Territori sostenibili

    I referendum popolari sull’acqua e l’energia nucleare sono ormai alle porte, e si è appena celebrata la Giornata mondiale della Terra. Questi appuntamenti ci ricordano che coniugare sviluppo e sostenibilità è ormai un obbiettivo irrinunciabile per le società moderne, soprattutto nelle città, che sono l’emblema della modernità. Per discuter di questi temi, il 9 e il 10 giugno 2011 si svolgerà a Roma, presso l’Aula Giubileo dell’Università LUMSA (Via di Porta Castello – 44), la Terza conferenza nazionale dei Sociologi dell’ambiente e del territorio sul tema: Territori sostenibili. A confrontarsi nella due giorni di dibattiti saranno sociologi del territorio, architetti, urbanisti e rappresentanti delle istituzioni (per il programma della conferenza visita il sito http://www.sociologiadelterritorio.it/eventi.php).

    Nella transizione verso modelli sostenibili, le città sono doppiamente protagoniste. Lo sono in quanto simbolo della modernità e perché presentano caratteristiche differenti, ognuna delle quali rappresenta sfide specifiche alla sostenibilità. Affrontare i problemi delle città, quindi, vuol dire sia confrontarsi con il modello di sviluppo economico che si sta affermando su scala globale, sia impegnarsi per invertire in ciascun contesto il segno dei processi che creano la insostenibilità.

    In ogni caso, per evitare che l’idea di “sostenibilità urbana” si trasformi in uno slogan generico o in un’etichetta  da apporre ad iniziative marginali, occorre affermare una visione sistemica dei processi che  producono dissipazione delle risorse, vale a dire coglierne la relazione reciproca e adottare un approccio progettuale  integrato, capace di produrre effetti non solo settoriali. Questo vale, in particolare, per uno dei temi-chiave dello sviluppo urbano contemporaneo: la crescita fuori dalle città. Questo tipo di urbanizzazione è insostenibile sotto molti aspetti. Esso produce la distruzione di risorse essenziali, esasperando il consumo di suolo anche quando la popolazione non cresce, impoverendo e frammentando gli ecosistemi, incrementando la mobilità automobilistica, ma anche favorendo modi di vita poveri di relazioni sociali e basati su un rapporto strumentale tra gli abitanti ed il territorio.

    Per invertire questi processi è prima di tutto necessario comprendere – sotto tutti i profili – i meccanismi che li alimentano. A partire da ciò, occorre poi essere anche in grado di cogliere le pratiche che vanno in senso contrario e che fanno pensare ad una possibile ricomposizione dei rapporti sociali ed ecologici: dalle esperienze di cohousing, ai gruppi di acquisto solidale, alle diverse forme di valorizzazione di prodotti e paesaggi locali, al rilancio dell’agricoltura urbana e di forme di turismo dolce in zone periurbane, sino a movimenti e strutture a rete come quello delle “città in transizione”. Per quanto oggi appaiano pratiche “di nicchia”, esse esprimono una iniziativa dal basso, che manifesta l’interesse di ricostruire un rapporto col territorio a partire dalla tutela e valorizzazione dei beni comuni: non solo gli ecosistemi, ma anche il paesaggio, la socialità, le conoscenze locali.

    Questa iniziativa deve trovare coordinamento ed appoggio da parte delle politiche pubbliche, a vari livelli. È  però indispensabile che le istituzioni innanzitutto siano in grado di stabilire un quadro di regole certe per lo sviluppo del territorio, che promuovano forme non dissipative di sviluppo e che creino contesti favorevoli alla diffusione di stili di vita di strutture insediative sostenibili.

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