Le microplastiche sono dannose per la salute? La domanda non è banale. Averle riscontrate dappertutto nel corpo umano – dove è facile che arrivino, ingerite o inalate per lo più: uno studio di qualche anno fa stimava una digestione annuale dei due etti e mezzo – non basta. O meglio, i loro effetti e i meccanismi con cui li esercitano, sono ancora per lo più da provare. Posto che esiste un razionale abbastanza forte per pensare che possano essere dannose, cui si aggiungono anche evidenze che arrivano da studi epidemiologici. Oggi, a riaccendere le discussioni in materia, è la pubblicazione di un nuovo studio su Nature, che mostra un possibile meccanismo con cui le microplastiche potrebbero danneggiare la nostra salute. C’entra l’acqua, con cui interagiscono dando origine a radicali liberi, a loro volta potenziali mediatori del danno biologico.
La plastica è davvero inerte?
A raccontarlo, dalla Columbia University è Wei Min, tra i ricercatori a capo dello studio, ribaltando l’idea che, dal momento che la plastica è ritenuta inerte, i rischi (per lo più quelli chimici) sarebbero contenuti. Il punto, dicono oggi i ricercatori, è che così inerte la plastica non è, soprattutto quando si parla di microplastiche (particelle inferiori ai 5 mm). “Man mano che la plastica si frammenta in particelle sempre più piccole, la sua superficie aumenta enormemente. Le microplastiche, a loro volta, alterano l’acqua circostante, generando radicali reattivi ad alta energia (specie reattive dell’ossigeno, Ros [come il radicale idrossile, nda]) che con ogni probabilità contribuiscono al danno biologico che osserviamo negli animali e potenzialmente anche negli esseri umani a seguito dell’esposizione alle microplastiche”.
Il riferimento è soprattutto agli studi che hanno collegato le microplastiche a tumori, problemi riproduttivi, malattie neurologiche, patologie cardiovascolari e infiammatorie intestinali, ricordano gli autori. Di recente, anche uno studio italiano (su un piccolo campione, va detto) suggeriva un legame tra microplastiche nel sangue e rischio di infarto. Uno studio di associazione, ma un nuovo indizio dei possibili danni sulla salute delle microplastiche.
Il contatto con l’acqua e la formazione di radicali
Wei Min e colleghi sono andati oltre: hanno cercato di capire cosa succedesse sulla superficie delle microplastiche (di diverso materiale plastico). Hanno quindi condotto dei test in laboratorio per evidenziare la produzione di radicali liberi, sostanze ritenute responsabili dei danni da stress ossidativo. E hanno visto che la sola interazione tra acqua e superficie delle particelle innesca la produzione di radicali. “Le molecole d’acqua diventano chimicamente attive quando entrano in contatto con la plastica, che è idrofoba – spiega ancora dalla Columbia University Min – Il contatto tra l’acqua e la plastica crea un ambiente che facilita il trasferimento di elettroni e la formazione di radicali reattivi. Quando la plastica si frammenta in particelle più piccole, il loro crescente rapporto superficie-volume crea più aree chimicamente attive”. I ricercatori hanno anche condotto dei test in laboratorio per misurare i danni su componenti biologiche (come proteine o globuli rossi di topi) innescati dalle microplastiche attivate dall’acqua, trovando indizi a sostegno delle loro ipotesi.
Le implicazioni dello studio
Da un lato, concludono gli autori, quanto osservato potrebbe stimolare lo sviluppo di materiali che siano davvero inerti e più sicuri, dall’altro aiuta soprattutto a far luce sui possibili meccanismi con cui le microplastiche potrebbero danneggiare la nostra salute. Un campo piuttosto vasto, considerando che i rischi sono molteplici di diversa natura: chimici sì (anche per la presenza di contaminanti), ma anche fisici e microbiologici (per questioni di accumulo e dimensione, e per la presenza di potenziali microrganismi dannosi), come riassume l’Istituto superiore di sanità.
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