Armstrong, come cambia la guerra al doping

Lance Armstrong ha confessato. Ieri in un’intervista a Oprah Winfrey (stasera e domani in esclusiva sul canale Dmax per l’Italia) ha ammesso di essersi dopato durante i sette Tour de France da lui vinti, gli stessi che le indagini della United States Anti Doping Agency (Usada) avevano cancellato dall’albo, insieme a tutti i risultati da lui conquistati dal 1998. Da quando cioè avrebbe cominciato a muoversi intorno all’ex-ciclista la più sofisticata macchina del doping nella storia dello sport, come è stata ribattezzata.

Senza doping non avrei vinto quei sette Tour, ha detto Armstrong. Sarebbe stato impossibile farlo senza ricorrere a testosteronecortisone, prelievi e re-infusioni di sangue ed Epo (la sostanza per cui Alex Schwazer è stato escluso dalle Olimpiadi di Londra). Una confessione totale, ma che di fatto nulla aggiunge rispetto a quanto è già a conoscenza delle autorità dell’agenzia che da tempo indaga su Armstrong, e che aveva già messo il luce le pratiche dell’ex-ciclista, di compagni di squadra, di medici e preparatori atletici in un dossier di centinaia di pagine, lo scorso ottobre (anche se Armstrong smentisce di aver fatto pressioni sui compagni). Ma la confessione non è solo l’epilogo di una storia, secondo alcuni significherebbe molto di più, come scrive Wired.com

Se a qualcuno potrebbe sembrare la via verso una sorta di riabilitazione dell’atleta, per altri le parole di Armstrong, confermando le indagini dell’Usada, hanno un altro significato. Dimostrano, cioè, che così come il doping cambia, anche la guerra dell’anti-doping rivede le sue strategie. Non è più solo fatta di medici a bordo campo o a fine corsa con test anti-doping alla mano. Anche perché gli atleti sanno come non farsi beccare, come sfuggire ai controlli ed eludere i test. Come racconta The Verge, lo stesso Armstrong è stato piuttosto abile a ingannare i medici, risultando pulito centinaia di volte ai test effettuati in anni di attività. 

Eppure in quel periodo, per sua stessa ammissione, si era sempre dopato. Come ci è riuscito? Scegliendo bene le strategie di doping e adattandosi ai tempi: Epo prima del 2000 (anno in cui arrivarono i test per l’eritropoietina) e dopo trasfusioni di sangue (un metodo più vecchio ma capace di ottenere gli stessi risultati, abbinato in alcuni casi a iniezioni di soluzioni saline per abbassare l’ematocrito); testosterone somministrato con cerotti sulla pelle a lento rilascio o attraverso olio di oliva, così da bypassare il fegato. E così via, adattando le abilità di medici e atleti per sfuggire ai controlli a sistemi di guardia che diventavano sempre più sofisticati. Ma che appunto non sono bastati. 

Ecco allora che il caso di Armstrong dimostra come la lotta al doping sia andata oltre i semplici test di laboratorio, sia diventata un’indagine a pieno campo, che riguarda tutti, degna di quelle dell’Fbi. L’Usada, infatti, com’è noto, era arrivata a svelare la macchina del doping che si muoveva intorno ad Armstorng pressando i suoi compagni di squadra, forzandoli a testimoniare, a confessare per loro bocca come arrivava l’Epo nelle loro vene o come venivano tenuti al fresco i loro globuli rossi dopo i prelievi. 

Una lotta fatta anche di email e transazioni finanziare: tutte prove ottenute fuori dai laboratori di analisi, che testimoniano quanto sia cambiata la guerra al doping. Tanto che nel Regno Unito l’agenzia antidoping è guidata da un ex-poliziotto, e insieme alla Wada chiede la formazione di alleanze persino con l’Interpol, mentre l’agenzia australiana lo scorso novembre invitava testimoni delle pratiche del doping a farsi avanti prima che qualcuno avanzasse accuse di doping. 

Il caso di Armstrong visto in quest’ottica, conclude Wired.com, serve come a giustificare le pratiche in stile intelligence che stanno caratterizzando sempre di più le agenzie anti-doping.

Via: Wired.it
Credits immagine: Bjarte Hetland/Wikipedia

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