HomeSocietà2003, un bilancio in rosso

2003, un bilancio in rosso

di
Matteo Carbone

Dalla fine della Guerra Fredda il mondo non è mai stato così poco sicuro come oggi: la “guerra al terrore” intrapresa nel nome della libertà e dei diritti umani non ha migliorato le condizioni di vita delle popolazioni coinvolte. Anzi, per il momento le ha peggiorate. Nel frattempo, lontano dai riflettori mediatici, i conflitti, l’insicurezza e la violenza continuano ad affliggere milioni di persone nel mondo, e in Africa in particolare. Questa è la realtà dipinta da “Post-conflitto: il secondo tempo della guerra”, il rapporto annuale di Amnnesty International presentato il 28 maggio scorso contemporaneamente a Roma, Londra e Parigi. Focalizzato sulla situazione post-bellica in Afghanistan e in Iraq, l’incontro romano ha avuto come protagonisti due testimoni diretti degli avvenimenti in Medio Oriente: Marco Bertotto, presidente della sezione italiana di Amnesty International di ritorno da Baghdad, e Luca Lopresti, responsabile del coordinamento Sud Asia, appena rientrato da Kabul. Entrambi hanno messo in guardia da facili entusiasmi circa la “normalizzazione” nei due paesi: la guerra in Iraq, hanno denunciato, non si è di fatto ancora conclusa mentre le conseguenze dell’operazione “Enduring Freedom” continuano a farsi sentire in Afghanistan, dove a diciotto mesi dalla fine delle operazioni militari legge, ordine e rispetto dei diritti umani sono ancora una speranza. “Dalla cacciata del regime talebano in Afghanistan la situazione non è migliorata molto”, ha riferito Lopresti, “il governo di Karzai ha cancellato le leggi scritte che privavano le donne di tutti i diritti civili, ma le pratiche discriminatorie non sono cessate: le donne non possono avere un’attività commerciale e di fatto sono ancora oggi costrette a indossare il burqa per evitare di essere sfigurate con l’acido”. E se le condizioni generali della popolazione migliorano nei grandi centri urbani, come Kabul e Kandahar, peggiorano nelle altre province, dove spesso vigono leggi più dure di quelle talebane. Ed su queste realtà che Amnesty International vuole intervenire: “Bisogna insegnare a tutti gli afgani, e in particolare alle forze di polizia e ai militari, il rispetto dei diritti civili”, prosegue Lopresti. Un compito arduo, visto che l’esercito e le forze di polizia sono in mano ai cosiddetti “signori della guerra”, spesso responsabili di gravissime violazioni dei diritti umani: “Ad Amnesty è stato concesso di entrare in alcune prigioni e ciò che abbiamo visto è stato un vero e proprio inferno: sovrappopolazione, mancanza di servizi igienici e di assistenza medica”. Ma chi è responsabile di questa situazione? Lopresti punta il dito contro il governo afgano ma anche contro la forza internazionale: “L’esecutivo di Kabul ha risolto i problemi più gravi solo sulla carta, mentre la forza internazionale si è preoccupata soprattutto della propria sicurezza, al punto da trascurare completamente quella del popolo afgano”.Il precedente afgano non consente di guardare con ottimismo all’immediato futuro dell’Iraq, dove a 50 giorni dalla conclusione delle operazioni militari regna il caos. “In verità la guerra non è finita ma è solo entrata in una seconda fase, non meno preoccupante”, ha detto Bertotto. “Per garantire un futuro agli iracheni”, ha aggiunto il presidente di Ai Italia, “è necessario che l’Onu prenda in fretta una serie di misure e che gli occupanti rispettino le regole sancite dalla Convenzione di Ginevra, che prevedono innanzitutto il rispetto dei diritti umani”. Tra le iniziative più urgenti, secondo Amnesty International, l’istituzione da parte delle Nazioni Unite di una commissione di esperti per la modifica delle leggi irachene e la presenza costante di ispettori che vigilino affinché vengano tutelati i diritti degli iracheni. Afghanistan e Iraq non esauriscono purtroppo il panorama dei conflitti e delle violazioni dei diritti umani. Conflitti e violazioni che il rapporto di Amnesty registra in luoghi assai diversi tra loro come Costa d’Avorio, Colombia, Burundi, Cecenia, Nepal e la Cina, dove alcuni cittadini sono stati arrestati per aver criticato via Internet il regime di Pechino. E se non la passa liscia nemmeno l’Italia, per il comportamento della Polizia al G8 di Genova e al Global Forum di Napoli, l’accusa più grave è contro Stati Uniti e in Gran Bretagna che, grandi sostenitori dei diritti umani durante la Guerra Fredda, dopo l’11 settembre hanno fatto marcia indietro introducendo norme che violano quegli stessi principi, come testimonia il trattamento riservato ai terroristi o presunti tali detenuti a Guantanamo.

RESTA IN ORBITA

Articoli recenti