Il vero e il falso sull’Alzheimer

    Sempre più spesso prestigiose riviste scientifiche ospitano studi relativi alla malattia di Alzheimer che individuano legami stretti tra l’insorgenza di questa patologia e particolari comportamenti: dall’abuso di alcol al fumo, dalla scarsa attività fisica a una dieta priva di omega 3. Risale a qualche giorno fa la pubblicazione di tre analoghi studi: sul Journal of Geriatric Psychiatry i ricercatori del Rush University Medical Center di Chicago (Usa) hanno evidenziato come lo spazio vitale ristretto comporti un rischio maggiore di sviluppare l’Alzheimer; su Neurology gli scienziati  del Karolinska Institutet di Stoccolma (Svezia) hanno sottolineato un forte legame tra sovrappeso nella mezza età e sviluppo di questa forma di demenza in età avanzata; su Sleep, gli studiosi della University College London Medical School (Gran Bretagna) attribuiscono invece a variazioni nel sonno che si verificano in un’età  compresa tra i 35 e i 55 anni elementi predisponenti allo sviluppo dell’Alzheimer.

    Per  comprendere la reale attendibilità dei risultati delle tre recenti pubblicazioni abbiamo interpellato Stefania Maggi, epidemiologa dell’invecchiamento dell’Istituto di neuroscienze del Cnr.

    Dottoressa Maggi, a suo parere questi studi sono affidabili?

    Il tentativo di chiarire i fattori di rischio specifici per l’Alzheimer è stato finora piuttosto deludente. Gli unici identificati con certezza sono l’età, la presenza di un caso di demenza in famiglia e la predisposizione genetica. Quest’ultima sembra inoltre interagire con il sesso (femminile) e con una storia di danni cerebrali o traumi alla testa. Le alterazioni del sonno, il soprappeso e l’obesità nell’età adulta, così come il vivere in spazi ristretti sono tutti elementi che possono incidere sulla salute cardiovascolare e, quindi, possono provocare declino cognitivo e demenza su base vascolare più che essere associati all’Alzheimer. Va sottolineato inoltre che negli anni più recenti è venuta meno la tradizionale distinzione tra Alzheimer e demenza vascolare nelle sue varie forme: sia studi in vivo che post mortem hanno dimostrato la presenza di lesioni vascolari, con diversi livelli di gravità, in persone affette da demenza di tipo Alzheimer. Oggi sappiamo, quindi, che la forma più frequente è proprio la demenza cosiddetta mista, in cui coesistono lesioni tipiche dell’Alzheimer e della demenza vascolare. Alla luce di tali conclusioni, è chiaro che l’ipertensione, la dislipidemia, il diabete, la malattia coronarica, l’obesità e altri fattori tradizionali di rischio cardiovascolare possano aumentare il pericolo di demenza mista, non necessariamente di Alzheimer. Infine, alcune forme di Alzheimer, che potrebbero restare latenti, possono manifestarsi in presenza di lesioni vascolari.

    Contro questo tipo di ricerche si è espresso un recente studio americano pubblicato su Archives of Neurology, accusandole di “essere compromesse  da limiti metodologici”. Come valuta questa affermazione?

    I limiti metodologici degli studi osservazionali, come i tre esaminati, sono molti; i loro risultati vanno pertanto interpretati con cautela. I ricercatori, di solito, sottolineano chiaramente i limiti nella presentazione delle loro ricerche: numero esiguo di osservazioni, raccolta di dati retrospettivi (quindi incapaci di indicare con certezza una relazione temporale tra causa ed effetto), possibile inattendibilità delle informazioni fornite da pazienti e/o da familiari, specie se riguardano condizioni cliniche o stili di vita che si riferiscono a decenni addietro. Spesso, poi, anche se basati su studi longitudinali, i risultati non sono conclusivi, perché il rapporto di causa-effetto è dimostrabile solo se si sono controllati tutti gli altri fattori responsabili della malattia, verifica impossibile, in genere, da effettuare. Insomma, i risultati acquistano forza scientifica solo se ottenuti in più studi, su popolazioni diverse e in setting di ricerca indipendenti. Purtroppo, nella divulgazione dei risultati si tende spesso a riportare solo i dati “clamorosi”, senza sottolineare i limiti metodologici degli studi da cui vengono tratti e, quindi, si finisce col diffondere false speranze, che creano dolorose illusioni in chi è affetto dalla malattia e nei familiari.

    Sulla base dell’attuale stato dell’arte sulla conoscenza di questa patologia, che consigli si sentirebbe di dare per contrastarne l’insorgenza?

    Come ho già precisato, gli unici fattori di rischio certi per la malattia di Alzheimer sono l’età avanzata e la predisposizione genetica. Da quanto si sa, possiamo dire però che altri elementi incidono sullo sviluppo della patologia e sull’età in cui si manifesta: non tutti gli ultrasessantenni sviluppano infatti la demenza, come non tutti coloro che hanno un familiare affetto da demenza diventano a loro volta malati di Alzheimer. Gli studi effettuati dimostrano chiaramente che il rischio di entrare in una condizione di demenza non è dato dalla semplice somma dei fattori di rischio, ma piuttosto da una complessa interazione tra diverse condizioni. Certamente, aiuta a contrastare questa malattia uno stile di  vita sano, che comprenda alimentazione corretta, attività fisica, astensione dal fumo, ritmo sonno-veglia regolare, vita sociale attiva. Se si considera che la malattia di Alzheimer è caratterizzata da una lunga fase nella quale i segni clinici non si manifestano, si può certamente affermare che tali comportamenti possono svolgere un ruolo significativo nell’allontanare nel tempo la comparsa dei sintomi e la perdita di autosufficienza.

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