Una voragine record alle porte di Roma

Andare a caccia di pozzi profondi può sembrare un’impresa da Guiness dei primati. Se così fosse, il primato spetterebbe al Lazio. Precisamente al parco naturale di “Macchia di Gattaceca” nei Monti Cornicolani, a circa 20 chilometri da Roma, dove è stato individuato il silkhole – nome specialistico con cui si indica una voragine da sprofondamento – più profondo del mondo. Ben 310 metri. A scoprire il “Pozzo del Merro” è stato un gruppo di geologi coordinato da Paolo Bono, docente di Idrogeologia presso l’Università “La Sapienza” di Roma. Che si sono calati senza però ancora raggiungere il fondo. I 310 metri sono invece stati raggiunti grazie a una macchina messa a disposizione dai vigili del fuoco. Si tratta di un Rov (Remote Operated Vehicle, veicolo a comando remoto) dotato di telecamere e di un braccio meccanico. Ma l’avventura continua. Presto verrà fatta una nuova esplorazione con macchine capaci di scendere più in profondità.

Ma perché calarsi in ambienti così ostili? Non sarebbe più semplice misurarne la profondità con tecniche indirette come per esempio i sonar che sfruttano le onde acustiche? In realtà queste cavità, in molti casi, arrivano quasi subito ad avere un diametro di proporzioni minime, come i quattro metri del Merro. Quindi il segnale acustico va in saturazione, rendendone difficile il rilievo. Ma la ragione più importante che spinge il geologo a intraprendere avventure di questo tipo è la volontà di studiare ambienti nuovi, finora inesplorati. I campioni portati in superficie hanno infatti consentito agli studiosi di conoscere ancora meglio questa realtà geologica. “E’ stato semplice campionare le rocce che compongono le pareti della voragine”, ha detto Giorgio Caramanna, il primo a calarsi fino a 100 metri accompagnato dallo speleosubacqueo Riccardo Malatesta. “Mi ero portato un martello da geologo, per prelevare alcuni campioni dalle pareti, ma mi sono bastate le mani perché la roccia è divenuta friabile per effetto di una lenta e forte erosione chimica che dura da milioni di anni”. Le rocce all’interno delle quali si è aperta la voragine sono composte da calcare depostosi circa 200 milioni di anni fa in un intervallo di tempo che i geologi chiamano “Lias”.

Più si scende in profondità e più l’acqua diventa calda a testimonianza del fatto che siamo in presenza di una cavità carsica all’interno di un’area che in passato era soggetta a vulcanismo. Basta infatti andare qualche chilometro più a sud dei Monti Cornicolani per incontrare le più famose Acque Albule, o acque bianche. La loro particolare colorazione in superficie è dovuta al processo di ossidazione dei solfuri presenti in alta concentrazione. Le acque del Merro invece sono meno mineralizzate tanto che, intorno agli anni Settanta, l’Acea stava studiando la possibilità di utilizzarle come approvvigionamento idrico. Ma pompando l’acqua ci si rese conto che i problemi derivavano non tanto dalla quantità ma dalla qualità dell’acqua: anche quella proveniente dal Merro presentava solfati in quantità elevate. Oggi, grazie alle analisi comparate, è stato possibile confermare l’ipotesi che gli idrogeologi avevano fatto all’epoca: le acque del Merro provengono dalla stessa falda acquifera che più in profondità è anche all’origine delle acque dei pozzi limitrofi.

Il tanto agognato fondo dovrebbe anche presentare un accumulo di sedimenti di interesse per chi vuole studiarne la fauna all’interno. I biologi stanno già analizzando gli esemplari portati in superficie di una forma endemica di crostacei, che potrebbe rappresentare una nuova specie del comune Niphargus. Anche il plancton a queste profondità presenta caratteristiche peculiari. “Le acque sotterranee”, spiega Vincenzo Cottarelli, docente di Freatobiologia presso l’Università della Tuscia di Viterbo, “sono per gli organismi viventi una sorta di rifugio e costituiscono un habitat rimasto inalterato per molto tempo. Dove alcune forme di vita hanno potuto sopravvivere alle vicissitudini climatiche oppure trasformarsi in specie nuove di interesse per la scienza”.

“Studiare realtà geologiche come quella del Merro”, spiega Paolo Bono, “è importante per analizzare il processo che porta alla formazione di queste voragini. Nell’area in questione è un fenomeno molto diffuso, improvviso e mai preceduto da segnali premonitori. L’ultima risale a due mesi fa”. La ricerca del fondo di una cavità così profonda come quella del Merro può dare ulteriori indizi sul verificarsi di questi fenomeni. Inoltre la presenza del geologo in aree come queste costituisce un occhio vigile sull’impatto ambientale delle attività umane.

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