Rigassificatore di Falconara, quali rischi per l’ambiente

Non c’è pace per Falconara Marittima. Dopo le polemiche, mai sopite, per la presenza di una raffineria Api nel bel mezzo della cittadina marchigiana (vedi Galileo: La raffineria della discordia), questa volta a tenere banco è il progetto di un rigassificatore offshore di gas naturale liquefatto (GNL) proposto da Api Nòva Energia, costola della stessa azienda petrolchimica, a 16 chilometri dalla costa. L’impianto sfrutterebbe la struttura già esistente per l’attracco delle petroliere; da costruire ex novo, invece, il metanodotto per il trasporto del gas fino alla rete nazionale. Contenti i sindacati dei lavoratori e il Comune, per la creazione di nuovi posti di lavoro e la prospettiva dell’autosufficienza energetica. Ma i cittadini non ci stanno: troppi i rischi per l’ambiente e la sicurezza in un’area classificata ad elevato rischio di crisi ambientale per la presenza di un aeroporto, di una ferrovia, della raffineria (vedi Galileo: Falconara in fiamme), e della annessa centrale IGCC che lavora gli scarti della raffinazione, a cui potrebbero poi aggiungersi altre due centrali turbogas da 580 MWe con cui Api intende trasformare in energia elettrica il metano che arriva dal mare. Per questo alcune associazioni hanno fatto ricorso al Tar del Lazio contro la Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) del Ministero, che il 22 luglio 2010 ha dato parere favorevole al progetto del rigassificatore. In attesa della Conferenza dei servizi del prossimo 12 luglio, che potrebbe dare il via libera ai lavori, i comitati cittadini chiedono alla Regione un piano di sviluppo basato sulle energie rinnovabili e la piccola cogenerazione, già previsto dal Piano Energetico Ambientale Regionale (Pear) del 2005, che coniughi al meglio lavoro, salute e ambiente e impresa.

Ma quali sono le obiezioni al rigassificatore? In primo luogo, quelle relative alla sicurezza: il gasdotto e gli impianti ausiliari sarebbero collocati dentro il cono di atterraggio e decollo degli aerei, il traffico di navi rigassificatrici – oltre alle attuali petroliere – aumenterebbe il rischio di incidenti navali, e la vicinanza con la raffineria non fa stare tranquilli. Ma preoccupano anche i rischi per la salute dell’ambiente marino. Per capirne di più, Galileo ha intervistato Carlo Franzosini, biologo marino dell’area marina protetta di Miramare (Trieste), e Roberto Danovaro, docente di biologia marina e direttore del Dipartimento di Scienze del Mare dell’Università Politecnica delle Marche.

Un rigassificatore come quello di Api Nòva Energia pone dei rischi per l’ambiente marino? 

Franzosini: “Uno dei rischi è la perdita di produttività del mare. Per essere stipato nella nave, il gas naturale deve essere trasportato in forma liquida, a una temperatura di -160°C.  Per passare allo stato gassoso il processo prevede il prelievo di acqua di mare per riscaldare i radiatori nei quali circola il GNL. Il problema è che l’acqua contiene organismi marini come plancton, larve e uova di molluschi e pesce, che potrebbero attecchire e intasare le tubazioni dell’impianto. Perciò viene filtrata e sterilizzata con l’aggiunta di acido ipocloroso (analogo alla varechina, ndr.). La clorazione avviene con un dosaggio di 2 mg per litro e garantisce che l’impianto funzioni senza intoppi. Questo però comporta la quasi totale sterilizzazione e denaturazione di tutto quanto è contenuto nell’acqua, che poi viene reimmessa nel mare. Stimando una profondità media di 35 metri nella zona interessata dall’impianto, la perdita per sterilizzazione riguarda 230 ettari all’anno di habitat marino per il solo rigassificatore e 8.202 ettari se si sommano anche le nuove centrali termoelettriche e quella IGCC già esistente. In termini economici, la perdita per le attività di pesca sarebbe di oltre 590 mila euro all’anno per il solo rigassificatore, e di poco più di 18 milioni di euro per tutti e tre gli impianti”.

Danovaro: “L’impianto di rigassificazione sarebbe posizionato molto lontano dalla costa, in un’area fangosa a basso pregio naturalistico. La struttura di attracco esiste già, quindi non ci sarebbe l’impatto dovuto alla realizzazione di una nuova struttura. Per quanto riguarda l’impianto, consisterebbe in un semplice gasdotto appoggiato sul fondo del mare e il suo impatto è da considerarsi oggettivamente modesto. I timori di molte persone riguardano un aspetto collaterale al rigassificatore in quanto tale, ovvero il rilascio in mare di biocidi da parte della nave che trasporta metano. I biocidi sono utilizzati per evitare che gli organismi marini, come cozze o idroidi, presenti nell’acqua prelevata per scaldare le tubature in cui circola il gas liquefatto, colonizzino i tubi e ostruiscano l’impianto. Ma la piattaforma lavorerebbe part-time e le concentrazioni di ipoclorito di sodio utilizzato per trattare l’acqua non sono tali da ritenersi dannose per l’habitat marino. Se si va a dare un’occhiata nelle condutture trattate con ipoclorito a queste concentrazioni, infatti, si trovano totalmente ricoperte da una fauna infestante, perché l’ipoclorito a basso dosaggio serve a controllare la crescita, non a uccidere. Si può quindi escludere, con dati alla mano, un effetto di ‘sterilizzazione’ del mare sia dal punto di vista microbiologico che di riproduzione da parte degli organismi che vivono nell’habitat marino adiacente al sistema. Se poi si teme per le attività di pesca, bisogna dire che l’area intorno all’isola dove attraccherebbe la nave non è concessa alla pesca. E’ logico prevedere che dove avviene lo scarico di acqua fredda ci siano anche dei cambiamenti della fauna, come la sostituzione di popolazioni di pesci da acqua calda con quelli da acqua fredda. Ma non si tratta di un’area di ripopolamento e di riproduzione, e il rilascio di acqua trattata nell’impianto non comporterebbe la mortalità di specie e microrganismi marini. E’ chiaro però che l’introduzione di biocidi deve essere vista sempre nell’ottica di un’analisi costi-benefici e nell’ambito di un approccio che mira alla sostenibilità ambientale, con l’obiettivo di ridurne sempre di più l’utilizzo e di utilizzare biocidi più eco-compatibili. Un aspetto che sarebbe davvero da approfondire, perché non esistono studi ecologici disponibili, riguarda l’effetto combinato della bassa temperatura, con cui l’acqua ritorna a mare, con i biocidi. L’acqua di mare utilizzata per scaldare il gas liquefatto, che ha una temperatura di -160°C, e rilasciare metano gassoso, ritorna al mare più fredda di alcuni gradi. Mentre esistono numerosi dati sul rilascio di acqua calda contenente biocidi, non esistono studi sul rilascio di acqua fredda con biocidi. Anche in questo caso però il sistema avrebbe un limite. Ovvero non potrebbe funzionare quando la temperatura del mare è inferiore a 8-10°C e questo succede spesso in inverno nella zona interessata”.

I comitati cittadini temono, oltre al possibile inquinamento del mare, anche i danni alla salute. Ne hanno motivo?

Franzosini: “A mio parere, sì. Oltre al danno diretto, cioè la perdita di plancton, larve, uova, ecc, c’è anche un danno indiretto per l’immissione in mare di solfati e cloro-derivati. Il cloro attivo in uscita dall’impianto non deve superare per legge gli 0,2 mg per litro. Per questo viene abbattuto e neutralizzato dal bisolfito e per reazione si ottiene il solfato, che va a finire in mare. Inoltre, la sostanza organica disciolta nell’acqua usata per riscaldare il gas, attaccata dal cloro, si trasforma in cloro-derivati organici, come trialometani e clorammine, sostanze tossiche, persistenti e mutagene, che intaccano il ciclo vitale degli organismi planctonici e marini e si accumulano nella catena alimentare. I primi problemi in tal senso sono stati recentemente segnalati dalla Regione Veneto per il terminal GNL di Porto Viro, a Rovigo, da poco inaugurato”.

Danovaro: “Non mi risulta che vengano aggiunti rame, bisolfiti o altri sali di zolfo per trattare o abbattere il cloro in eccesso nell’impianto di Falconara. In ogni caso è bene ricordare che i solfati sono già presenti in mare, e dopo i cloruri sono il sale più abbondante in tutti i mari. Non sono competente per aspetti che riguardano la salute umana, ma per quanto riguarda i cloro-derivati organici non mi risulta che siano bio-accumulabili, cioè non aumentano la loro concentrazione negli organismi marini all’aumentare della loro taglia, né biomagnificabili, cioè non aumentano in concentrazione con l’aumentare del livello trofico. In altri termini non si comportano come il mercurio o altri metalli pesanti, quindi non possono costituire un problema per la dieta a base di prodotti di mare. Tuttavia è necessario condurre analisi ad hoc in campo per valutare gli effetti significativi e poi modulare il tipo di azione e la frequenza con cui si effettuano i trattamenti biocidi”.

Le valutazioni di Impatto Ambientale del Ministero pongono dei limiti agli scarichi in mare e controllano la compatibilità ambientale dei progetti. In questo caso, la VIA ha dato parere positivo al rigassificatore di API. Nonostante questo, molti cittadini non si sentono garantiti e sono preoccupati per l’aggressione a un territorio già abbastanza sotto pressione. Cosa ne pensa?

Franzosini: “Il Ministero si limita a valutare il cloro attivo residuo in uscita da impianti di questo tipo, che non deve superare gli 0,2 mg/litro, paragonabile a quello presente nell’acqua di acquedotto. Ma si tratta di una valutazione miope, perché ignora i quantitativi di cloro-derivati e solfati immessi in mare insieme al cloro attivo. Se si considera il quantitativo di acqua che l’impianto macina, 16.400 metri cubi all’ora, e quello di sostanza organica disciolta in acque costiere non eutrofiche, che in Adriatico è di 2mg/litro, il funzionamento dell’impianto immetterebbe in mare quasi 800 kg di cloro-derivati al giorno (161 tonnellate all’anno) e 328 kg di solfati al giorno. Inoltre, la VIA non prende in considerazione la perdita delle risorse dovuta alla sterilizzazione di cui abbiamo parlato prima. Purtroppo i progetti vengono presentati separatamente e anche le VIA procedono parallelamente, ignorando gli effetti cumulativi degli impatti”.

Danovaro: “La valutazione ministeriale a volte non si avvale del supporto di tecnici e quindi non sempre entra nel merito delle questioni. Da questo punto di vista capisco che a volte i cittadini possano non sentirsi completamente tranquilli. Tuttavia, i rigassificatori in mare aperto come quello previsto a Falconara non sono certo il problema maggiore che minaccia la salute dei nostri mari. L’area mare prospiciente Falconara è un sito di interesse nazionale per via di una contaminazione storica che è iniziata con la Montedison e andrebbe bonificata al più presto. Inoltre, un rapporto appena pubblicato evidenzia come priorità per migliorare la qualità dei nostri mari la riduzione dell’impatto della pesca industriale e la salvaguardia degli habitat. Le turbosoffianti che vengono utilizzate per raccogliere vongole sono certamente più impattanti di tante altre attività, ma non vedo rivolta a questi problemi l’attenzione che essi meritano”.

Esistono delle alternative in grado di coniugare il rispetto dell’ambiente e la salute?

Franzosini: “Esistono alternative serie di progetto, che non comportano l’impiego di acqua di mare e/o di biocidi economici ma pericolosi. Si potrebbero raccogliere le acque esauste già disponibili in zona, come gli scarichi caldi industriali e le acque dei depuratori, trasportando queste acque già sterilizzate e clorate in uscita dagli impianti a terra verso il rigassificatore al largo, attraverso una conduttura parallela al gasdotto di collegamento. Oppure bisogna prevedere che, in acque territoriali, le navi rigassificatrici funzionino solo a circuito chiuso, cioè bruciando una piccola parte del metano trasportato, tra l’1 e il 2 per cento, per ricavarne il calore necessario a rigassificare il GNL. Ma queste alternative vengono ignorate dai progettisti che puntano a realizzare impianti al minor costo e facili da gestire, senza che la commissione VIA intervenga a correggere questa distorsione”.

Danovaro: “La soluzione è creare un più stretto legame tra ricerca e industria. La ricerca può aiutare l’industria a essere più ecocompatibile, per esempio attraverso gli studi su biocidi più ecocompatibili. La scelta dell’ipoclorito di sodio non è la migliore che si possa fare, ma l’utilizzo di altri biocidi meno tossici è vista con diffidenza dall’industria per la loro instabilità chimica e perché sono stati scarsamente testati. Poi bisogna sperimentare dei trattamenti più calibrati, con concentrazioni ancora più basse. La vera garanzia al cittadino la da solo il ‘controllo retroattivo’, gli anglosassoni lo chiamano feedback monitoring, ed è già largamente utilizzato nel nord Europa. Consiste nello stabilire, al momento dell’approvazione del progetto, che l’attività non deve determinare impatti ambientali, altrimenti si ferma tutto. Si definiscono sistemi di monitoraggio efficaci e avanzati e si usano i migliori strumenti tecnologici per controllare che l’ambiente non ne esca danneggiato. Se va tutto bene si continua anche per sempre, ma se le cose non vanno come auspicato ci si ferma e si aspetta/favorisce il recupero della qualità ambientale. Questo sistema renderebbe il rispetto dell’ambiente utile anche per l’azienda, che sarebbe incentivata a investite risorse adeguate per garantire che gli impianti rispettino l’ambiente e non superino le soglie di impatto prestabilite. Tutto questo deve essere però deciso prima di partire e deve essere sottoscritto da privato e pubblico insieme, nella trasparenza e reciproco rispetto. Sarebbe un cambiamento rivoluzionario, ma perché non sperarci?

1 commento

  1. Ogni qualvolta che deve essere costruito un impianto legato alla produzione energetica, si formano comitati “spontanei” caratterizzati da un attegiamento de “no a tutto”. Questo in un Paese che già importa la la maggior parte dell’energia che utilizza, mentre, al di la delle chiacchiere, il risparmio energetico (più correttamente: efficienza energetica) è scarsamente praticato e le fonti “alternative” (integrative) solo da pochi anni si stanno diffondendo nel nostro Paese, soprattutto grazie a rilevanti aiuti pubblici. L’energia prodotta con la fissione nucleare è importata da Francia e Slovenia, mentre dipendiamo soprattutto dall’utilizzo massivo dei combustibili fossili. Di questi, il meno inquinante è proprio il metano che, comunque è 44 volte più efficiente come gas setta rispetto all’anidride carbonica (anche se, rimanendo meno in atmosfera, in pratica lo è solo 25 volte). A questo punto, sarebbe auspicabile che si arrivasse ad un SERIO Piano Energetico Nazionale e, dopo averne valutato tutti gli aspetti, si realizzasse. Qualora si formassero i soliti comitati, si dovrebbe responsabilizzarli, ossia, qualora presentassero denuncie che dovessero rivelarsi non congruenti, dovrebbero pagare i rallentamenti ed i blocchi temporali causati. L’alternativa è rappresentata da una contrazione dei consumi. Infatti, se si disaccoppiano le diverse tipologie di consumi, ci si rende conto che il consumo domestico di energia è pari a quello della California.

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