Niente ricerca, siamo italiani

Una delegazione di venti scienziati ha incontrato ieri, 9 luglio, il Presedente della Repubblica Giorgio Napolitano per presentare due appelli sottoscritti da oltre tremila ricercatori italiani. I testi sono insieme una denuncia e una richiesta: evidenziano le difficoltà del nostro paese di pensare alla ricerca come motore dell’economia e dello sviluppo, e chiedono l’introduzione di un sistema di valutazione trasparente per la distribuzione dei finanziamenti.

L’incontro era stato chiesto in seguito al convegno “Il futuro ipotecato! Come se ne esce?”, organizzato lo scorso aprile dall’Osservatorio sulla Ricerca durante il quale erano emerse perplessità su come le classi politiche e imprenditoriali  stiano continuando a trascurare la ricerca e il suo ruolo nella crescita economica e culturale del paese. L’iniziativa ha poi coinvolto un secondo gruppo di scienziati che guardano con preoccupazione non solo alla scarsità di risorse destinate al settore scientifico-tecnologico, quanto soprattutto alla loro distribuzione, quasi mai basato sul sistema di peer review.

La delegazione, guidata simbolicamente dal Nobel Rita Levi Montalcini, ha chiesto al Presidente di esercitare una pressione sul governo perché si cominci concretamente a ridare alla ricerca il suo ruolo centrale nello sviluppo del paese. “Importiamo invece di produrre”, commenta Rino Falcone, ricercatore dell’Istituto di Scienze e tecnologie della cognizione del Cnr e coordinatore dell’Osservatorio sulla Ricerca, “soprattutto nel settore della tecnologia. Le aziende sfruttano le scorciatoie assistenziali e non si adeguano agli standard del mercato internazionale”. Certo non aiuta la realtà del nostro paese, fatta di piccole e medie imprese che non hanno grandi capitali di rischio. Resta però il fatto che l’Italia continua ad investire in ricerca e sviluppo appena l’1 per cento del Prodotto interno lordo, mentre nel resto del mondo il contributo alla ricerca è triplicato negli ultimi 15-20 anni. “Ora che non abbiamo più i vantaggi di una moneta debole quale era la Lira, abbiamo perso completamente la nostra competitività sul mercato internazionale”, sottolinea ancora Falcone, che continua: “In Italia i finanziamenti provengono per i due terzi dallo Stato, mentre negli altri paesi avviene il contrario”. Per di più – rincara la dose il secondo appello – concessi senza che vi siano regole uniformi  e comuni a tutti gli organi: “In Italia sono ammesse procedure di finanziamento che permettono il negoziato diretto, al di fuori di ogni controllo, tra pubblica amministrazione e ricercatori o istituzioni scientifiche”, si legge nella lettera al Presidente, “Queste procedure sono contrarie ai principi e alle forme che ispirano e regolano il finanziamento nei paesi in cui la promozione della scienza è considerata interesse pubblico. Se la scienza è patrimonio comune del paese, le regole di fondo per la sua amministrazione non possono essere materia incerta, politicamente opinabile, o modulabile in ambito accademico”.

Il Presidente, fanno sapere i rappresentanti della delegazione, ha chiesto un documento di sintesi per mettere a fuoco le questioni e stabilire delle priorità da riferire ai ministeri dell’Economia, dello Sviluppo Economico e dell’Università e della Ricerca. Il documento dovrebbe essere pronto per la fine della settimana e sarà, molto probabilmente, reso pubblico. Intanto, chi volesse leggere gli interventi dell’incontro, li può trovare sul sito dell’Osservatorio sulla Ricerca. (t.m.)

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