremmo fatto se qualcuno avesse deciso di cancellare il giorno del nostro compleanno, come se non fossimo mai nati?

A tanti, in epoche diverse, è successo, per colpa di Giulio Cesare e del suo calendario. E poi della riforma che apportò al calendario che usiamo ancora oggi Papa Gregorio XIII nel sedicesimo secolo. L’iniziativa del Papa provocò un “buco” nel calendario, precisamente tra il 5 e il 15 ottobre del 1582. Tibaldo Monti era nato a Bologna il 10 ottobre del 1570. Nel 1582 avrebbe compiuto 12 anni. (Già, perché gli anni si compiono quando si completano; non si nasce avendo già un anno; il nostro caro secolo ventesimo finisce alla fine del centesimo anno, cioè con l’anno 2000, e così il millennio). Quindi il “buco” nel calendario cancella il compleanno di Tibaldo. Chi è Tibaldo? E’ il protagonista del breve romanzo “Tibaldo e il buco nel calendario” del fisico americano Abner Shimony (Springer Italia, pp. 165, lire 39.000). Una favola, se si vuole, che si legge tutto di un fiato. L’autore spiega perché il Papa è costretto a tagliare quei giorni dell’anno 1582. Al piccolo Tibaldo lo spiega l’insegnante di Astronomia nella Scuola di san Giuseppe all’Angolo, Vittorio Rhaeticus, polacco, nipote di Georg Joachim Rhaeticus, allievo del grande Nicolò Copernico (alcuni dei personaggi del libro sono storici, altri inventati).

Nel gennaio del 1582 si era diffusa la voce di una possibile alterazione del calendario. E quando i cambiamenti vennero imposti, nei paesi cattolici vi furono rivolte al grido di “Ridateci i nostri dieci giorni”. Nei paesi protestanti, dove il cambiamento arrivò più di un secolo e mezzo dopo, i rivoltosi gridavano invece : “Ridateci gli undici giorni che il Papa e il Demonio ci hanno portato via!”. Unidici e non dieci, perché era stato necessario aggiungerne uno per il tempo trascorso dalla riforma papale. Si diceva che i cambiamenti nel calendario avrebbero causato la non maturazione del raccolto, il disorientamento degli uccelli, e persino che i moti celesti sarebbero avvenuti in modo disordinato. Il tempo aveva un buco! Tibaldo non credeva a tutte queste storie però non gli andava giù che togliessero il suo compleanno, seppur solo per un anno.

Il problema nasce dal fatto che in un anno solare non vi è un numero intero di giorni. Ogni anno solare dura 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi. Una conseguenza è che per ottenere un calendario di dodici mesi in cui ogni mese sia costituito da un numero intero di giorni, è necessario che i mesi abbiano un diverso numero di giorni. Per mille e seicento anni il calendario utilizzato fu quello giuliano, dal nome di Giulio Cesare che lo istituì nel 45 avanti Cristo. Fu stabilito che l’anno solare fosse di 365,25 giorni. Di conseguenza ogni quattro anni un anno doveva essere bisestile, di 366 giorni. Così facendo, ogni anno era più lungo dell’anno solare di 11 minuti e 14 secondi.

Al Concilio di Nicea nel 325 venne stabilita una formula per stabilire il giorno della Pasqua, data molto importante per la religione cristiana. Il 21 marzo del calendario giuliano fu definito il giorno dell’equinozio di primavera e la Pasqua doveva essere celebrata la prima domenica dopo la prima luna piena che ricorreva il giorno stesso o dopo l’equinozio di primavera. A causa della durata dell’anno giuliano e dei suoi 11 minuti e 14 secondi di scarto, nel 1581, 1256 anni dopo il Concilio di Nicea, la discrepanza tra anno solare e calendario giuliano aveva raggiunto dieci giorni. L’equinozio di primavera cadeva intorno all’11 marzo, spostando la Pasqua di dieci giorni verso l’estate. Nel 1577, quindi, Papa Gregorio XIII (che era nato a Bologna e si chiamava Ugo Buoncompagni) nominò una commissione per impostare un calendario migliore. Ovviamente ne facevano parte dei matematici. La soluzione che trovarono e che usiamo ancora oggi fu: gli anni non divisibili per quattro devono avere 365 giorni; se un anno è divisibile per quattro ma non per cento, deve essere bisestile, di 366 giorni; se un anno è divisibile per cento ma non per quattrocento, avrà solo 365 giorni. Perciò il 2000 è un anno bisestile. Il nuovo calendario genera un errore di appena due giorni, 14 ore e 24 minuti in diecimila anni.

E il problema di Tibaldo? Il 24 febbraio 1582 il Papa proclamò il nuovo calendario e ordinò che il giorno dopo il 4 ottobre 1582 fosse il 15 ottobre e che le date in mezzo erano soppresse. Tibaldo inizia la sua battaglia per salvare il compleanno. Nel settembre del 1582 il Papa si reca in visita a Bologna e Tibaldo con uno stratagemma riesce ad incontrarlo. Riuscirà nel suo intento? Se la vicenda raccontata da Shimony è inventata, è invece storia che il Papa aggiunse al proclama per la riforma del calendario alcune frasi “pro festivitatibus Intermissis”, per le festività cancellate: “Essendo anniversari, celebrazioni e festività civili occasioni di giusta allegria e rigenerazione dello spirito, è contrario alla nostra volontà che questi vengano omessi in seguito alla riforma del calendario…..”. Il libro è illustrato dai disegni di Jonathan Shimony; e alla fine contiene un’appendice per comprendere le questioni astronomiche alla base del problema del calendario.

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