Categorie: Salute

Un network per le biobanche

Sono una preziosa fonte di informazioni per la ricerca di base e per la sperimentazione di terapie. Perché permettono agli studiosi di avere a disposizione tutti i campioni biologici di cui hanno bisogno per identificare l’eziopatogenesi delle malattie (cancro e malattie neurodegenerative, soprattutto), e sviluppare nuovi farmaci. Sono le biobanche, ovvero delle raccolte organizzate di materiale biologico (e delle informazioni relative) che proviene dai pazienti ricoverati negli ospedali o nelle strutture private. Ma in Italia nessuno sa esattamente quante siano: perché molti ricercatori, a titolo individuale, collezionano frammenti di tessuti (cellule tumorali, sangue, urine…) nei loro laboratori. Con impianti di conservazione a volte non adeguati, spesso scarsa specializzazione del personale. E una gestione non ottimale dei dati relativi ai campioni dal punto di vista del consenso informato dei pazienti e della tutela della privacy. Per mettere ordine in un settore che comunque mostra una crescita impetuosa è nato il Nicab, ovvero Network of Italian Cancer Biobanks, una rete costituita dagli otto Istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (Irccs) del settore oncologico riuniti nell’Alleanza Contro il Cancro. Un progetto nato nel 2004 che però solo a dicembre 2006 vedrà finalmente la luce, con la condivisione delle informazioni relative ai frammenti conservati nei diversi istituti attraverso un software dedicato.

Il network si muove su grandi cifre. “Dai nostri calcoli, il database potrebbe contenere dati relativi a circa 150 mila campioni di tessuto ogni anno, ha detto Luigi Spagnoli, oncologo dell’Università di Roma Tor Vergata e direttore generale di Acc nel corso della giornata di studio sulle biotecnologie organizzata dal “Premio Sapio per la ricerca italiana”, a Roma il 19 ottobre. L’idea è quella di raccogliere circa 5 frammenti di interesse dal 10 per cento dei pazienti oncologici ricoverati (che ogni anno sono circa 300 mila). Il costo totale dell’iniziativa dovrebbe ammontare a circa 2 milioni l’anno, tenendo presente l’ammortizzazione progressiva dei costi: conservare un numero ridotto di frammenti costa diverse centinaia di euro a campione, cifra che può scendere a meno di un euro all’aumentare della quantità di materiale conservato.

“Il primo obiettivo del Nicab sarà quello di definire degli standard tecnologici comuni per la conservazione dei frammenti”, spiega Angelo Paradiso, direttore scientifico dell’istituto Tumori “Giovanni Paolo II” di Bari. Proprio nell’istituto pugliese, per altro, è ospitata la prima biobanca italiana di un centro di ricerca pubblico che otterrà, la prossima settimana, un “certificato di qualità” ad opera di un ente internazionale: in questo caso si tratta degli olandesi della Det Norske Veritas. “La filosofia del network” continua Paradiso “è quella di rispettare le peculiarità degli istituti che ne fanno parte. Ciascun laboratorio resterà proprietario dei campioni conservati, ma le informazioni saranno messe in rete per poter essere condivise non solo dai ricercatori del network, ma anche da quelli all’esterno”.

Grande importanza sarà poi riservata alle questioni etiche e giuridiche. “Allo stato attuale la legislazione italiana in materia non è specifica, a differenza di quanto avviene in altri paesi europei”, spiega Spagnoli. Dunque si dovrà fare di necessità virtù, utilizzando gli strumenti – non del tutto appropriati, per la verità – attualmente disponibili, ma lavorando per promuovere una normativa più adatta alla realtà delle biobanche. “Esiste poi un problema di ‘consenso informato’ del paziente da cui viene prelevato il campione, cui deve essere spiegato in modo molto approfondito chi avrà accesso alle informazioni relative alla sua malattia e al suo frammento organico”, commenta Maria Grazia Daidone dell’Istituto Tumori di Milano, un altro dei nodi del network, “spiegando che il tessuto viene prelevato a fini di ricerca, e con la garanzia che questo non verrà venduto ad altri istituti”. E soprattutto, che per il paziente i benefici non saranno diretti, ma che attraverso quel prelievo molta ricerca sul cancro potrà essere possibile, in ogni laboratorio del pianeta.

Elisa Manacorda

Giornalista, è direttrice di Galileo, che ha fondato nel 1996 con altri giornalisti e ricercatori. Scrive di scienza e tecnologia per le principali testate italiane. E’ docente al Master SGP della Sapienza Università di Roma, collabora con il Master in Comunicazione della Scienza dell'Università di Ferrara. Con Letizia Gabaglio è autrice di "Il Fattore X" sulla medicina di genere.

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