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Se il business non è umano

di
Paola Coppola

Vietato mentire al pubblico. Così ha stabilito pochi giorni fa una sentenza della Corte suprema della California chiamata a esprimersi sulla legalità delle campagne a difesa dell’immagine aziendale della Nike che smentivano lo sfruttamento della forza lavoro in alcuni Paesi del Sudest asiatico. La multinazionale dell’abbigliamento potrebbe quindi essere costretta molto presto a pagare milioni dollari a Marc Kasky, l’attivista di San Francisco da cui era stata citata in giudizio. Tutto ha inizio a metà degli anni Novanta, quando un’inchiesta della televisione americana Cbs svela le condizioni di degrado dei lavoratori degli stabilimenti Nike in Vietnam. Da quel momento sulla corporation si scatena una pioggia di accuse: salari ai limiti della miseria, sfruttamento dei lavoratori, minacce alla salute e abusi fisici sui dipendenti. Tutte comprovate da foto e testimonianze. La strategia utilizzata dall’azienda per risollevare la propria reputazione è stata ora messa a sua volta sotto accusa.

Ciò nonostante, tra i primi a schierarsi in difesa dell’azienda, è stata la Vgcl, la principale organizzazione sindacale vietnamita. “Gli standard a cui la Nike chiede ai propri partner in Vietnam di adeguarsi sono molto buoni, se comparati con quelli di altri luoghi di lavoro. I salari, i benefici sociali, le ore di lavoro, tutto è molto buono”. Ma le parole di Vuong Van Viet, vicedirettore della Vgcl, sembravano piuttosto interessate e non hanno convinto i giudici californiani. Che, a maggioranza, si sono pronunciati in quella che potrebbe diventare una sentenza storica: le corporation non si possono appellare al primo emendamento alla Costituzione – che tutela la libertà di espressione – per le dichiarazioni pubblicate in pagine a pagamento sui giornali o nei comunicati stampa. Per i giudici dunque quella della Nike era pubblicità ingannevole. Per l’azienda invece questa decisione “è un precedente pericoloso perché limita la possibilità di una società di rilasciare dichiarazioni sulle pratiche imprenditoriali quando viene sfidata pubblicamente”.

Proprio a questo tema Amnesty International ha dedicato un rapporto ‘Business and Human rights: a geography of corporate risk’. Si tratta di un testo che fotografa i rischi da delocalizzazione degli stabilimenti in alcune aree del Pianeta, distinguendo diversi settori: farmaceutico, telecomunicazioni, infrastrutture, industria alimentare ed estrattiva. “Il rapporto non è una denuncia, ma sottolinea che le aziende possono essere direttamente o indirettamente coinvolte nelle illegalità che vengono compiute in quei Paesi”, dichiara Umberto Musumeci, responsabile del Coordinamneto diritti economici e sociali di Amnesty Italia. Il risultato sono alcune mappe che incrociano i settori della produzione di grandi corporation con le violazioni dei diritti umani. Il racconto di possibili connivenze è cronaca quotidiana. Tra le aree più a rischio molti Paesi del Sudest asiatico (come Cina, Indonesia, Vietnam, Myanmar), dell’America Latina (Messico, Colombia, Venezuela, Ecuador) e dell’Africa (Liberia, Angola, Sudan). I diritti violati sono quelli fondamentali: la vita, l’integrità psicofisica, il diritto di associazione, le discriminazioni nei confronti di gruppi etnici o religiosi. Spiega Musumeci: “la situazione di alcuni Paesi è critica: in Cina e Myanmar esiste il lavoro forzato, le persone hanno l’obbligo di risiedere nei luoghi dove lavorano ed è assolutamente vietato associarsi. E ancora in Nigeria, dietro l’apparenza di un regime democratico, il potere viene gestito da alcune oligarchie. In un Paese dove esistono 170 gruppi etnici e 2 religioni in perenne lotta tra loro”.

Tra le aziende presenti nelle aree a forte rischio: il gruppo Volvo, Siemens, Bmw, General Motors impegnate nell’Information Technology, le farmaceutiche Merck, Novartis, Roche, le industrie del settore alimentare come Procter and Gamble, Coca Cola, Danone. L’unica italiana citata dal rapporto è l’Eni, ma la lista sembra destinata ad allungarsi, visto che è in fase di stesura un testo che considera esclusivamente la situazione della produzione del nostro Paese. La politica di queste aziende potrebbe costargli caro: “Una recente ricerca”, dice Musumeci, “ha mostrato che nel 2050 i danni economici che alcune multinazionali potrebbero trovarsi a pagare ammonterebbero a 300 miliardi di dollari all’anno”.

Il grado in cui una multinazionale è esposta al rischio dipende dal luogo in cui opera e dal tipo di attività. Alcune compagnie hanno stabilimenti in zone in cui ci sono amministrazioni locali repressive, leggi deboli, dove la giustizia è corrotta, arresti e detenzioni sono arbitrari, e tortura ed esecuzioni extragiudiziali sono all’ordine del giorno. Non solo, gli operai potrebbero lavorare in stabilimenti in cui la produzione è soggetta a condizioni di lavoro inumane e degradanti. Si rischia così, spiega il rapporto di Amnesty International, di subire perdite nella produzione, sabotaggi, alti costi per la sicurezza e una lievitazione dei premi delle assicurazioni. “Operando in queste aree”, precisa Musumeci, “un’azienda rischia di compromettere la sua immagine e di avere ripercussioni sul piano finanziario in termini di riduzioni delle vendite”.

“Le aziende devono assumere al più presto un atteggiamento responsabile”, avverte Musumeci. E qualcuna almeno ci sta provando. Come la Ubs, una banca svizzera che si è ritirata dal progetto di costruzione della diga di Ilisu (nell’Anatolia Meridionale, Turchia) ufficialmente perché non era trasparente, in realtà perché il progetto prevedeva la deportazione forzata di decine di migliaia di turchi. Oppure il Calpers, l’istituto di previdenza dei dipendenti pubblici californiani, che nel febbraio scorso ha deciso di ritirare gli investimenti in titoli di stato da Indonesia, Malaysia, Filippine e Thailandia. In alcune situazioni, assumere decisioni responsabili diventa quasi una necessità: le stesse connivenze con i governi locali si possono ritorcere contro le multinazionali. E’ il caso della sede colombiana della Occidental Petroleum che “secondo le stime, nel 2001, ha perso il 58 per cento della sua produzione, subendo 170 attentati alle condutture”, conclude il rappresentante di Amnesty. Perché? “Era accusata di connivenze con l’esercito e le forze paramilitari, a cui paga 50 cents per ogni barile prodotto”.

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