All’indomani dell’approvazione definitiva al Senato di un disegno di legge voluto dal ministro Valditara (il n. 1735) i titoli dei giornali sono stati di questo tenore: “Educazione sessuo-affettiva nelle scuole: divieto per infanzia e primaria, dalle medie solo con ok dei genitori” (Orizzonte Scuola 22 giugno). È un classico esempio di informazione che, con l’intento di semplificare, distorce l’effettivo contenuto di una legge e, quel che è peggio, induce le scuole ad assumere comportamenti apparentemente rispettosi della norma ma fondamentalmente non coerenti né con la legge appena approvata né con le leggi precedenti.
In effetti il disegno di legge Valditara non impedisce l’educazione sessuale nella scuola, né alla scuola primaria né alla scuola secondaria di primo e secondo grado e nemmeno alla scuola dell’infanzia. Il che non significa che si tratti di un provvedimento innocuo, al contrario è una norma che calpesta l’autonomia scolastica ma non per quello che si ricava dai titoli dei giornali. Ma andiamo con ordine.
Cosa dice la norma Valditara sulla sessualità a scuola
Per comprendere la reale portata della legge voluta da Valditara la cosa migliore è, come sempre, andare alla fonte e leggere il brano che riguarda proprio la scuola primaria e la scuola dell’infanzia (art. 1, comma 5). Eccolo: “Fermo restando quanto previsto dalle Indicazioni nazionali (…), per la scuola dell’infanzia e la scuola primaria sono escluse, in ogni caso, le attività didattiche e progettuali nonché ogni altra eventuale attività aventi ad oggetto temi attinenti all’ambito della sessualità”. Che cosa significa nel concreto quel “fermo restando”? Significa che le novità introdotte da questa norma non impediscono lo svolgimento delle normali attività didattiche curriculari che hanno come obiettivi quelli fissati dalle Indicazioni nazionali. E allora dobbiamo chiederci: l’educazione sessuale è compresa nel curricolo ordinario della scuola? E qui scatta il “dipende”. Un “dipende” che non solo coinvolge l’interpretazione delle Indicazioni nazionali ma anche la consapevolezza delle scuole, e degli stessi docenti, che gli argomenti e le attività didattiche sono di esclusiva competenza delle scuole stesse alla sola condizione che si muovano nell’ambito di traguardi e obiettivi presenti nelle Indicazioni.
Occorre poi considerare che il confine entro cui si svolgono le attività didattiche dipende fortemente anche dalla metodologia didattica che si utilizza. Facciamo un paio di esempi. Nelle Indicazioni nazionali, dello stesso Valditara, troviamo questi due obiettivi per la scuola primaria: “Conoscere gli elementi fondamentali e gli apparati del corpo umano, compresi gli apparati sessuali” e “Struttura e funzioni del corpo umano, funzioni riproduttive” (sono nella sezione di scienze della scuola primaria). È dunque certamente corretto considerare la sessualità come tema da trattare in classe al fine di conseguire questi obiettivi. Qualcuno potrebbe obiettare che un conto è studiare gli organi e le funzioni riproduttive, altro conto è approfondire i comportamenti sessuali e, ancora di più, tematiche quali la contraccezione, l’omosessualità e la prostituzione. Ma ne siamo così certi? Qui entra in gioco l’approccio metodologico che adottiamo. Perché se ci limitiamo ad assegnare un paio di pagine del sussidiario da studiare e ripetere in classe, la storia potrebbe (forse) finire lì. Ma se basiamo la nostra didattica sull’esplorazione di un tema da parte dei ragazzi, facendoli anzitutto esprimere tra di loro, posso assicurare, per esperienza personale, che i ragazzi faranno domande su tutto. I bambini con cui ho lavorato per molti anni facevano domande di questo tipo: “come fa il semino del maschio a raggiungere l’uovo?”; “perché mamma e papà fanno degli strani versi quando sono a letto?”; “chi sono quelle signore sedute sulla via Laurentina? È vero che fanno delle cose brutte?”; “è vero che a certi uomini piacciono gli uomini più delle donne? Se è vero, come fanno ad avere dei figli anche loro?”. Fino a chiedere – ebbene sì Ministro Valditara – “maestro, è vero che la cuoca Luana prima era un uomo?”. Ci tengo a sottolineare che queste domande non sono state mai in alcun modo suggerite dagli insegnanti (1).
Il fatto è che l’apprendimento, quando è autentico, non può e non deve essere costretto entro confini predeterminati, e quindi dalla riproduzione si passa allo sviluppo puberale (in quinta primaria alcune bambine hanno le prime mestruazioni), ai rapporti sessuali, alle malattie sessualmente trasmissibili e alla stessa identità di genere.
Gli effetti di una norma centralista e regressiva
Cosa significa questo? Che il disegno di legge Valditara non cambia nulla rispetto all’educazione sessuale a scuola? Purtroppo no. Temo che farà cambiare le cose in peggio per due motivi.
Il primo è che impedisce alle scuole autonome di integrare il curricolo con attività svolte con esperti o testimoni. E già questo è assolutamente inaccettabile perché le scuole non sono dei soggetti anarchici e irresponsabili. Sanno benissimo quello che è opportuno fare per arricchire il percorso formativo dei loro alunni. E invece, mentre potranno liberamente invitare un ex detenuto per parlare di reati e di carcere, cosa peraltro più che opportuna, non potranno invitare una ginecologa o uno psicologo a parlare di sessualità. O meglio: potranno farlo solo alle scuole secondarie e a condizione che i genitori diano il consenso dopo aver preso visione dei materiali che si intendono utilizzare. Nella scuola primaria e nella scuola dell’infanzia il divieto è assoluto cosicché, ad esempio, non si potrà neanche invitare una mamma incinta per parlare della maternità, a meno che non le si imponga di astenersi dal rispondere a domande del tipo: “come avete fatto tu e tuo marito a far venire il bambino nella pancia?”
Il secondo motivo, ancora più grave, è che, per non correre rischi, la maggior parte dei docenti eviterà di parlare di sessualità in classe senza neanche chiedersi se si tratta di un tema curricolare o extra-curricolare. A questo si aggiunga il fatto che, storicamente, in Italia l’educazione sessuale è vista come qualcosa di speciale su cui i docenti, anche quelli di scienze, non si sentono preparati e che quindi richiede l’intervento di esperti (2)
Il fatto è che in Italia l’educazione sessuale ha avuto vita difficile da sempre, mentre in altri Paesi la questione è esplicitamente prevista come argomento obbligatorio del curricolo scolastico (3).
È dunque prevedibile che questo provvedimento rafforzerà l’idea che la sessualità sia un argomento che richiede la realizzazione di progetti speciali con esperti esterni e quindi, implicitamente, che non si possa svolgere nell’ambito delle normali attività didattiche. E così questa norma, di fatto, darà il colpo di grazia all’educazione sessuale come argomento rilevante nella formazione di base per tutti.
Ma chi vorrà, potrà fare educazione sessuale?
Malgrado questo, le scuole e i singoli insegnanti che vorranno svolgere un percorso di educazione alla sessualità scegliendo liberamente gli argomenti, i materiali e gli approcci metodologici, potranno farlo. Probabilmente alcuni di loro dovranno affrontare l’obiezione di qualche genitore che reclamerà l’esclusiva competenza della famiglia nel trattare questi temi e è possibile che qualche dirigente scolastico possa essere indotto da questa norma a dar loro ragione. Ma, a mio modo di vedere, si sbaglierebbe e potrebbe anzi proteggere i suoi docenti semplicemente dicendo: “Alt! Qui non stiamo facendo dei progetti speciali, stiamo semplicemente svolgendo il curricolo”.
NOTE
(1) Molte domande di questo tipo sono riportate nel racconto di un’esperienza didattica che ho svolto come insegnante della scuola primaria alla fine degli anni Ottanta in una scuola romana nel capitolo “Parlare di sessualità” alle pagg. 310-332 del libro a cura di Fiorenzo Alfieri, Maria Arcà, Paolo Guidoni, “Il senso di fare scienze”. Bollati Boringhieri. Torino, 1995.
(2) Questo tema è approfondito e documentato nel rapporto dell’Istituto Superiore di Sanità ISTISAN 23/22 che si inti-tola “Educare alla sessualità nelle scuole italiane: l’esperienza di un progetto tra analisi dell’evidenza, implementa-zione e valutazione” della fine del 2023.
(3) Si veda, ad esempio, la rubrica Dataroom di Milena Gabanelli del 29 novembre 2023 “Educazione sessuale a scuola in Italia: ecco perché si è indietro anni luce”.
Paolo Mazzoli è esperto di educazione scientifica, membro del Gruppo redazionale delle Indicazioni nazionali 2012





