Silvia Giralucci presenta:
L’inferno sono gli altri
Alla ricerca di mio padre vittima delle Br nella memoria divisa degli anni Settanta
(Mondadori)
Intervengono Luca Telese e Lorenzo Pavolini
Gli anni Settanta, a Roma come a Padova, ma anche a Bologna, a Milano e in tante altre città italiane sono stati anni di grandi passioni, di sogni, di indignazione e di ribellione. Ma anche anni nei quali veniva da molti sentito come legittimo l’uso della violenza nella politica. Alla memoria, ancor oggi divisa, su quel decennio così importante e ancora attuale nella storia italiana è dedicato il libro “L’inferno sono gli altri” della giornalista Silvia Giralucci che verrà presentato dall’autrice assieme a Luca Telese e a Lorenzo Pavolini alla libreria Melbookstore di via Nazionale a Roma, giovedì 9 giugno alle 18.
Partendo da un punto di vista umanamente molto interessato alle vicende di quegli anni, l’autrice – figlia della prima vittima delle Br, Graziano Giralucci ucciso nella sede del Msi di Padova il 17 giugno del 1974 – va alla ricerca delle ragioni di un decennio, dello spirito del tempo in cui per la politica valeva la pena morire o rischiare di rovinarsi la vita.
Sulle tracce degli ideali e delle tempeste che hanno attraversato quegli anni, Silvia Giralucci ha incontrato alcune persone che, da una parte e dall’altra, hanno vissuto in prima persona gli anni caldi dell’Autonomia padovana e le cui storie, antitetiche e inconciliabili, formano un mosaico di memorie «divise». Cecilia, la sfrontata «ragazza dello yoga», che di quel tempo rimpiange l’ironia e la voglia di cambiare il mondo. Il suo nemico giurato, Guido Petter, insigne docente ed ex partigiano, divenuto bersaglio degli studenti e della violenza estremista. Pietro Calogero, il magistrato che condusse l’inchiesta «7 aprile» e fece arrestare i vertici dell’Autonomia operaia organizzata, sospettati di collusione con le Br. L’«infame» Antonio Romito, il sindacalista che, dopo l’assassinio di Guido Rossa, passò da Potere operaio al Pci e collaborò con la giustizia. Pino Nicotri, il giornalista accusato di essere uno dei «telefonisti» nei giorni del sequestro Moro. E poi, in colloqui più sofferti e difficili, ex autonomi che hanno conosciuto la durezza del carcere ma non si sono «pentiti».
Nella ricerca delle ragioni dei «sovversivi» che volevano fare la rivoluzione e nel racconto delle prove di coraggio di chi, per contrastarli, ha messo a repentaglio la proprio vita, è riconoscibile il tentativo di ricucire i lembi di una ferita privata, che però può essere un modo per curare anche le tante aperte da allora sul corpo della società italiana.





