Un altro mattone su cui abbiamo costruito la nostra presunta unicità nel regno animale è caduto. L’essere umano non è il solo a usare l’immaginazione e a saper distinguere la realtà dalla finzione: anche primati non umani lo fanno. A portarne per la prima volta le prove è uno studio appena pubblicato su Science, in cui un team di ricercatori della Johns Hopkins University ha fatto merenda “per finta” (come direbbero i bambini) con uno degli animali più sorprendenti che si potessero incontrare: il bonobo Kanzi. Ecco com’è andata.
Ti presento Kanzi
Prima di tutto è doveroso introdurre il protagonista di questa storia (e di tante altre prima, che hanno davvero fatto cambiare prospettiva sulla presunta unicità dell’essere umano): Kanzi. Kanzi era un bonobo, la specie di primate più vicina all’essere umano dal punto di vista evolutivo, e all’epoca dello studio in questione aveva 43 anni. Vissuto per tutta la vita in diversi istituti di ricerca, fin da cucciolo si era distinto per le sue straordinarie capacità di apprendimento. Mentre i ricercatori cercavano con fatica di insegnare a sua madre adottiva Matata a comunicare attraverso simboli astratti su una lavagna, Kanzi osservava, assimilava, imparava spontaneamente, come un neonato umano. Alla fine sapeva utilizzare più di 300 simboli per esprimere desideri e fare domande, e addirittura creare concetti nuovi combinando più lessemi insieme. Una volta, per esempio, riuscì a dire che un castoro lo aveva spaventato unendo i simboli di “acqua” e “gorilla” (utilizzava “gorilla” per indicare qualsiasi cosa che gli facesse paura). Non era solo straordinariamente abile a comunicare: Kanzi aveva anche affinato una tecnica tutta sua per scheggiare la selce e creare strumenti taglienti, dimostrando di possedere un approccio creativo alla risoluzione dei problemi. Per decenni, insomma, ci ha costretti a riconsiderare la nostra intelligenza, cambiando prospettiva in relazione a quella di altri esseri viventi, non solo bonobo.
Immaginare humanum est?
Che diverse altre specie possano avere una vita mentale molto più ricca e complessa di quanto creduto fino a poco tempo fa, quindi, è ormai più che un sospetto. Tuttavia, finora la capacità di immaginare una realtà alternativa sembrava essere una prerogativa umana. Domande, però, cominciavano ad affiorare tra etologi ed esperti di psicologia comparata: cosa stanno facendo quelle giovani scimpanzè che trasportano bastoncini come fossero loro cuccioli? E perché uno scimpanzé in cattività replica il gesto di trascinare dei blocchi di legno che non ci sono davvero, dopo averne usati di veri per giocare?
Merenda “per finta”
Per vederci più chiaro, il team della Johns Hopkins University ha deciso di giocare a fare merenda con Kanzi.
In un primo esperimento un ricercatore ha apparecchiato sul tavolo due bicchieri e una brocca trasparenti vuoti e ha mimato l’azione di versare del succo dalla brocca ai due contenitori. Ha poi finto di svuotarne uno. A questo punto, è stato chiesto a Kanzi dove si trovasse il succo e il bonobo, per niente perplesso, ha seguito la logica del gioco indicando correttamente nel 68% delle volte il bicchiere che doveva essere ancora pieno. Un dato importante è stato constatare che l’animale non ha mostrato segni di frustrazione o confusione (come lo scuotimento di recinzioni) quando, anche dopo risposta giusta, non otteneva una vera ricompensa. Come se, appunto, fosse consapevole della finzione.
Per avere la conferma che Kanzi riuscisse a distinguere davvero il reale dall’immaginario, gli scienziati hanno messo in piedi un secondo esperimento: questa volta davanti a Kanzi c’erano un bicchiere pieno di succo vero e uno vuoto ma in cui il ricercatore aveva fatto finta di versare qualcosa. Alla domanda su quale dei due preferisse, Kanzi ha indicato nel 77,8% dei test il bicchiere con il succo reale. Se non fosse stato in grado di distinguere, sostengono i ricercatori, avrebbe scelto a caso e la distribuzione statistica sarebbe dunque stata diversa. Invece ha dimostrato di saper discernere tra l’oggetto fisico e quello simulato.
Al di là del “qui e ora”
“È davvero sorprendente ed entusiasmante – commenta Amalia Bastos, tra gli autori principali dello studio – I dati sembrano suggerire che le scimmie, nella loro mente, possono concepire cose che non esistono. Kanzi era in grado di generare un’idea di un oggetto e allo stesso tempo sapere che non è reale”.
È quello che gli scienziati chiamano rappresentazioni secondarie e per l’essere umano diventano “naturali” da gestire verso i due anni di età. Quando i bambini giocano a bere da tazzine vuote, la loro mente gestisce in contemporanea due modelli di mondo: la rappresentazione primaria è la realtà tangibile della tazzina vuota, mentre la rappresentazione secondaria è l’immaginario, quello in cui nella tazzina c’è un liquido che può essere bevuto. È un processo per nulla scontato perché richiede un livello di elaborazione tale da impedire alla finzione di influenzare la percezione del reale. E Kanzi ha dimostrato di saperlo fare.
Questi risultati, secondo gli autori della ricerca, suggeriscono che l’immaginazione non è esclusiva dell’essere umano, ma è condivisa almeno con i nostri parenti più stretti. La fantasia, dunque, avrebbe radici in un passato molto lontano, comparsa per la prima volta nel potenziale cognitivo di un antenato comune 6-9 milioni di anni fa, a testimoniare che non si tratta di un accessorio ma di una funzione che permette di compiere azioni vitali come pianificare il futuro, fare previsioni su cosa pensino gli altri individui o valutare possibili alternative. Vivere, insomma, al di là del qui e ora.
Secondo Christopher Krupenye della Johns Hopkins, si tratta di una delle scoperte più significative nell’ambito della psicologia comparata da quando Jane Goodall osservò per la prima volta degli scimpanzé costruire utensili. Evidenze che – sostiene – portano a un cambiamento nella definizione di cosa significhi essere umani, del confine tra “noi” e “loro”.
La fine di un’era
Kanzi è morto il 18 marzo 2025, a 44 anni, forse per le conseguenze di un problema cardiaco per cui era in cura. Le sue ultime ore sono state serene, ha riferito all’epoca lo staff dell’Ape cognition and conservation initiative: si è addormentato senza più riprendere conoscenza durante una sessione di grooming, l’attività di pulizia del manto che i primati mettono in atto per rinsaldare i rapporti sociali. Se la sua esistenza ci ha spinto a vedere gli animali sotto una luce diversa – non più esseri robotici vincolati al presente, dice Krupenye, ma creature dotate di menti belle e complesse, che meritano di essere protette e rispettate -, la sua scomparsa è stata definita dagli esperti come la fine di un’era, quella di un certo tipo di ricerca in cattività, sempre più discussa per ragioni etiche e a cui oggi si preferisce l’osservazione nell’habitat naturale.
Via: Wired.it
Credits immagine: Holger Langmaier da Pixabay
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