Biotestamento, io dico no al referendum

    In queste settimane di accese discussioni (vedi Galileo: Perché la legge sul biotestamento è brutta e arrogante) sulle direttive anticipate c’è chi propone il referendum come rimedio alla violazione della nostra libertà compiuta dall’intrusivo disegno di legge prossimo all’approvazione.

    Questa proposta potrebbe sembrare di primo acchito una soluzione, senz’altro in extremis ma pur sempre una soluzione. E invece rischia di costituire un ulteriore passo verso il baratro della violazione di un principio cardine di ogni Stato liberale: esiste una sfera privata e individuale in cui nessuno può permettersi di entrare. Quella sfera è la nostra libertà, intesa come assenza di interventi esterni, intesa come assenza di coercizione legale. Certo, si dirà, una volta approvata una legge liberticida, come potremmo difenderci? Affermare che non si sarebbe dovuti arrivare a questo punto non cambierebbe il panorama. Probabilmente però sarebbe preferibile l’intervento della Corte Costituzionale, proprio come accaduto per la legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita (vedi Galileo: Eterologa: un’altra ordinanza alla Corte Costituzionale), come estrema difesa e come mezzo per riaffermare quanto è stato messo in discussione. Nemmeno la Corte Costituzionale sarebbe una risposta ideale, ma forse sarebbe meno rischiosa.

    Più di due anni fa Luca e Francesco Cavalli-Sforza avevano scritto un articolo sulla morte e sulla scelta: Quando si nega il diritto a morire, la Repubblica, 1 gennaio 2009. Eravamo verso la fine della lunga battaglia di Beppino Englaro per interrompere la nutrizione e l’idratazione artificiali di Eluana, che sarebbe morta il 9 febbraio del 2009.

    Le riflessioni dei Cavalli-Sforza sono perlopiù condivisibili e – se non fossimo ormai abituati a dichiarazioni deliranti in merito – verrebbe da dire scontate: la libertà di scegliere della propria esistenza, morte compresa, dovrebbe essere la condizione normale. In effetti ormai da molto tempo la questione dovrebbe considerarsi chiusa, sia sul piano filosofico che su quello giuridico.

    La nostra libertà non dovrebbe essere limitata senza valide ragioni: il paternalismo (“ti vieto qualcosa per il tuo bene”) e il moralismo (“ti vieto qualcosa perché è immorale”) non possono considerarsi tali.

    Non è questo il nodo interessante del pezzo dei Cavalli-Sforza, ma la proposta da loro avanzata in un momento in cui il Parlamento era fermo (peccato che si stia muovendo, verrebbe da commentare): la soluzione referendaria. I Cavalli-Sforza scrivono:

    Bisognerebbe chiedere ai cittadini se il testamento biologico è ammissibile. Può l’individuo decidere, in piena consapevolezza, quale deve essere la sua sorte se dovesse perdere coscienza per un tempo illimitato, o se non fosse più in grado di esprimere la propria volontà? Può lasciare scritto: “Staccate i tubi”; oppure: “Tenetemi in vita comunque, finché possibile”; o ancora, poniamo: “Tenetemi in vita per sei mesi, poi lasciatemi morire”? Non si può pretendere che i cittadini si esprimano per referendum su temi che richiedono competenze speciali, come l’ingegneria genetica o le strategie energetiche, ma a chi spetta, se non a loro, decidere se chi è nato è libero di scegliere la propria morte? E sperabile credere che vincerebbe il parere: “Io sono padrone della mia vita”.

    Pur se la risposta alle domande è, e non può che essere, affermativa in base alle premesse esplicitate in apertura, lo strumento referendario è fuori fuoco. L’alternativa non può essere la resa totale verso un assetto statale teocratico e illiberale, ma il rischio della proposta referendaria sta nel veicolare l’idea che una libertà, la nostra libertà, debba passare il vaglio della maggioranza. Non tanto per ragioni strategiche: esiste il rischio, di fatto, che la maggioranza decida di non interessarsene. Nonostante il raggiungimento del quorum dei recenti referendum, non possiamo dimenticare cosa accadde nel 2005 sulla legge 40: a votare ci andarono poco più del 25% degli aventi diritto. Ma non dovrebbe essere messa ai voti soprattutto per una questione di principio, ben più importante del rischio fattuale di fallimento referendario. Un principio che dovremmo contribuire a sostenere e a ripristinare in uno Stato che voglia ancora dirsi liberale e civile.

    Non accetteremmo, per esempio, di ripristinare la schiavitù nemmeno in seguito a un plebiscito. Il punto fondamentale e costantemente calpestato e dimenticato è il seguente: le nostre libertà individuali non sono oggetto di contrattazione. Non dovrebbero esserlo. E si dimentica anche che la libertà ha un formidabile vantaggio sulla sua negazione o limitazione: se sei libero puoi scegliere di delegare o rinunciare alla tua libertà. Se sei libero puoi scegliere di essere schiavo. Nello specifico delle direttive anticipate: se sono libera di decidere di non essere nutrita artificialmente, sarò anche libera di decidere di essere nutrita.

    Il clima illiberale e paternalistico odierno è osceno e gravemente lesivo della libertà, ma siccome a lungo andare ci si abitua anche alle condizioni più ripugnanti, dovremmo stare attenti a non arrenderci del tutto e a non adottare strumenti solo apparentemente difensivi. È comprensibile che il richiamo al referendum sia, nelle intenzioni dei Cavalli-Sforza e in quanti lo propongono oggi, una estrema risorsa. Ma rischia di trasformarsi in un requiem di quella libertà faticosamente conquistata, svuotata e smontata pezzo per pezzo e oggi più simile a una caricatura che a un diritto fondamentale.

    1 commento

    1. Concordo con la tesi esposta da Chiara Lalli e, per rafforzarla da un punto di vista laico, riporto questo passo tratto da un saggio di Giovanni Boniolo sui concetti di vita e morte: “… un laico non si batterà affinché si instauri, magari democraticamente, un particolare tipo di esistenza, ma affinché tutte le possibili esistenze abbiano l’equa possibilità di realizzarsi e nessuna abbia a prevalere sulle altre, anche se per tradizione così è stato. Ma il ricorso alla tradizione non è certo un buon argomento contro la libertà di esistenza, che comporta ovviamente anche la libertà di scegliersi la morte, intesa quale fine della ‘propria’ esistenza e quindi della ‘propria’ vita.”

    2. Riflessione molto interessante, la facevo tra me e me qualche giorno fa. Solo si trascura la funzione didattica che potrebbe avere un referendum, suscitando una discussione e favorendo la presa di coscienza dell’opinione pubblica. In un paese libero, naturalmente…

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