A proposito di Bruno

“Ricordando Pontecorvo” è il titolo di un convegno storico-scientifico che si è svolto a Pisa nei giorni 26 e 27 dello scorso gennaio per iniziativa dell’associazione La Limonaia. In quell’occasione ha avuto luogo la proiezione del film Bruno Pontecorvo della regista Ella Vlasova, evento al quale è seguita una tavola rotonda alla quale hanno partecipato diversi testimoni della avventura scientifica e umana del grande fisico italiano. È emerso un ritratto “a più voci” che Sapere propone ai suoi lettori. Il primo a prendere la parola è lo storico della fisica Giulio Peruzzi, moderatore dell’incontro.Siamo qui per ricordare Bruno Pontecorvo, per far conoscere, prima di tutto ai più giovani, la sua figura di uomo e di scienziato, i cui contorni possono essere pienamente apprezzati solo ricordando il contesto, anzi i molti contesti, in cui si inserirono le sue scelte scientifiche, umane e politiche.

Il bel documentario della regista Ella Vlasova ha già fornito una serie di informazioni sulla biografia di Bruno Pontecorvo. Non è quindi necessario ripercorrerla in dettaglio. Ci è stato già infatti ricordato il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza, i suoi studi con Fermi a partire dal 1931 e la partecipazione ai grandi esperimenti del 1934 come uno dei “ragazzi di via Panisperna”, la collaborazione con Joliot-Curie tra il 1936 e il 1940, la fuga negli Stati Uniti e i suoi primi anni, tra il 1940 e il 1943, di lavoro in un’impresa petrolifera a Tulsa dove mette a punto una tecnica di carotaggio neutronico dei pozzi petroliferi, la ripresa delle sue ricerche in Canada nel 1943, il suo ritorno in Europa, in Inghilterra, nel 1949, il suo passaggio in URSS, a Dubna, nel 1950, il silenzio a lui imposto fino al 1955 dal governo dell’Unione Sovietica e, infine, il suo ritorno sulla scena pubblica e la ripresa della comunicazione dei suoi risultati, e che risultati, scientifici sia teorici sia sperimentali.

Le persone che siedono oggi qui con me sul palco hanno tutte, a eccezione di Clara Sereni, conosciuto Bruno direttamente, e allo stesso tempo incarnano in qualche modo le molte dimensioni della sua personalità. Siede qui alla mia destra Gillo Pontecorvo, che tutti conoscono come regista, ma che è tra noi prima di tutto per darci alcune impressioni e ricordi del fratello Bruno adolescente e uomo. Gillo, soprannominato in famiglia “il selvaggio” – come si legge nel libro di Miriam Mafai, Il lungo freddo. Storia di Bruno Pontecorvo, lo scienziato che scelse l’URSS (Mondadori, Milano 1992, NDR) purtroppo oggi introvabile – era il fratello più amato da Bruno e gli è stato vicino in molte delle avventure giovanili. Gillo, tra l’altro, lo raggiungerà nel 1938 a Parigi, dove oltre a lavorare con Joliot-Curie Bruno frequentava l’ambiente degli esuli politici italiani, e lo accompagnerà nel 1940 nella rocambolesca fuga da Parigi a Tolosa.Accanto al Pontecorvo uomo c’è poi il Pontecorvo scienziato.

Ma dire “c’è poi” non è corretto perché prima di tutto Pontecorvo era un fisico. Prima di tutto c’era la fisica, forse a pari merito con lo sport (il tennis, la pesca subacquea, lo sci). Nella gerarchia non so se la fisica stesse sopra il tennis o la pesca subacquea però stavano tutte in una parte molto alta dei suoi interessi, quella parte che connotava la sua vita. E per capire la fisica che Pontecorvo ha fatto, lo studio dei neutroni, quello dei neutrini, l’idea oggi così importante delle oscillazioni dei neutrini, abbiamo qui sul palco vari scienziati. Ettore Fiorini, che ha dedicato molta parte delle sue ricerche a temi cari a Pontecorvo mantenendo con questo stretti contatti, Giorgio Salvini, Carlo Bernardini, Riccardo Barbieri sono tutti scienziati in grado di spiegarci i contributi di Pontecorvo non solo perché sono fisici ma anche perché hanno lavorato o lavorano proprio in settori affini, e avendo conosciuto Pontecorvo possono anche aggiungere testimonianze su quello che era il suo stile di lavoro, il suo modo di intendere e vivere la ricerca in fisica.E infine c’è il Bruno Pontecorvo che scelse di andare nell’Unione Sovietica.

È qui con noi Giulietto Chiesa che a metà degli anni Ottanta, corrispondente da Mosca de l’Unità, nella capitale sovietica conobbe e frequentò Bruno e che ci aiuterà a ricordare il clima politico e culturale nell’allora Unione Sovietica, di cui probabilmente i giovani oggi (e sono qui presenti in molti) non hanno alcun tipo di memoria o di conoscenza precisa. Molte cose sono state dette, certe volte anche in maniera falsata, sulla “fuga” di Pontecorvo in URSS. Molti suoi amici sono diventati “ex amici”. Emilio Segrè, per esempio, che aveva lavorato con lui a Roma nel gruppo di Fermi ed era allora, siamo alla metà degli anni Trenta, un suo amico. Eppure nella sua Autobiografia di un fisico – pubblicata dal Mulino nel 1995, ma completata alla fine degli anni Ottanta – usa parole molto dure nei riguardi di Bruno Pontecorvo. Salvini – nel cui studio romano Pontecorvo passerà molto tempo nei primi anni Novanta – disse a Pontecorvo che negli ultimi tempi Segrè aveva addolcito questa sua posizione. In ogni caso, anche le dure parole di Segrè vanno collocate nel contesto di un’epoca in cui molti compagni di “strada” di Pontecorvo non lo capirono, perché avevano fatto scelte diverse, perché erano immersi in un mondo diverso da quello in cui si trovava Bruno e perché in ogni caso era per loro difficile capire la scelta di andare in Unione Sovietica. Come, mutatis mutandis, era difficile capire la scelta di uno come Franco Rasetti che comincia a occuparsi di fossili.

Decidere di lasciare la fisica o fare una scelta di campo? E facendo una scelta di campo quale campo scegliere? Sono grandi interrogativi ai quali gli scienziati nel secondo dopoguerra sono chiamati a dare una risposta. Quella di Bruno fu apparentemente solitaria, ma forse alcune delle ragioni che la ispirarono si potrebbero ritrovare nelle grandi utopie che animarono il secolo scorso e che permeano molti dei contributi politici (di politica della ricerca) dei grandi scienziati, primo fra tutti Niels Bohr e lo spirito di Copenhagen.D’altra parte la scelta di Pontecorvo, proprio nel 1950, quando l’opinione pubblica, e la comunità scientifica, in particolare, era scossa dal caso Fuchs (vedi l’articolo di Simone Turchetti in questo dossier, NDR), era una scelta che aveva avuto come retroazione una significativa emarginazione o, comunque, aveva creato difficoltà per molti fisici che lavoravano, stranieri, in USA e Gran Bretagna. Cercheremo di ricostruire insieme questi eventi e il loro tessuto fine.

Concludo questa breve introduzione con due notazioni che in qualche modo agganciano l’attività scientifica di Bruno alla attualità e che credo possano essere motivo di riflessione sia per noi sul palco sia per il pubblico e in particolare per i giovani presenti. Pontecorvo conduce le sue prime ricerche come componente del gruppo dei “ragazzi di via Panisperna”. Saranno proprio queste ricerche che riporteranno la fisica italiana ad altissimi livelli, come dimostrerà di lì a poco il premio Nobel conferito a Fermi. Voglio ricordare i nomi e le età di questi ricercatori. I sei “ragazzi di via Panisperna” – e non i “quattro” come qualcuno oggi afferma facendo quanto meno un cattivo servizio alla storia – sono: Enrico Fermi, “il Papa”, (33 anni), Ettore Majorana (28 anni, insieme a Fermi il teorico del gruppo), Franco Rasetti (33 anni), Edoardo Amaldi (27 anni), Emilio Segrè (29 anni), Bruno Pontecorvo, “il cucciolo” (21 anni).

A questi era associato il chimico Oscar D’Agostino (33 anni). Questo è il gruppo di scienziati che in quel periodo condusse ricerche che riportarono la fisica italiana alla ribalta internazionale. Ebbene, oggi questo non sarebbe possibile, non perché non ci siano “ragazzi” che potrebbero esprimere grandi idee, ma per come sono organizzate la ricerca e l’università nel nostro paese. Oggi ancor più di ieri, dopo la politica dissennata di questo governo in materia di università e ricerca, non sarebbe possibile costituire un gruppo di questo tipo. Giovani di 33 anni non possono costituire un gruppo autonomo di ricerca in Italia, né tanto meno dirigere un centro di ricerca o un gruppo di ricerca. E questo anche se c’è qualcuno che crede in loro.La seconda notazione che propongo riguarda il significato della ricerca scientifica. Orso Mario Corbino suggerì ai “ragazzi di via Panisperna”, di brevettare la tecnica dei neutroni lenti – sulla storia del brevetto ci sono vari aneddoti riportati anche nel libro di Miriam Mafai e avremo modo di tornarci in seguito (vedi anche B. Pontecorvo, “Ritorno a via Panisperna”, Sapere, marzo 1991, NDR).

Pur accondiscendendo alla proposta di Corbino, il gruppo di Fermi accolse l’idea del brevetto con ironia: erano infatti convinti che le loro ricerche potessero avere un grande significato conoscitivo ma non servissero a nulla di pratico. La stessa ironia potrebbe valere oggi per molte ricerche scientifiche. In realtà, aveva ragione Corbino. Qual è la lezione che si trae da questa vicenda? Lo scienziato fa ricerca, spesso anche se non sempre, per la curiosità di capire, per amore della conoscenza, e non si pone quindi in prima battuta il problema se questa ricerca sarà applicabile, vendibile sul mercato. Se lo scienziato si ponesse il problema della applicabilità della sua ricerca mentre la conduce finirebbe solo per fare ricerche di corto respiro, alla fine forse smetterebbe di fare davvero ricerca. Ed è un rischio che oggi corriamo. Insomma, esiste solo una ricerca, così come la fisica è una sola, così come la scienza è una sola. Esiste cioè la ricerca e le applicazioni della ricerca, non una ricerca pura e una applicata. E in genere non sono le applicazioni a ispirare le grandi scoperte, anzi spesso sono le ricerche che meno sembrano applicabili in un primo momento a portare alle applicazioni più importanti e di vasta portata per la scienza e per la vita di tutti i giorni.Detto questo passo la parola a Giorgio Salvini, che ci racconta l’intervento che Pontecorvo fece a Roma nel 1991 al congresso della SIF, Società Italiana di Fisica, probabilmente il suo ultimo intervento a un congresso scientifico.

Giorgio Salvini: Io ho trascorso con Bruno Pontecorvo il suo ultimo soggiorno in Italia. Bruno era ospite del mio studio al Dipartimento di Fisica a Roma e insieme abbiamo passato in rassegna le alternative anche sperimentali delle ricerche sulle alte energie. Ammiravo la limpidità delle sue idee e delle sue proposte, pur attraverso le sue difficoltà di moto e di coordinamento, ormai notevoli. In particolare, ricordo la sua chiara visione sul futuro della fisica e sulla opportunità di portare avanti la competizione tra europei e americani nella realizzazione di grandi apparati per lo studio della fisica, il grosso sforzo economico dell’epoca, tuttora in corso. All’epoca, infatti, incominciavano a sorgere preoccupazioni per l’ingente impegno finanziario necessario al completamento di due macchine acceleratrici già in fase avanzata di costruzione: l’LHC, al CERN di Ginevra, e la macchina, simile ma di potenza doppia, progettata negli Stati Uniti. Proprio di questo Pontecorvo parlò nel 1991 in un intervento a un convegno organizzato dalla Società Italiana di Fisica (1).

In quell’intervento, che fu il suo ultimo o quasi, Pontecorvo muoveva da una espressione ripresa da un film di Woody Allen, Crimini e misfatti, che suona all’incirca così: “Living one’s past is even more painful than the past itself; whereas the most important thing is living in real world”, e che vuol dire “Rivivere il proprio passato è persino più doloroso del passato stesso, mentre la cosa importante è vivere nel mondo reale”. Era un invito non a guardare al passato ma alla situazione presente. In effetti, molti fisici, compreso il sottoscritto, erano convinti che fosse opportuno pianificare la realizzazione di queste macchine, per evitare di avere dei doppioni e di fare delle spese enormi. Ma il più forte sostenitore di questa posizione era Bruno Pontecorvo, secondo il quale si andava fuori dalla realtà e dal ragionevole pensando di portare avanti contemporaneamente le due macchine. Questo era il suo consiglio e precisamente, citando degli argomenti certamente validi, ricordava le possibilità di alternare e organizzare.

Come si è fatto anche durante la guerra, diceva giustamente Pontecorvo, fate un passo alla volta, prima la macchina europea e poi la macchina americana, e ci sarà gloria per tutti. Le cose non sono andate così. La costruzione della macchina americana, più grossa di LHC, si è rivelata troppo costosa e i lavori si sono interrotti quando già si erano fatti gli scavi e si erano spesi molti soldi, lasciando la gente, sbalordita, a spasso. La macchina europea invece è andata avanti, con sussulti di cui, credo, paghiamo ancora il prezzo. Oggi la fisica delle particelle elementari, nelle sue forme estreme, paga il suo prezzo, direi, per non aver seguito le osservazioni di Bruno Pontecorvo. L’unica parola di salvezza che abbia detto tra tante in vita sua.

Quanto fosse importante per lui l’aderenza alla realtà è rivelato anche dalla seconda parte dell’articolo. “A proposito di “vivere nel mondo reale””, andava avanti Pontecorvo, “mi piace ricordare che lo stare addosso alla realtà nella fisica sperimentale era una necessità per Enrico Fermi, un genio dotato di un grande buon senso. Cosa distingueva lo sperimentatore Enrico Fermi da tutti gli altri? Direi: l’amore per la semplicità. Basandosi sulle sue conoscenze teoriche, egli era molto bravo nell’individuare i problemi che poteva risolvere con l’aiuto di un semplice ma adeguato apparato sperimentale. Da questo apparato pretendeva che funzionasse propriamente e null’altro. Non era influenzato da considerazioni estetiche”. Pontecorvo riporta un episodio divertente ma anche emblematico dei tempi di via Panisperna: Enrico Fermi aveva costruito con le proprie mani un certo apparato.

Franco Rasetti, uno sperimentatore di cui Fermi aveva una grande stima ma che era sensibile alla dimensione estetica, cominciò a criticare l’aspetto dell’apparato. Racconta Pontecorvo che Fermi ribattè dicendo che la macchina lavorava propriamente e faceva quello che doveva fare. Rasetti allora si infiammò. Non poteva digerirla e, indicando un elettrometro tedesco, bello, cromato, che in via Panisperna rappresentava il non plus ultra del progresso tecnologico, disse a Fermi che in fisica sperimentale lui sarebbe stato capace di fare cose terribili. “Tu”, disse, “per questo apparato, se fosse necessario potresti usare il “sangue di pollo” senza sofferenza”. “Sangue di pollo” era il nome di un lubrificante rossiccio e disgustoso utilizzato nel laboratorio. “Tu potresti”, continuò Rasetti, “con il “sangue di pollo” e senza alcuna sofferenza coprire parti di questo elettrometro e sciuparlo, mentre io non potrei farlo, nemmeno se fossi certo che facendolo otterrei il premio Nobel”.

Enrico Fermi rispose, semplicemente, quietamente, che avrebbe voluto immergere tutti gli elettrometri di quella classe nel “sangue di pollo” pur di imparare qualche cosa di nuovo. Ecco la realtà di Woody Allen, di Fermi, di Pontecorvo: guardare la realtà come è e pensare al bene che scaturisce quando l’obiettivo è raggiunto. “Incidentalmente”, concludeva in quell’articolo Bruno Pontecorvo, “le parole di Fermi mi ricordano una affermazione di Galileo Galilei: è più importante trovare una verità su una questione minore piuttosto che discutere all’infinito grandi problemi senza mai arrivare ad alcuna verità”. Questo senso della realtà, che tra l’altro impregna il nostro passato quando lo guardiamo, soffrendo abbastanza, è quello che Bruno Pontecorvo intendeva.

Giulio Peruzzi: Ha detto questa mattina Samoil Bilenky che le intuizioni scientifiche di Pontecorvo sono alla base di almeno tre premi Nobel. Una delle persone che ha ricevuto il Nobel sulla base delle intuizioni di Pontecorvo è Jack Steinberger. Nel 1997 Steinberger ha pubblicato negli Annual Review of Nuclear and Particle Science una rassegna della sua attività nella quale si sofferma, tra l’altro, su un episodio di solito abbastanza trascurato anche dai fisici: la corretta comprensione da parte di Pontecorvo dell’importanza della scoperta fatta nel 1947 da Marcello Conversi, Ettore Pancini, Oreste Piccioni nell’esperimento che porta il loro nome. “Pontecorvo”, scrive Steinberger, “pubblicò una lettera sulla Physical Review del 1947 nella quale metteva in evidenza come la velocità di cattura del muone fosse identica a quella dell’elettrone, trascurando la differenza delle loro orbite dovute alla differenza delle rispettive masse. Questo rappresentava la prima intuizione dell’esistenza dell’universalità dell’interazione di Fermi (debole). Siamo nel 1947, ben due anni prima che l’idea fosse accettata dalla comunità scientifica”. Steinberger nota che “il suggerimento di Pontecorvo fu “universalmente ignorato”, anche da Fermi, amico e suo maestro. Fermi era molto interessato a questo settore della fisica e quindi sicuramente aveva letto la lettera di Pontecorvo”.

La conclusione che ne trae Steinberger è che “le idee nuove non sono facilmente accettate, talvolta nemmeno dalle persone più brillanti e più aperte come era a quel tempo Fermi proprio in quel settore della fisica”. È questa una delle grandi intuizioni, non solo di fisico sperimentale ma anche di fisico teorico, che Pontecorvo ebbe nel corso della sua vita. Sentiamo cosa ne pensa Ettore Fiorini.

Ettore Fiorini: Per me è un po’ un miscuglio di sentimenti e fisica. Ho avuto il grande onore di avere avuto Bruno come amico e la mia attività scientifica è sempre stata legata alle sue idee. Le due cose, dunque, sono molto intrecciate tra loro. Quando ero a Milano, ed ero più giovane, ammiravo molto le ricerche che faceva Bruno, le meno citate, cioè il decadimento doppio beta, che è rarissimo ma che se trovato proverebbe la validità delle nuove teorie unificate di campo. Bruno era una persona molto spiritosa. Ricordo che nel 1968, a Milano, avevamo organizzato una festa in onore di Giuseppe Occhialini e Bruno, che non sarebbe potuto venire, in una lettera mi scrisse: “Io auguro ai fisici inglesi di lavorare con Occhialini, loro avranno il premio Nobel, Occhialini no”. E così è stato: due fisici inglesi che hanno lavorato con lui e a idee sue ricevettero il Nobel, Occhialini no. La prima volta che incontrai Pontecorvo fu al congresso di Kiev nel 1970. Tra l’altro, come è stato detto, non tutti i fisici anziani erano così affettuosi. Io ero giovane ed ero entusiasta delle sue teorie del doppio beta.

Ci vedemmo in altre occasioni in Ungheria, dove lui poteva venire. Nel 1972 ci incontrammo a un congresso e parlammo ancora della teoria del doppio beta e dei neutrini del Sole. Mi sembrava di copiare le sue idee. Ci siamo ritrovati tante altre volte sul Balaton e poi a Roma, in occasione della festa di Edoardo Amaldi nel 1978. Nel 1980 al congresso mondiale in Sicilia siamo stati una settimana insieme. Mi dava qualche imbarazzo, e penso che Gillo Pontecorvo lo possa confermare, perché quando andavamo a fare il bagno lui lo voleva fare nudo. Sosteneva fosse meglio così ma io ero molto in difficoltà. In un altro congresso sul monte Elbruz, ero stato invitato dall’Accademia e quindi come sistemazione stavo peggio dei miei colleghi occidentali, alloggiati in un bellissimo albergo. Io e Bruno stavamo nell’albergo dell’Accademia, dove a colazione ci davano la bistecca e a pranzo le fragole! Nessuno parlava l’italiano e, quindi, Bruno traduceva per me.

Credo che quella settimana, per le discussioni scientifiche che avemmo, sia stata una delle più belle della mia vita.Il mio primo lavoro mi era stato suggerito da Bruno, così come l’esperienza sul neutrino solare che citò quando venne al Gran Sasso. Questi lavori li faceva da solo o con l’aiuto di poche persone: una cosa che oggi non succede più. Voglio ricordare ancora in ultimo il congresso mondiale del neutrino di Toledo nel 1992, un anno prima che Bruno morisse. All’epoca poteva parlare poco a causa della malattia. Noi eravamo molto contenti perché presentavamo il risultato dell’esperimento Gallex, nel quale per la prima volta si vedevano i neutrini dalla zona di bassa energia del Sole. Pontecorvo parlando con difficoltà disse: “Risultato bellissimo, risultato bellissimo”. Till Kirsten disse allora: “Professor Pontecorvo, avevamo tutti noi questo obbligo verso di lei”. Circa una anno dopo ricevetti un mail di Samoil Bilenky che mi comunicava che Bru-no era morto la sera prima di polmonite all’ospedale di Dubna. “È una grande perdita per la scienza e per gli amici. Io”, scriveva Bilenky, “ho lavorato con lui per venti anni e ringrazio la provvidenza di avermelo fatto incontrare”. Po-trei dire la stessa cosa.

Giulio Peruzzi: Proviamo a mescolare le carte, e a considerare un altro aspetto. Bruno Pontecorvo era una persona sicuramente fuori dal comune. Come abbiamo visto nel documentario, sono stati usati, anche dai figli, vari aggettivi encomiastici per definirlo. Sembra che lui non si fosse accorto inizialmente che la situazione in Unione Sovietica non fosse proprio quella da lui immaginata. Come leggiamo anche nel libro di Miriam Mafai, Pontecorvo lentamente prese coscienza che l’URSS non era quel paese ideale al quale aveva voluto legare definitivamente il suo destino.

È verosimile che a Dubna uno scienziato, sicuramente più informato della media della popolazione sovietica, sia stato all’oscuro dei gulag e di altre cose che in Occidente creavano problemi, non solo nella cosiddetta “stampa gialla” ma anche nella coscienza di molti comunisti? Dopo Praga, per esempio, Gillo Pontecorvo lasciò il PCI, e Bruno non ne comprese per molto tempo le ragioni.

Giulietto Chiesa: Quando ci siamo conosciuti, nel 1986, erano gli inizi della Perestroika. Al primo incontro Pontecorvo era molto circospetto e anche io, perché non ero in veste di giornalista e non cercavo lo scoop ma ero interessato a conoscere il personaggio e la personalità. Non gli ho mai chiesto quali fossero le ragioni che lo avevano spinto ad andarsene e lui non me lo ha mai detto. Allora ero un corrispondente dell’Unità, un giornalista con molti privilegi e molte sgradevolezze nello stesso tempo perché ero corrispondente di un partito che era comunista ma molto eretico ed ero visto in modo doppio, come tutto quello che accadeva allora in quel paese. Pontecorvo si avvicinò a me per sapere delle cose.

Mi faceva molte domande e quando veniva a casa mia in via Pravda, andavamo a fare delle lunghe passeggiate, e queste passeggiate diventavano delle lunghe domande. Voleva sapere cosa succedeva nel mondo. Il suo livello di informazione sul mondo esterno era molto ridotto. Gli accademici sovietici era-no fra i pochi che potevano aprire delle finestre sul mondo occidentale ma, nello stes-so tempo, queste finestre erano molto selezionate. A Dubna discutevano di politica ma l’ambito della discussione era molto limitato, e anche i colleghi di Pontecorvo ne sapevano meno di quanto noi possiamo immaginare. Lo dico perché mi sono fatto l’idea che lui in quegli anni stesse vivendo un vero e proprio dramma, che non esplicitava ma che si capiva dalle domande che faceva: “Che cosa è accaduto? Perché voi italiani avete questo atteggiamento sulla democrazia e il socialismo e dove vuole andare il PCI di Berlinguer?” E poi si chiedeva perché fosse in corso la Perestroika e cosa volesse fare Gorbaciov e dove volesse portare il partito.

Erano domande sincere che lui si poneva, il problema, in qualche misura, anche della giustificazione della sua storia personale.Scoprii che per conto suo si stava informando, anche se le informazioni che aveva non erano molto precise. Mi ricordo che veniva a mangiare gli spaghetti preparati da mia moglie, che gli piacevano tanto. Veniva sempre solo e io gli ho sempre chiesto se voleva che lo riaccompagnassi a casa, ma non ha mai voluto. Veniva solo e se ne andava da solo, mangiavamo gli spaghetti e parlavamo. Una sera del 1987, eravamo in piena crisi del partito comunista dell’Unione Sovietica, mi disse che Gorbaciov aveva detto all’ultimo comitato centrale una cosa a proposito del “bilancio bugiardo” o “bilancio ubriaco” che molti non avevano capito. Tirò fuori allora una matita e su un foglio di carta cominciò a scrivere delle cifre dicendo: “Adesso ti faccio vedere, quanto alcool si beve in Unione Sovietica”.

E su una base di dati elementari, che derivavano anche dalla sua esperienza allo spaccio dell’Accademia delle Scienze, tirò fuori una cifra – ed era la prima volta che lo vedevo scrivere numeri perché fino a quel momento avevamo solo parlato – dicendo: “In questo paese si stanno spendendo trenta miliardi di rubli solo per bere vodka e si tratta di un terzo del bilancio dello Stato. Ti sembra una cosa sana questa?” Io risposi francamente no. Allora Pontecorvo disse che quando Gorbaciov aveva tirato fuori questa cifra lui aveva pensato che si trattava di un terribile segno di decadenza.

Ho raccontato questo episodio per-ché mi sembra molto positivo. Lui faceva i suoi calcoli non solo in fisica ma anche in politica. Credo che fosse profondamente deluso di come erano andate le cose e guardava al PCI con una certa speranza. Un volta parlando mi disse in modo molto esplicito: “Chi sa se Gorbaciov ha letto qualcuno dei documenti che il Partito Comunista Italiano ha fatto? Certe volte ho l’impressione che qualche cosa abbia letto”. Come se pensasse che i comunisti italiani avessero dato un contributo alla Perestroika. Questo è il Bruno Pontecorvo che ho conosciuto e il nostro rapporto è stato sempre su questo filo: lui mi “usava” come fonte di informazione e qualche volta mi dava delle informazioni.

Giulio Peruzzi: Purtroppo non è così diffuso, specie tra i giovani, il ricordo di quello che è successo nel 1987 o nel 1989 in Unione Sovietica o nel blocco dei paesi dell’Est, sebbene oggi tutti noi ne viviamo le conseguenze. Ricordare Bruno ci dà anche l’opportunità di ricordare quegli eventi. Ritornando all’uomo scienziato, chiederei a Riccardo Barbieri di raccontarci come ha conosciuto Bruno Pontecorvo.

Riccardo Barbieri: Io ho interagito con qualche intensità con Bruno Pontecorvo. Ho letto spesso con grande attenzione i suoi lavori e personalmente l’ho incontrato in due occasioni. La prima volta a Budapest nel 1977, una delle prime volte in cui gli fu consentito di uscire dall’Unione Sovietica, per una conferenza importante che si chiama Lepton-Photon Conference. Allora ero un giovane teorico italiano, di Pisa, e forse da questa circostanza lui fu interessato. Trascorsi un intero pomeriggio con Pontecorvo e compresi la grande passione che aveva per la fisica.

Si andò avanti a discutere fino a sera e posso dire quasi che non mi mollava. L’altra circostanza è quella ricordata anche da Roberto Vergara Caffarelli quando, nel 1991, venne a Pisa e il comune di Cascina gli conferì il Delfino d’argento, un premio che viene dato agli scienziati che si fanno onore in area pisana soprattutto. Lui era già colpito in modo importante dal morbo di Parkinson. Feci una presentazione il giorno prima per il pubblico e per i giovani, soprattutto sui neutrini, che sicuramente era la cosa che lo interessava di più anche se è sbagliato pensare che sia l’unica cosa alla quale ha contribuito in modo importante. Era molto emozionato, al punto che durante la cena che si svolse la sera prima della premiazione fu colpito da un attacco forte della sua malattia. Ero seduto vicino a lui e vedevo che cercava di resistere.

Ma non ce la fece e chiese a un ragazzo che lo assisteva per l’occasione di accompagnarlo in albergo. Andò via ma volle tornare dopo un’ora e mezzo per ricongiungersi a noi e partecipare ancora alla cena. In quella occasione mi raccontò che quando era andato a Roma, Fermi gli aveva fatto una specie di esame di ingresso, e ben noto è il risultato del colloquio. Fermi gli disse: “Sei abbastanza buono, almeno per fare lo sperimentale”. Dirò ora una cosa che non so se sarà condivisa da tutti i miei colleghi. Pontecorvo aveva delle similitudini con Fermi. Era anch’egli un teorico e uno sperimentale, una coincidenza oggi introvabile, ma lui ha fatto sempre entrambe le cose, come Fermi, un grande amante della semplicità, contrario alle complicazioni. Ma mi sono fatto un’idea, e cioè che Pontecorvo non fosse molto a suo agio con la matematica. Contrariamente a Fermi, era principalmente un uomo di idee e insisteva che la fisica andasse spiegata più che con le formule con le idee e le rappresentazioni. Secondo me c’è del vero in questo.

Non voglio disprezzare la matematica ma penso che la fisica si possa fare anche senza essere forti matematici. Mi è capitato di fare conferenze divulgative e qualche giovane mi ha chiesto perché ci fosse questo grande interesse per i neutrini. La risposta che di solito do mi sembra semplice e naturale: bisogna sapere che i neutrini sono uno dei quattro costituenti della materia così come la vediamo oggi. In fisica c’è una tavola di Mendelejev moderna in cui sono indicati quattro elementi della materia, i due quark, l’elettrone e il neutrino che si replicano in tre volte. Ed è vero che, precedendo tutti, Pontecorvo ha dedicato gran parte della sua vita a capire le proprietà di uno dei quattro mattoni della materia, la più elusiva perché ha le interazioni più deboli.Un’ultima cosa, Pontecorvo aveva ottenuto i massimi riconoscimenti in Unione Sovietica, al massimo livello. Ho sempre pensato che l’Occidente non lo abbia riconosciuto allo stesso livello. C’è da chiedersi il perché ma lascio agli storici capire se il fatto che lui sia rimasto a lungo in Unione Sovietica, quindi in un ambiente chiuso, possa avere contribuito in questo.

Ma per quanto mi riguarda la ragione fondamentale è assai semplice: Pontecorvo è stato un grande precursore e se uno produce delle idee che hanno bisogno di cinquant’anni per essere provate vere si corre il rischio di non venire riconosciuti. Adesso sarebbe impossibile non riconoscergli i massimi premi. Pontecorvo è stato un grande precursore e può anche darsi che la situazione di isolamento gli abbia giovato perché non era immerso nella circolazione delle idee, e probabilmente nei prossimi decenni scopriremo qualcosa che lui aveva già visto.

Giulio Peruzzi: Gillo Ponecorvo si ricongiunse a Parigi con il fratello per un breve periodo che si concluse con la fuga in bicicletta di Bruno verso Tolosa.

Quale è la situazione a Parigi quando voi vi trovavate lì? Perché Bruno si era legato a esperienze di attivismo politico con comunisti che venivano un po’ da tutte le parti d’Europa? Quale fu la tua impressione?

Gillo Pontecorvo: Per me è stata un’esperienza importante, un punto di svolta nella mia vita, io venivo dall’Italia, un paese in cui nei bar c’era scritto: “Qui non si parla di politica né di alta strategia”. Io stavo a Pisa, una piccola città. Non avevo alcuna idea di cosa fosse la democrazia e arrivando lì ebbi la fortuna che insieme a Bruno ci fossero molti emigrati antifascisti dai quali imparai molte cose. Mi ricordo che mi prendevano in giro per la mia ignoranza. Mi avevano regalato un libro, Elementi di marxismo, e quando mi incontravano mi chiedevano se avevo finito di leggere tutti i marxisti in quindici giorni. C’erano molti giovani, tra i quali Salvatore Natoli, che poi hanno avuto un forte peso nella lotta politica italiana.

Io lì mi accorsi che c’era un mondo molto più affascinante e bello che non era quello monolitico che noi conoscevamo. E forse non avevamo voglia di conoscerne altri, perché la forza del fascismo era quella di tenere le persone in un totale bagno di ignoranza, per cui non avevi neanche voglia di capire altre cose. Il contatto con la Francia è stato molto importante, e soprattutto con quei giovani che erano scienziati e avevano una fervida attività culturale. Parlavano infatti fino a notte fonda ogni giorno. Avevano anche la mania del cinema. Frequentavano una sala che proiettava pellicole d’essai ed era un centro di coagulazione dove si parlava per ore dei film. Questo stile di vita lasciava di stucco uno che veniva dall’Italia e non aveva idea di questo tipo di interessi.

Giulio Peruzzi: Continuiamo con questi aspetti che riguardano la vita di un giovane di una certa epoca e faccio una domanda a Clara Sereni che ha scritto un libro, Il gioco dei regni che è la storia di almeno una fase delle vicende della famiglia.Pontecorvo era un laico, educato laicamente.

Come mi pare chiaro dalle parole raccolte da Miriam Mafai nel suo libro, Pontecorvo sembra aver preso coscienza del suo essere ebreo solo andando via dall’Italia e in particolare quando si trovava in URSS.

Clara Sereni: Io non ho conosciuto Bruno ma ne ho sentito parlare in famiglia. Ho un ricordo d’infanzia preciso e un po’ buffo. C’era, infatti, una certa zia Ermelinda, molto amata o odiata, a seconda dei casi, che nel 1951 subì il furto di tutti i gioielli di famiglia. Le indagini, che come nel peggiore dei copioni avrebbero dovuto riguardare la domestica, furono archiviate perché nel furto le fu portato via anche un grosso portafoglio contenente delle lettere di Bruno, che le scriveva in quanto sua zia, ma questo fu sufficiente a decidere che si trattava di spionaggio.

Quindi questi gioielli non vennero mai recuperati. Nel mio libro c’è anche Bruno, in un periodo perugino, ma la sua vicenda ho dovuto tagliarla: sebbene connotasse dei caratteri distintivi mi portava troppo fuori strada. Ci ho pensato molto, perché un carattere distintivo era la radicalità.Bruno decide di iscriversi al PCI il giorno della firma del patto di non aggressione Molotov-Ribbentropp, nel 1939, quando chi era già iscritto al partito comunista ebbe dei turbamenti e si interrogò molto. Proprio quel giorno, contro tutto e contro tutti, Bruno decise di iscriversi formalmente al partito comunista, nella cui orbita era già largamente implicato. Anche in quelle circostanze, per quella generazione c’è stato uno sforzo titanico che ha prodotto degli errori, ma che aveva una sua grandezza che oggi non possiamo negare. In quel momento c’erano dei bianchi e dei neri, delle scelte molto radicali da fare. E chi sulla propria pelle le fece in una direzione piuttosto che in un’altra aveva una sua parte di coraggio, per non dire di eroismo, che gli va ancora oggi riconosciuta, anche se non cancella gli errori.

Questa è una di quelle occasioni in cui si traccia un disegno di quello che sono state alcune famiglie ebree in Italia, ma non solo, durante il ventesimo secolo. L’ebraismo ha delle proprie specificità culturali. Tutti gli ebrei di cui stiamo parlando erano italiani e si sono ritrovati ebrei nel 1938, come Primo Levi. Fino a quel momento non se ne erano granché occupati e si sono riconosciuti come tali nel momento in cui sono stati discriminati. C’è una storia che attraversa quelle famiglie, la storia delle classi dirigenti di questo paese, come, per esempio, Carlo e Nello Rosselli. L’ebraismo non ha dogmi. L’unico dogma che ha è quello di non avere dogmi. Non è un dogma neanche l’avvento del Messia, infatti si discute tra i rabbini se verrà in questo mondo o se verrà nel mondo a venire e c’è anche chi dice che non verrà mai. L’unica cosa su cui non si discute è che chiunque stia al mondo deve lavorare per renderlo migliore, perché è l’unica possibilità per fare arrivare il Messia. Quest’obbligo a migliorare l’oggi ha prodotto un certo numero di rivoluzionari in diversi campi, e Bruno Pontecorvo è stato un rivoluzionario prima nel campo scientifico che in quello politico. Questa storia credo che vada scritta perché è un pezzo non secondario della storia del nostro paese.

Giulio Peruzzi: Finiamo questo giro ascoltando ancora la parola di un fisico e focalizzandoci quindi di nuovo su Bruno scienziato. Pontecorvo racconta che quando nel 1959 incontrò a un convegno Segrè, Amaldi e Giancarlo Wick ci fu una certa freddezza. Eppure Amaldi e Segrè facevano parte di quel gruppo che non era solo di scienziati che si ritrovavano intorno a un esperimento, ma anche di amici. Chiedo a Carlo Bernardini: perché secondo te questa freddezza?

Carlo Bernardini: Vorrei rimandare a un lavoro di Amaldi, pubblicato nel 1984 come fascicolo speciale di Physics Report, che si intitola “Dalla scoperta del neutrone alla scoperta della fissione” e che riporta la storia del brevetto che è stata menzionata prima. Quando gli americani cominciarono a produrre reattori nucleari ci fu chi pensò che gli italiani avessero qualche diritto sul brevetto dei reattori.

Negli Stati Uniti c’era un compagno del gruppo di via Panisperna, Gabriello Giannini, che era diventato una specie di legale che si occupava di queste cose. Amaldi nella sua esemplare onestà dice che nella discussione con gli americani pesava il fatto che Bruno fosse passato in Unione Sovietica. Lo consideravano un grosso difetto: non si potevano dare dei soldi a un gruppo di cui un membro importante stava in Unione Sovietica. Quindi fu riconosciuta una cifra molto più bassa, di cui a Pontecorvo non giunse mai nemmeno un centesimo.Io incontrai Bruno per la prima volta nel 1961, quando andai a Dubna con un nostro illustre collega, Gherardo Stoppini. Eravamo alla mensa dopo aver visitato la macchina, il Sincrofasotrone, un oggetto di proporzioni smisurate, migliaia e migliaia di tonnellate di ferro. A noi abituati al design occidentale la macchina, in quella sala con lampadari stile impero, sembrava una corazzata, e tutti dicevamo ai russi che noi facevamo cose più piccole ma altrettanto efficienti. Alla mensa, dopo aver chiacchierato con i grandi, tra cui Venedikt Dzhelepov, Stoppini, dandomi una gomitata, mi disse: “Guarda, quello è Pontecorvo”.

Lo chiamammo e lui venne a pranzare con noi, contento di poter parlare in italiano. Conversammo come se ci conoscessimo da tempo. Pontecorvo era appena tornato dal Mar Nero dove aveva fatto delle immersioni. Ci riferì che due marinai, vedendolo con la muta da sub, lo avevano preso per James Bond e lo avevano rilasciato dopo molto tempo grazie all’intervento dell’Accademia delle Scienze, perché non credevano che uno conciato in quel modo potesse essere uno dei loro. Bruno si divertiva come un matto a raccontare questo episodio. Parlammo anche di fisica. Noi a quel tempo cominciavamo a fare anelli d’accumulazione e lui sembrava molto interessato. Ma si parlava anche del lavoro dei colleghi di Novosibirsk.

Poi ripartimmo e non lo vidi fino al 1978, quando venne per Amaldi. Io in quel periodo ebbi una breve esperienza parlamentare e quando incontrai Bruno mi chiese quale fosse il mio pensiero: io ero nel gruppo comunista del Senato ma ero un indipendente e lui non capiva cosa volesse dire essere indipendenti nel Partito Comunista. Però ricordo che la cosa più interessante di cui parlammo era se quello che, con una brutta parola, si chiamava “equilibrio del terrore” avesse risolto il problema della possibile distruzione del mondo. Lui aveva l’ossessione della possibile distruzione del mondo con armi atomiche e l’idea dell’equilibrio gli sembrava un’idea positiva. Ne parlava con molto calore e quando era in Italia era quasi sempre qui da noi. Abbandonava la stanza di Salvini e veniva da me a chiacchierare. Io cercavo di farmi raccontare quello che lui veramente pensava sull’oscillazione dei neutrini.

La cosa che mi è rimasta più impressa è che la maggior parte di noi, anche fisici con esperienza, sotto sotto ha come punto di riferimento quello che io chiamo un “realismo classico” cioè un modo di ragionare che usa il buon senso della meccanica quantistica. Per Bruno la realtà era una realtà in cui aveva posto l’oscillazione dei neutrini, che nessun comune mortale potrebbe considerare una cosa plausibile: è come raccontare a qualcuno che io mi metto in viaggio e durante il viaggio divento Giorgio Salvini e poi ritorno io. Il fatto che ci siano delle qualità caratterizzanti che fanno sì che un neutrino m sia diverso da un neutrino e non è una cosa banale da pensare prima di averlo visto.Sono stato molto contento quando le ceneri di Bruno sono arrivate a Roma.

Ora si trovano al “cimitero degli inglesi” e sulla pietra tombale, grazie a una bellissima idea di Luciano Maiani a cui aderimmo subito, oltre al nome è riportata la formula “nm ? ne”. Tutti i visitatori che passano da lì esclamano: “Boh!”.

Gillo Pontecorvo: Prima Giulietto Chiesa ha ricordato che negli ultimi tempi Bruno aveva dei dubbi e si informava. In effetti, in una delle ultime conversazioni che avemmo, c’era stato un battibecco tra noi perché io, essendo uscito dal Partito Comunista proprio perché non mi piaceva quello che succedeva in Unione Sovietica, gli rimproveravo di credere in certe cose. Lui diceva che erano dei dettagli, che l’importante era che la linea di sviluppo fosse quella del socialismo. Parecchi anni dopo invece mi disse: “È incredibile che uno che fa il mestiere che faccio io, e quindi dovrebbe essere spinto da pulsioni razionali, abbia vissutotanti anni della propria vita dominato da pulsioni che non potrei chiamare in altro modo che di tipo religioso”.

Giulio Peruzzi: Che sono quelle che poi in qualche maniera lo hanno portato a quella scelta, che in fondo non ha mai avuto una giustificazione definitiva.

Carlo Bernardini: Io ho capito che una grande influenza su di lui la ha avuta Frédéric Joliot, che era un francese colto, intriso di politica come anche la moglie Irène.

Giorgio Salvini: In effetti, quei tempi e quelle cose hanno tratti che a volte ci possono sfuggire immersi, come diceva in quell’articolo Pontecorvo, nella vicenda del passato. Ricordo che, alcuni anni fa, eravamo a spasso con Emilio Segrè quando iniziammo a parlare di Pontecorvo, che era vivo, anche se malato. Segrè fu molto duro, non sull’uomo, era difficile che attaccasse un uomo, ma sul nucleo di idee che lì si erano rappresentate e giocate. Ne parlammo e nel seguito del discorso si accennò anche alla malattia di Bruno, ai suoi meriti scientifici, che Emilio riconosceva pienamente.

Alla fine mi chiese cosa poteva fare per lui. Noi gli dicemmo che poteva informarsi sul progresso delle cure per la sua malattia in Russia e in Europa e vedere come lo si potesse aiutare. Era una cosa detta così ma in effetti Emilio Segrè affrontò il problema, studiò la situazione, approfittando del fatto che un Nobel entra da tutte le parti, e scrisse una lettera di chiarimento a Pontecorvo. Quando lo seppi mi resi conto che si era veramente dedicato al problema, come un fratello.

Giulietto Chiesa: La mia opinione di allora, e le cose che ho sentito oggi me lo confermano, se Pontecorvo fosse rimasto in Occidente avrebbe preso il premio Nobel.

Sicuramente era un uomo che sapeva guardare nel lontanissimo futuro, però il fatto che lui sia andato oltrecortina gli ha creato intorno una barriera, anche scientifica, che in Occidente non è stata superata. Questa è la mia impressione e credo che anche Pontecorvo ne fosse consapevole e che questo fosse il suo cruccio. Era consapevole di aver avuto un sacco di idee. Naturalmente chi lo ha conosciuto lo sa, lui era l’ultimo a vantarsi, ma nello stesso tempo non poteva non essere cosciente della portata delle cose che aveva immaginato, pensato, costruito. E il fatto che altri che hanno lavorato sulle sue idee abbiano preso il premio Nobel è la prova provata che in Occidente c’era nei suoi confronti una ostilità specifica.

Pontecorvo era anche molto prudente nelle parole. Ha scoperto di essere ebreo proprio là. Lo posso dire proprio per esperienza, quando sono partito dall’Italia per andare in Russia non sapevo niente del paese e non parlavo la lingua, non mi ero mai posto il problema della diversità delle razze, delle nazioni e quindi pensavo come tutti i buoni illuministi che gli uomini fossero tutti eguali. Quando arrivai a Mosca, nell’Unione Sovietica di allora, comunista di convinzione, come Bruno Pontecorvo, scoprii improvvisamente che le razze esistevano proprio a Mosca. Scoprii che la questione della razza era centrale e non un elemento marginale, anzi sarei per dire che lo è tuttora. Non è cambiato, in questo senso, proprio niente. La questione dell’appartenenza a una razza, a un popolo era talmente fondamentale che gli uomini si riconoscevano tra di loro sulla base di questo criterio, anche persone di elevata cultura, anche persone palesemente progressiste dal punto di vista politico non potevano esimersi dalla questione. Ne parlammo in qualche occasione anche con Bruno e dicevamo che questa questione pesava, pesava in due modi opposti, importanti da capire altrimenti non si capisce niente di quello che è accaduto.

In URSS ci sono stati tantissimi ebrei fisici, a cominciare da Andrej Sacharov, e scienziati di ogni genere ed erano dei privilegiati, erano portati in palmo di mano ma contemporaneamente, sembra paradossale ma è così, erano tenuti isolati, in disparte, volta a volta portati alle stelle però lasciati in disparte. Era una specie di oscillazione drammatica, dovuta al fatto che moltissimi intellettuali ebrei erano fortemente dotati e superavano gli altri per varie ragioni, e quindi dovevano in qualche modo essere contemplati in una società che si dichiarava egualitaria. Io sono convinto che questa cosa abbia pesato più di quanto noi possiamo immaginare. Lui ha cambiato società ma ha scoperto anche una diversità che secondo me non si aspettava di trovare.

Ettore Fiorini: Anch’io sono convinto che se Bruno fosse rimasto in Occidente avrebbe avuto il premio Nobel, basti pensare alla sua idea della differenza tra il neutrino elettronico e il neutrino muonico. Va anche detto però che quando andò in Unione Sovietica per alcuni anni non potè pubblicare nulla: le cose venivano scritte a mano su certi registri e non potevano uscire neanche da Dubna. Io ho parlato con Georgi Zatsepin, il quale mi diceva che gli avevano presentato Bruno ma non gli avevano detto che era Bruno Pontecorvo, gli avevano detto che era un professore. Se Bruno fosse vissuto tre anni in più, con la scoperta delle oscillazioni avrebbe ricevuto il premio Nobel. Era una cosa sicura perché lui è stato il primo con Gribov a proporre le oscillazioni del neutrino, che sono state trovate con risultati stupendi. Questa era una cosa talmente importante che avrebbe superato tutte le divisioni.

Giorgio Salvini: Quello che dice Ettore è una cosa giusta ma stiamo facendo una mitologia del premio Nobel. Guardate che l’idea della rigenerazione è bellissima ma l’idea di Piccioni di andare a esaminare i mesoni k, idea che è sotto certi riguardi precedente, è dello stesso valore e per giunta Piccioni ha realizzato l’esperimento Conversi-Pancini-Piccioni e non ha avuto il premio Nobel. Persone come Bruno Pontecorvo, come Piccioni, come Occhialini, come Rossi, sono tra i massimi fisici che ha prodotto questo secolo e nessuno di loro ha avuto il Nobel.

Giulio Peruzzi: Una battuta per catturare l’attenzione dei giovani presenti tra il pubblico. Quando Bruno decise di studiare fisica, il fratello maggiore Guido gli consigliò di andare a Roma a studiare con Fermi: “Se vuoi studiare fisica in Italia devi farlo con Fermi”. Ebbene ancora oggi ha senso studiare fisica in Italia, abbiamo – grazie anche a Fermi, Rossi, Amaldi e tanti altri che operarono in quegli anni – una grande scuola di fisica in Italia. Mi viene di dire: finché dura.

Riccardo Barbieri: Mi viene in mente una considerazione: all’inizio sono state ricordate le date di nascita del “gruppo di via Panisperna”, ragazzi di trent’anni al più. Temo di poter dire che sia una cosa irripetibile in tutto il mondo questa, per un’evoluzione della società, del modo in cui si fa la scienza. E non si esagera a dire che in Italia, particolarmente, è inimmaginabile.

Tra tutte le questioni che si mettono sul tappeto quando si parla di riorganizzazione della ricerca, dell’attività dell’università, questa è la questione centrale: trovare il modo di dare più spazio ai giovani nell’attività scientifica. Questo è il problema, soprattutto, in Italia. Faccio un differenziale tra l’agio che ha a svolgere attività scientifica una persona della mia età e un giovane.

Faccio un confronto relativo a prescindere dalle difficoltà che ci possono essere per l’attività scientifica tout court in Italia rispetto ad altri luoghi. Il rapporto differenziale dice che nel nostro paese c’è un problema specifico che va affrontato con priorità assoluta e se penso all’entusiasmo con cui Pontecorvo faceva fisica sono sicuro che sarebbe d’accordo.

Clara Sereni: Mi pare difficile che si porti avanti questa apertura di credito nei confronti dei giovani in un momento in cui, con la riforma Moratti, i ricercatori diventano CO.CO.CO. e fra un po’ gli si chiederà anche di fare l’uovo. Comunque, direi che per quella generazione, il comunismo e l’Unione Sovietica sono state una grande utopia che poi molte volte si è infranta contro una realtà, a seconda dei casi, diversamente dolorosa. Però quell’utopia ha portato avanti il mondo anche qua, ha avuto una forza che serve anche adesso altrimenti non si farebbero neanche le invenzioni.

Gillo Pontecorvo: Noi eravamo otto tra fratelli e sorelle. Bruno era il mio preferito perché era di una modestia incredibile. Non gli ho mai sentito dire “io”, credo che questa parola non sia mai esistita nel suo vocabolario. La modestia va anche a braccetto con un’altra caratteristica, l’interesse verso gli altri. Effettivamente, Bruno aveva un interesse smisurato verso gli altri.

A questi due aspetti si ricollegano vari episodi. Ricordo, per esempio, che Bruno, venendo da Pisa, non era molto conosciuto all’Università dove era diventato professore associato o forse assistente. Si presentò all’entrata dove vanno i professori e un bidello gli fece un cenno negativo. Bruno si vergognò e per non umiliarlo se ne andò via. La cosa fece ridere la facoltà per molto tempo. Ancora, ero con mia moglie a Mosca e lui ci portava in giro con la macchina dell’Accademia guidata da un autista. A un certo momento, eravamo in un negozio con mia moglie che vedeva delle cose che la interessavano e Bruno ci premeva: “Sbrigatevi, c’è l’autista che aspetta e non gli ho lasciato neanche il giornale”. In questo senso era un personaggio abbastanza unico.

Carlo Bernardini: C’era un personaggio che si chiamava Sudoplatov, poi si è venduto agli americani, che era stato incaricato da Berija, prima che andasse in disgrazia, di costruire dei dossier falsi. Per esempio, avevano costruito un dossier nel quale risultava che Fermi era un agente sovietico. In Italia c’è stato anche uno che c’è cascato con tutti i piedi, Enzo Bettiza, e ha scritto un lungo articolo su La Stampa dicendo che nemmeno di Fermi ci si poteva fidare. Allora scattammo tutti, Francesco Calogero, io e altri. Queste notizie sono ormai in un mare di confusione perché purtroppo i documenti di Sudoplatov, che era bravissimo e creava dei falsi molto accurati, sono stati venduti a un editore americano il quale, a piccole dosi, li tira fuori. Magari prima o poi tirerà fuori qualche storia, qualche leggenda anche su Bruno Pontecorvo. Bisogna diffidare di queste imitazioni perché certamente hanno poco a che fare con la realtà. Se mi permettete mi piacerebbe ricordare ai giovani una caratteristica di Bruno, che era quella di non chiedere mai niente a nessuno per sé.

Era quasi maniacale nel voler fare tutto da solo, nel volersi attribuire gli errori, se li faceva, e i meriti, se faceva una buona cosa. Mi ricordo che negli ultimi tempi camminava con qualche difficoltà e quando la sera andava via dall’Istituto io mi precipitavo per aiutarlo e accompagnarlo fino al taxi, ma lui voleva andare da solo. Alcune volte per fare tutto da solo finiva per fare qualche mattana. Una volta a Dubna, quando già camminava molto male, inforcò una bicicletta, fu un disastro. Dopo però è voluto tornare a Roma per farsi operare, e noi andavamo a trovarlo continuamente. Lui però, imperturbabile, non riconosceva il suo errore ciclistico e di tutto voleva parlare meno che del suo incidente.

Gillo Pontecorvo: Non era semplicemente andato in bicicletta ma aveva fatto vedere a un suo amico che procedeva all’indietro!

Giorgio Salvini: Cito dall’articolo di Bruno Pontecorvo: “Una nota di cautela. Come potete vedere io sono spesso attaccato da un forte tremore dovuto al Parkinson.

 La gente normale di vecchia età ha attacchi di cuore, o ha simili massaggi, io sono Parkinsoniano, ma non preoccupatevi, io certamente morirò prima o poi ma non adesso di fronte a voi. Tra l’altro devo dire che molta gente nella strada desidera aiutarmi, e grazie al Parkinson io ho avuto l’occasione di vedere quanta buona gente sia a Roma che a Mosca c’è. Come potete ben immaginare, a causa della mia età e della mia malattia io sono spesso incapace di capire alcuni recenti sviluppi della fisica, ma sono interessato, negli acceleratori e nel lavoro, probabilmente per la mia familiarità con i concetti di lettone, di neutrino, dal loro inizio, continuerò così”.

Giulietto Chiesa: Io abito a Roma, non lontano da via Panisperna, e un giorno andai a cercare dove era il posto dei “ragazzi di Fermi”. Ho cercato delle indicazioni lungo la via chiedendo se qualcuno sapeva dove fosse, ma nessuno lo sapeva. Poi ho trovato finalmente un amico, che non è italiano ma cileno, che mi ha indicato il posto. Non c’era nemmeno una targa.

NOTE

(1) PONTECORVO B., “Progress in Particle Research and Reality” in Proceeding of Conference “Present and Future of Collider Physics”, SIF, Bologna, 1991, pp. 359-362.

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