Adagiato nelle profondità gelide dell’Oceano Atlantico Settentrionale, al largo delle coste della Groenlandia, riposa il relitto della nave che è stata protagonista di una delle spedizioni più incredibili, gloriose e tragiche mai tentate dal genere umano. Si chiama – si chiamava – Terra Nova, ed è la baleniera inglese a bordo della quale il comandante Robert Falcon Scott, nel 1910, intraprese l’omonima spedizione alla volta dell’Antartide, con l’obiettivo dichiarato di “raggiungere il Polo Sud e assicurare all’Impero britannico l’onore di tale impresa”. Il sonno della Terra Nova è stato appena interrotto dall’equipaggio di una spedizione scientifica, coordinata da Royal Canadian Geographical Society e Woods Hole Oceanographic Institution, che ha impiegato le più avanzate tecnologie di rilievo subacqueo, sviluppate dalla società canadese Voyis per penetrare le acque torbide del Nord Atlantico, fotografare e filmare il relitto e ricostruire un “gemello digitale” delle nave: immagini e video rivelano lo stato di conservazione delle strutture in legno, dei ponti e dei resti del fasciame, ricoperti dalle incrostazioni e dalla vita marina cresciuta in ottant’anni di oblio.
I sogni di gloria di Robert Falcon Scott
Per comprendere il valore simbolico della Terra Nova occorre fare un salto indietro nel tempo ed entrare nel cuore del ventennio passato alla storia come età eroica dell’esplorazione antartica, un periodo in cui decine di avventurieri tentarono di mappare il continente antartico, allora completamente sconosciuto, e di arrivare per primi in quel “punto del nulla geografico” che è il Polo Sud. La Terra Nova, come dicevamo, è indissolubilmente legata al nome di Robert Falcon Scott e alla spedizione che condusse tra il 1910 e il 1913, il suo secondo tentativo di “assalto al Polo” dopo quello provato senza successo con la Discovery otto anni prima. La conquista del Polo Sud, all’epoca, era considerata dalla Gran Bretagna un vero e proprio dovere morale, oltre che il coronamento scientifico e patriottico della potenza dell’Impero. Scott, figura complessa, intimamente timida, tormentata dai propri demoni interiori ma dotata di un rigore e di una forza di volontà incrollabili, si ritrovò al comando di una nave riadattata a fatica per ospitare scienziati, marinai, slitte a motore, cani e pony siberiani: il viaggio della Terra Nova portò Scott ed equipaggio fino alle coste del continente bianco, da dove il capitano, insieme a compagni fraterni come il medico e naturalista Edward Wilson e l’inseparabile “Birdie” Bowers, intraprese la marcia finale verso il Polo. Lo raggiunse, dopo settimane di sforzi sovrumani, il 17 gennaio 1912, per scoprire con amarezza di essere stato preceduto di cinque settimane dal rivale norvegese Roald Amundsen. Beffa nella beffa, il viaggio di ritorno sulla Barriera di Ross si trasformò in un calvario di ghiaccio, fame, congelamenti e sfortuna, culminato con la morte di tutti e cinque i marciatori ad appena 17 chilometri da un grande deposito di viveri e combustibile.
Cosa ci faceva la Terra Nova in Groenlandia?
A questo punto, è lecito chiedersi come abbia fatto la Terra Nova a finire dall’altra parte del mondo, nei pressi della Groenlandia. È presto detto. La nave, costruita nel 1884 a Dundee, in Scozia, era stata progettata originariamente per la caccia alle balene e alle foche nelle acque artiche, e rinforzata con uno scafo il legno di quercia specificamente disegnato per resistere alla pressione dal ghiaccio. Dopo l’infelice rientro dall’Antartide nel 1913, l’imbarcazione fu riacquistata dai suoi vecchi proprietari, la compagnia commerciale Bowring Brothers, e restituita al suo ruolo originale di cacciatrice di foche al largo di Terranova e del Labrador. Con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, le sue doti di stazza e resistenza al pack tornarono indispensabili: venne noleggiata dagli Stati Uniti nell’ambito delle operazioni della South Greenland Supply Patrol, la catena di consegna di carbone, provviste e materiali da costruzione verso le stazioni meteorologiche e le basi militari alleate installate lungo i fiordi isolati della Groenlandia, fondamentali per la rotta dei convogli transatlantici. Fu proprio durante una di queste missioni di rifornimento che si compì il destino della nave: il 13 luglio 1943, danneggiata da urti ripetuti contro i blocchi di ghiaccio alla deriva, imbarcò acqua al punto che le pompe di bordo non riuscirono più a contenerla; l’equipaggio fu tratto in salvo da un pattugliatore della Guardia Costiera statunitense, e per evitare che lo scafo alla deriva diventasse un pericolo per la navigazione militare, la Terra Nova fu colpita dal fuoco dell’artiglieria e lasciata colare a picco sul fondo del mare.
La scoperta, la ricostruzione digitale e la conservazione
Dopo la riscoperta del relitto, avvenuta nel 2012 a opera della nave di ricerca Falkor dello Schmidt Ocean Institute, la recente campagna ha permesso di ricostruire con estrema precisione tutti i contorni della nave. La combinazione di batimetria ad alta precisione, modelli tridimensionali inferiti da rilievi laser subacquei e riprese ad altissima definizione ha consentito a storici e oceanografi di analizzare l’imbarcazione sezione per sezione: si possono osservare i dettagli della struttura dell’elica, i cedimenti del ponte ligneo dovuti al degrado naturale e alla pressione idrostatica, e persino l’impatto della colonizzazione biologica sul legno vecchio oltre 140 anni. Il modello tridimensionale della Terra Nova, da oggi, farà parte di un archivio digitale aperto, fruibile da ricercatori, appassionati, musei e istituzioni di tutto il mondo. Robert Falcon Scott ne sarebbe stato certamente orgoglioso.





