Viaggio attraverso il suono

Un viaggio in un mondo fatto di rumori, voci, ritmi, ronzii, esplosioni. Un turbinio di effetti sonori che segnano una traccia, un cammino che parte dalle viscere della Terra, ed a essa ritorna inesorabilmente alla fine del percorso. Quello della mostra “Suoni: natura e cultura” – aperta sino alla fine di maggio nell’atrio dell’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma – che in 14 tappe, vetrine fornite dai diversi musei dell’ateneo romano, permettono al visitatore di scoprire i diversi aspetti del suono.

“Abbiamo scelto come filo conduttore il legame suono-natura-cultura”, spiega l’etnologo Augusto Vigna Taglianti, uno dei tre curatori dell’evento, assieme Giorgio Di Maio e Adriana Vassallo Paleologo. “E si tratta di un tema facilmente individuabile: dal suono degli elementi naturali, come le piante, ai versi degli animali, fino alla voce dell’uomo. Poi quello che l’uomo stesso ha saputo farne, e gli strumenti inventati per riprodurlo”.

Si inizia dunque dal passato, da quei rumori che sono alla base dell’esistenza più pura del nostro pianeta. L’aria, l’acqua, la terra e il fuoco: suoni non sempre rassicuranti per l’uomo. A volte possono inquietare, spaventare, e spesso fanno da sfondo a eventi catastrofici come un terremoto o un’alluvione. C’è poi un suono più dolce, che l’uomo ottiene da strumenti “effimeri”: un filo d’erba o un flauto ricavato da una corteccia. E’ la musica dei pastori. Si tratta di strumenti che perdono elasticità in poco tempo, e donano quindi al suono una vita brevissima.

Nel ronzio degli insetti il rumore diventa strumento di relazione. A volte anche molto raffinato. Un esempio: la farfalla “testa di morto”, capace di emettere due suoni diversi. Nella fase di espirazione l’insetto grazie ad una specie di piccola tromba posta davanti alla bocca produce un suono acuto, nella fase dell’inspirazione, invece, il suono risulta decisamente più basso.

L’uomo ha dunque riprodotto artificialmente quanto offertogli dalla natura? “Suono naturale e suono artificiale possono essere del tutto indipendenti”, afferma ancora Vigna Taglianti. “Non esiste un rapporto diretto. Si tratta di due percorsi diversi, dovuti a necessità di comunicazione differenti. Però, certo, la natura può offrire degli stimoli. E credo che in questo sia una fonte inesauribile. Quand’anche avessimo ascoltato tutti i suoni di questo pianeta, c’è un intero sistema solare cui prestare orecchio”.

Il percorso dell’esposizione continua con uno sguardo alle origini dei suoni “culturali”. Appartengono all’era del Paleolitico le più antiche testimonianze di oggetti sonori: falangi di renna forate, flauti, rombi, raschiatoi, conchiglie. Erano questi gli strumenti d’una prima orchestra preistorica. Poi, finalmente, la voce dell’uomo. Il suono più emozionante, il primo vagito d’un neonato. E subito dopo il suono più vitale, il battito cardiaco.

Alla fine si torna alla Terra con una mina che scoppia per scavare cave e miniere. E’ la trasfigurazione finale del rumore, di nuovo un rombo pauroso, ma questa volta prodotto dall’uomo.

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