Quali vie segue la plastica nel mare?

La risposta arriva dai ricercatori dell’Università delle Hawaii, che hanno seguito i detriti nel loro viaggio all'interno delle correnti oceaniche fino alle grandi “isole di rifiuti”

  • 104
  •  
  •  

Milioni di tonnellate di plastica. Otto per l’esattezza. Sono quelli che ogni anno finiscono nei nostri oceani e dei quali soltanto ottomila – un decimo vengono smaltiti grazie a costosi sforzi. Ma al di là delle stime quantitative, le strade – o meglio le “rotte” che questi scarti seguono una volta riversati nelle acque sono a lungo rimaste ignote. Secondo due diversi studi dell’International Pacific Research Center (IPRC) dell’Università delle Hawaii, il moto delle correnti oceaniche degrada lentamente i detriti plastici e li trascina fino a formare le tipiche “isole di rifiuti”, che ormai da anni popolano l’idrosfera. Non è tutto: in alcuni casi i residui possono trasportare specie marine in zone distanti dalle loro aree di origine, con enormi danni per l’ecosistema locale e, soprattutto, globale. A finanziare le ricerche è stata l’azienda bolognese Bio-On, impegnata nella produzione di una plastica innovativa totalmente biodegradabile, che potrebbe rispondere alla sempre più evidente emergenza in fatto di ecosostenibilità.

Il primo studio condotto dagli oceanografi Nikolai Maximenko e Jan Hafner dell’IPRC ha messo a punto un modello di fluttuazione e galleggiamento con l’obiettivo di simulare i tragitti seguiti dai detriti marini. Apparecchiature di rilevazione simili a boe galleggianti hanno poi vagato in balia delle acque per anni e i loro percorsi sono stati attentamente tracciati fino alle grandi “isole di rifiuti”: le due principali si trovano nell’Oceano Pacifico, proprio tra le Hawaii e le coste occidentali americane. In questo rimescolamento oceanico di calore e sostanze chimiche, inoltre, gli scarti vengono degradati al punto da formare una “zuppa di plastica” irresistibile per la fauna marina di pesci e uccelli, che così ne viene irrimediabilmente danneggiata. Lo studio dà importanti risposte, ma di certo non esaurisce l’argomento. Altre ipotesi degli esperti sul destino dei detriti plastici nelle acque quali la disgregazione in nanoparticelle, il deposito sui fondali o l’aggregazione al ghiaccio artico – richiederanno nuove ricerche.

Gli stessi scienziati dell’Università delle Hawaii hanno condotto un altro studio, i cui dati sono stati presentati alla NASA partendo dal tragico evento dello tsunami che nel marzo 2011 colpì il Giappone. Delle barche smosse dalle coste orientali dell’isola, a distanza di anni, nove su dieci sono state erose dalle correnti, mentre in rari casi alcune grandi imbarcazioni continuano tutt’oggi il proprio percorso. È l’eventualità potenzialmente più disastrosa: le barche o i grandi detriti ancora integri che circolano per gli oceani fungono da vettori di specie marine, che partendo dal proprio habitat possono arrivare a invadere altri ecosistemi. Lo studio ha rilevato più di mille specie giapponesi tra molluschi, stelle marine, mitili e molte altre ancora – lungo le coste dell’Oregon, a quasi 9mila chilometri dall’isola nipponica.

Sono 300 i milioni di tonnellate di plastica prodotti ogni anno nel mondo, e si tratta di numeri destinati ad alzarsi velocemente. Un materiale economico, i cui danni ecologici però hanno costi elevatissimi. Per trovare una soluzione, allo studio ci sono da tempo plastiche ecosostenibili. L’ultima proposta è un tipo di plastica da poco entrata sul mercato, non solo riducibile in compost ma anche biodegradabile al 100% in natura (compostabile e biodegradabile sono infatti due concetti diversi). L’azienda Bio-On, che ha finanziato le ricerche condotte alle Hawaii, è infatti riuscita a ottenere da detriti agricoli una bioplastica che nell’arco di sessanta giorni viene completamente degradata in terra o acqua. “Con questa iniziativa vorremmo dare il via ad una categoria aziendale che in futuro potrebbe cambiare le cose – dice Marco Astorri, presidente e Ceo di Bio-On – arrivando a sostituire la plastica usata oggi con un materiale più ecosostenibile, che potrebbe risolvere il problema della plastisfera”, ovvero quell’ecosistema galleggiante e nocivo fatto di plastica e microrganismi.

Al momento l’azienda sovvenziona anche un progetto triennale in corso, realizzato in collaborazione tra IPRC e NASA, che potrà fornire nuove risposte in merito alle “rotte” della plastica nelle acque del globo. E promette di portare qui in Europa, entro il prossimo anno, gli strumenti utilizzati alle Hawaii per condurre nuove ricerche oceanografiche.

Foto: hhach via Pixabay

Articoli correlati


  • 104
  •  
  •  

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *